Quando l’Egitto dominava Gaza

Repressione, abbandono, corruzione e strumentalizzazione dei profughi palestinesi per alimentare l’odio verso Israele

di Eliezer Whartman

image_2541Quando visitai per la prima volta la striscia di Gaza, dopo la guerra dei sei giorni, trovai un territorio che testimoniava in tutto e per tutto l’aggressione, la durezza e l’inumanità egiziane. Per diciannove lunghi anni [dal 1948 al 1967], la zona era stata gestita direttamente dall’esercito egiziano. Sotto una “costituzione” redatta dagli egiziani, tutti i poteri legislativi erano conferiti al comandante militare egiziano, che controllava l’amministrazione civile. Tutti i partiti politici, eccetto uno appoggiato dagli egiziani, erano banditi. Il governatore militare deteneva anche il potere giudiziario, e non c’era possibilità di appello.
Non c’erano elezioni. Un governo fantoccio ratificava automaticamente ogni legge che il governatore gli sottoponesse. Nel 1965 anche questa facciata di autonomia locale crollò quando l’esercito egiziano sciolse la legislatura.
La polizia segreta frugava dappertutto. Nessuno era immune dall’arresto improvviso e dall’imprigionamento illimitato senza processo o, nel migliore dei casi, con un processo segreto. Le prigioni erano sempre piene e la tortura era comune. C’era la censura ufficiale su stampa e posta e le linee telefoniche erano regolarmente controllate.
Per quasi diciannove anni agli abitanti della striscia di Gaza fu proibito lasciare la propria abitazione dalle nove di sera fino all’alba, pena la morte. Questo coprifuoco veniva fatto rispettare mediante blocchi stradali. Agli uomini tra i 18 e i 40 anni d’età era proibito recarsi in Egitto a meno che non fossero abbastanza fortunati da ottenere un permesso. Se non ritornavano alla scadenza del permesso, le autorità militari prendevano provvedimenti contro le loro famiglie.
Gli egiziani confiscavano le proprietà a piacer loro, mentre ai profughi palestinesi era proibito possedere terra. Migliaia di giovani profughi venivano arruolati a forza nell’esercito egiziano. Molti vennero mandati a combattere la guerra di Gamal Abdel Nasser nello Yemen; altri venivano inviati dentro Israele per assassinare, sabotare, interrompere le comunicazioni.
Tre quarti degli uomini abili erano disoccupati. I servizi medici e sociali erano quasi inesistenti. Gli egiziani non facevano nulla per aiutare gli agricoltori, costruire abitazioni o sviluppare l’industria. La maggioranza degli arabi che vivevano nella striscia al di fuori dalla città di Gaza erano lasciati a marcire senza fognature, acqua corrente, elettricità o strade.
L’indottrinamento all’odio verso Israele cominciò fina dai primissimi anni d’occupazione. Ho visto disegni fatti dai bambini, dietro incoraggiamento degli insegnanti, che ritraevano se stessi mentre uccidevano bambini israeliani. I libri di testo trasudavano veleno. Un testo per la terza elementare, intitolato “Storia islamico-araba” diceva: “Gli ebrei sono sempre gli stessi, in ogni tempo, in ogni luogo. Vivono solo nell’oscurità. Complottano segretamente per fare del male; combattono solo da luoghi nascosti perché sono vigliacchi. Dobbiamo purificare la santa Palestina dalla loro sporcizia per riportare la pace nella patria araba”.
Tanto duro era il regime egiziano a Gaza che Radio Mecca il 10 marzo 1962 trasmise questa protesta: “Vorremmo chiedere al Cairo: che cos’è questa cortina di ferro che Abdel Nasser e le sue coorti hanno posto intorno a Gaza e ai suoi profughi? Questi sono gli stessi metodi che il dittatore Hitler utilizzava nei paesi che occupava. Immaginate, o arabi, come Nasser, che sostiene di essere il pioniere del nazionalismo arabo, tratta il popolo arabo di Gaza, che muore di fame mentre il governatore egiziano e i suoi ufficiali se la godono nelle ricchezze della striscia”.
L’unico campo in cui l’esercito egiziano era attivo, a parte la soppressione dei diritti umani, era il contrabbando. C’era un commercio vivace tra i suoi magazzini a Gaza, pieni di apparecchi televisivi, profumi francesi, seta italiana e whiskey americano, e il Cairo, con la collaborazione di alti ufficiali in Egitto. Lunghi convogli arrivavano al Cairo due volte la settimana carichi di merci di contrabbando. Quando le forze israeliane conquistarono una prima volta la striscia di Gaza nel 1956 trovarono tutti questi magazzini. Ovviamente il governatore militare e il suo seguito se n’erano andati con tutti i risparmi che la popolazione di Gaza aveva depositato nelle banche locali.
La politica dell’Egitto verso la striscia di Gaza fu espressa in modo chiaro e sintetico dal vice governatore, Muhammad Flafaga, in un’ intervista apparsa sul giornale danese Aktuelt il 9 febbraio 1967:
“Domanda: Perché non mandare i profughi negli altri paesi arabi? La Siria sarebbe senza dubbio in grado di assorbirne un gran numero. Avete paura che i legami nazionali con la Palestina si allentino, che l’odio contro Israele svanisca se diventano cittadini ordinari?
Risposta: In effetti, lei ha ragione. La Siria li potrebbe accogliere tutti e il problema sarebbe risolto. Ma noi non vogliamo questo. Devono ritornare in Palestina”.
Riferiva l’UNRWA nel 1956: “Uno degli ostacoli al raggiungimento dello scopo dell’Assemblea Generale di rendere i profughi autosufficienti continua ad essere l’opposizione dei governi della regione”. Ralph Galloway, un funzionario UNRWA che si è dimesso per la frustrazione, osservò amaramente: “Gli stati arabi non vogliono risolvere il problema dei profughi. Vogliono mantenerlo come una ferita aperta, come arma contro Israele. Ai leader arabi non importa assolutamente niente se i profughi vivono o muoiono”.

(Da: Jerusalem Post, 03.06.09)

Nell’immagine in alto: Un francobollo egiziano emesso nel periodo dell’occupazione della striscia di Gaza. Vi si legge: “Gaza, parte della nazione araba”. La campagna per uno stato palestinese iniziò solo dopo che il Cairo perse la striscia di Gaza nella guerra dei sei giorni

Si veda anche:
La nazionalità palestinese e le dure repliche della storia
di M. Paganoni

http://www.israele.net/sezione,,1763.htm