Quell’abbaglio tutto occidentale della “primavera araba”

Colpi di stato, islamisti al potere, proteste di massa violente, scontri tribali, guerre civili.

Di Caroline B. Glick

image_3785All’inizio di questo mese l’Egitto ha avuto la sua seconda rivoluzione nell’arco di due anni. E non c’è modo di sapere quante altre rivoluzioni vedrà nei prossimi mesi, o anni. Lo stesso vale non solo per Egitto, ma un po’ per tutto il mondo arabo-islamico.
La fretta con cui l’establishment della politica estera americana e occidentale si è precipitato a romanticizzare come una “primavera” l’instabilità politica che ha sommerso il mondo arabo dopo l’auto-immolazione di un venditore ambulante tunisino nel dicembre 2010, rappresenta forse la più grande manifestazione dell’assoluta incapacità dei membri di quell’establishment di cogliere la natura della politica e della società araba. L’entusiasmo con cui hanno abbracciato i manifestanti che ora hanno fatto cadere il presidente Mohamed Morsi e il regime dei Fratelli Musulmani ci fa capire che una sola netta smentita dei loro postulati non basta per convincerli a liberarsene. Giornalisti e commentatori americani e occidentali hanno descritto queste ultime proteste come il ripristino della rivoluzione egiziana. Una rivoluzione – erano e rimangono convinti – che stava per sostituire l’annoso leader egiziano e alleato degli Stati Uniti Hosni Mubarak con un governo liberal-democratico guidato da persone che fanno largo uso di Facebook e Twitter. Successivamente – ci è stato spiegato – quella rivoluzione era stata dirottata dai Fratelli Musulmani, ma ora che Morsi e il suo governo sono stati rovesciati, la rivoluzione di Facebook è di nuovo in marcia.
E sbagliano un’altra volta. Come era già avvenuto nel 2011, le voci della democrazia liberale in Egitto sono così esigue e distanti tra loro che non hanno alcuna possibilità di guadagnare potere, né oggi né in un futuro prevedibile.
A questo punto è difficile capire quale sia l’equilibrio di forze effettivo tra gli islamisti che hanno ottenuto il 74% dei voti nelle elezioni parlamentari del 2011, e i loro avversari. Ma è chiaro che i loro avversari non sono liberal-democratici. Si tratta piuttosto di un mix di fascisti neo-nasseriani, vetero-comunisti e altri gruppi non particolarmente allettanti. Nessuno di loro condivide i concetti occidentali di libertà e di stato di diritto. Nessuno di loro è particolarmente filo-americano o filo-occidentale. A nessuno di loro piacciono gli ebrei. E nessuno di loro sostiene con convinzione il mantenimento della pace fredda tra Egitto e Israele.
Il più grande leader dell’Egitto moderno è stato Gamal Abdel Nasser. Per molti aspetti l’opinione politica più diffusa fra i manifestanti anti-Fratellanza Musulmana ricalca quella del fascismo neo-nasseriano. Nasser è stato un nemico dell’Occidente che negli anni ’50 traghettò l’Egitto nel campo sovietico. Come co-fondatore del Movimento dei Paesi Non Allineati, traghettò nel campo sovietico anche gran parte del Terzo Mondo post-coloniale. Torri Gemelle a parte, Nasser a suo tempo non inflisse agli Stati Uniti molti meno danni di quanti ne abbiano inflitti in questi ultimi anni al-Qaeda e i suoi alleati. Certamente, dal punto di vista di Israele Nasser non fu migliore di Hamas o di al-Qaeda o del loro progenitore, il movimento dei Fratelli Musulmani. Come i fanatici islamisti, Nasser perseguì la distruzione di Israele e l’annientamento degli ebrei.
Allo stato attuale è impossibile sapere se i fascisti egiziani riusciranno o meno a tenere il potere. Allo stesso modo, non è dato sapere il ruolo esatto che avranno i militari nel futuro dell’Egitto. Gli stessi militari che hanno rovesciato Morsi, poco prima stavano a guardare mentre Morsi cercava di decurtare i loro poteri, destituiva i loro capi e adottava misure per trasformarli in una succursale della Fratellanza Musulmana.
Ci sono solo tre cose che si possono affermare con ragionevole sicurezza sul futuro dell’Egitto. Innanzitutto che sarà povero. L’Egitto è uno stato sostanzialmente fallito. Non è in grado di sfamare la sua gente, non è stato capace di alfabetizzare il suo popolo, non ha sviluppato un settore economico privato degno di questo nome, non ha saputo attirare investimenti esteri.
In secondo luogo, l’Egitto sarà politicamente instabile. Mubarak fu capace di restare al potere per 29 anni perché gestiva uno stato di polizia di cui la gente aveva paura. Quella paura si è dileguata nel 2011, e la mancanza di paura spinge gli egiziani a scendere in piazza per rovesciare qualunque governo che ai loro occhi appaia incapace di mantenere le promesse, come hanno fatto col governo Morsi. Data la disastrosa condizione economica dell’Egitto, non si riesce a immaginare come un qualsiasi governo potrà mantenere alcuna promessa, grande o piccola, fatta dai suoi rappresentanti politici in campagna elettorale. E così, i governi uno dopo l’altro condivideranno il destino di Mubarak e Morsi. Non basta. Al di là delle privazioni economiche vi sono oggi decine di milioni di egiziani che si sentono illegalmente e ingiustamente estromessi dal potere. I Fratelli Musulmani e i salafiti avevano vinto alla grande nelle scorse elezioni, salutate come libere da tutto l’Occidente. E contano milioni di sostenitori che non sono meno fanatici, oggi, di quanto lo fossero il mese scorso. Non accetteranno tanto facilmente d’essere mandati a dormire.
Infine, data l’assoluta irrilevanza oggi in Egitto delle forze liberal-democratiche, è piuttosto chiaro che, chiunque riuscirà a installarsi al potere nei prossimi anni, sarà anti-americano, anti-israeliano e anti-democratico (nel senso liberal-democratico del termine). Sarà magari un po’ più garbato con i cristiani copti di quanto non fosse la Fratellanza Musulmana, ma non sarà più filo-occidentale. Potrà essere più cauto nel far valere la sua ideologia in politica estera di quanto non fosse la Fratellanza Musulmana, ma questo non lo renderà necessariamente più disponibile verso gli interessi americani e occidentali, né meno insofferente verso il formale trattato di pace fra Egitto e Israele.
E questo non vale solo per Egitto. Vale praticamente per ogni stato arabo che è, o sarà presto, contagiato dall’instabilità che sfocia, un paese dopo l’altro, in colpi di stato, insicurezza politica, salita al potere di islamisti, proteste di massa tendenzialmente violente, scontri tribali, guerre civili. […]

(Da: Jerusalem Post, 4.7.13)

Nella foto in alto: Caroline Glick, autrice di questo articolo

Si veda anche:

La vittoria dei giovani, il potere dei militari, la rabbia degli islamisti. La lotta di potere in Egitto non prevede né primavere né vera democrazia

http://www.israele.net/articolo,3776.htm

Crudeltà incredibile. Le nazioni arabe si frantumano per etnie, tribù, confessioni. E si uccide con insostenibile leggerezza

http://www.israele.net/articolo,3742.htm

Effetti collaterali della «primavera araba». Le solite, eterne minacce a Israele per deviare rabbia e frustrazione delle masse arabe

http://www.israele.net/articolo,3633.htm