Quel che non funziona nell’Iniziativa di pace araba

Lo dice uno dei suoi autori: è un diktat, non un negoziato

di Shlomo Avineri

image_2614L’iniziativa di pace della Lega Araba è oggetto di diverse interpretazioni da parte israeliana. Alcuni la considerano una base per i negoziati e ritengono che Israele debba pertanto adottarla. Altri la vedono come una mera riformulazione delle tradizioni posizioni arabe, che dovrebbero essere accettate da Israele ancor prima che si inizi ad affrontare altri temi come la normalizzazione dei rapporti fra Israele e mondo arabo e la questione dei profughi. Anche da quest’ultimo punto di vista, tuttavia, l’iniziativa rappresenterebbe un passo avanti dal momento che essa parla inequivocabilmente di pace con Israele. Secondo questa versione, però, ciò che viene offerto a Israele non è un negoziato, bensì essenzialmente un diktat: Israele dovrebbe innanzitutto accettare le precondizioni arabe per l’istituzione di uno stato palestinese con Gerusalemme capitale, ritrarsi sulle linee del 1967 e smantellare tutti gli insediamenti. Ora, alla luce di un editoriale pubblicato lo scorso 12 settembre sul New York Times dal principe saudita Turki al-Faisal sembra possibile determinare quale di queste due interpretazioni sia quella valida.
In effetti, Turki al-Faisal è in grande misura la vera anima che ha ispirato l’iniziativa araba di cui stiamo parlando. Chiunque abbia incontrato Turki al-Faisal, già direttore dei servizi di intelligence sauditi ed ex ambasciatore dell’Arabia Saudita a Washington, oggi presidente dell’influente King Faisal Center for Research and Islamic Studies, sa quanto quest’uomo rappresenti in modo notevole e accattivante l’anima moderata saudita, nel momento in cui Riyadh cerca di mettersi alla guida del mondo arabo che cerca di fare la pace con Israele. I suoi commenti, pertanto, sono molto autorevoli e gli israeliani che scegliessero di ignorarli non farebbero che ficcare la testa nella sabbia.
Turki al-Faisal spiega innanzitutto perché non è ragionevole che gli stati arabi accolgano la richiesta di Israele di misure atte a creare fiducia finché Israele non cessa le attività edilizie negli insediamenti in Cisgiordania. Il suo argomento non è illogico, anche per chi non ne condivide tutti i particolari. Egli descrive le basi dell’iniziativa araba e spiega i suoi vantaggi, suggerendo che essa contribuirebbe ad isolare gli estremisti, vale a dire Hamas.
Ma dopo aver a buon diritto affermato che “Israele deve essere disposto a dare quanto a prendere”, il principe saudita passa a illustrare i principali punti del piano per come li vede lui, e su questo è di una chiarezza cristallina: “Primo passo deve essere l’immediata rimozione di tutti gli insediamenti israeliani dalla Cisgiordania. Solo questo mostrerà al mondo che Israele ha intenzioni serie verso la pace… mentre la questione dei profughi verrà risolta più tardi attraverso un accordo reciproco”.
Qui non ci sono dubbi: gli insediamenti non sono materia da negoziare, Israele deve prima di tutto sgomberarli. Turki al-Faisal aggiunge che, sebbene tutti i vicini di Israele vogliano la pace, “non si può pretendere che essi tollerino ciò che equivale a un furto, e certamente non devono subire pressioni affinché ricompensino Israele per la restituzione di terre che non gli appartengono”.
Si possono anche trascurare i toni retorici (“ciò che equivale a un furto”), ma il messaggio è chiarissimo: l’iniziativa araba non parla di negoziati; essa esige che Israele innanzitutto si ritiri da tutti i territori, compresa Gerusalemme est, compreso lo sgombero di più di un quarto di milione di israeliani (senza alcun negoziato sui futuri confini), e solo allora si potrà iniziare a discutere di normalizzazione dei rapporti e di profughi.
Francamente, questa non è una proposta seria. Poco importa come interpretano l’iniziativa araba gli israeliani bramosi di pace: quella che abbiamo, qui, è l’interpretazione autentica ad opera di uno degli autori dell’iniziativa.
L’iniziativa araba non deve essere ignorata, perché comprende una dichiarazione di disponibilità araba (perlomeno teorica) alla pace con Israele. Ma il suo significato non deve essere frainteso. In questa fase essa non prevede negoziati, quanto piuttosto l’accettazione incondizionata della posizione araba, e questo è anche il suo più grosso limite.

(Da: Ha’aretz, 21.09.09)

Nella foto in alto: Shlomo Avineri, autore di questo articolo

Si veda anche:

Hamas e il piano saudita

http://www.israele.net/sezione,,1204.htm