Quello che Bush dovrebbe fare

Più facile accettare le proposte di un mediatore americano che "arrendersi" alle reciproche richieste

Da un articolo di Akiva Eldar

image_1872Secondo i titoli dei giornali il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice sostiene che la dichiarazione di Annapolis esporrà in dettaglio i principi dell’insediamento permanente. Prima del suo arrivo nella regione, i suoi collaboratori hanno detto che gli USA non avrebbero diramato inviti alla conferenza di pace prima che il Primo Ministro Ehud Olmert ed il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas fossero riusciti ad abbozzare un documento chiaro e reciprocamnte concordato. In pratica, questo significa che il vertice di pace iniziato dal Presidente George W. Bush non si riunirà il mese prossimo. E nemmeno l’anno prossimo. Anche se Olmert ed Abbas volessero, sono incapaci di escogitare un documento che sia dettagliato, reciprocamente accettabile, chiaro, e che li mantenga nelle loro cariche.
Le concessioni più dolorose che il governo di Israele è disposto a fare ad Abbas sono troppo lontane dal consenso palestinese, così come da quello del mondo arabo e musulmano. Il compromesso più generoso che il governo di Ramallah potrà permettersi di offrire a Israele non sarà nemmeno discusso all’interno del gruppo parlamentare di Kadima.
D’altra parte, questa severa diagnosi politica non significa che la persona che ha iniziato questa importante mossa diplomatica debba porre fine ai suoi sforzi.
Al contrario. Dallo scoppio della seconda intifada sette anni fa gli israeliani ed i palestinesi non sono mai stati tanto vicini ad un accordo di pace. Il fallimento della violenza e la delusione dell’unilateralismo hanno riportato le due parti al tavolo dei negoziati. Eppure, come una coppia sospettosa ed emotivamente esausta che desideri dividersi con un accordo che non danneggi troppo i figli, israeliani e palestinesi hanno bisogno di un mediatore attivo. Il presidente USA non è solo un consigliere-mediatore. Ha un chiaro interesse nella riuscita del processo, e detiene carote per la più flessibile delle parti e un bastone per quella recalcitrante.
Senza la mediazione attiva di Jimmy Carter a Camp David nel 1978, è dubbio se Menachem Begin ed Anwar Sadat avrebbero firmato un trattato di pace. Se Bill Clinton avesse dato ascolto ai suoi consiglieri, che lo esortavano a presentare il suo quadro durante Camp David nel 2000, forse Ehud Barak e Yasser Arafat sarebbero ritornati dagli USA con un accordo. I leader israeliani ed arabi trovano molto più facile accettare le proposte di un mediatore americano che “arrendersi” alle reciproche richieste. Il loro pubblico in patria è più comprensivo riguardo alle “concessioni” fatte ad una terza parte amica e potente, che non è parte della sanguinosa lotta religioso-nazionalista piena di questioni territoriali irrisolte.
Sostanzialmente, Bush ha già formulato il suo documento di mediazione tre anni fa. In aprile 2004 il presidente decise di assistere Ariel Sharon nel vendere il disimpegno al pubblico israeliano. Espose gli argomenti che toccavano direttamente i due “punti principali” di qualunque sistemazione definitiva con i palestinesi: confini e profughi. Bush dichiarò che non ci si sarebbe potuti aspettare un ritorno alle linee del cessate il fuoco del 1949, e che quando le due parti avessero ripreso i negoziati, la posizione degli USA sarebbe stata quella di richiedere che fosse presa in considerazione la presenza di centri di popolazione ebraica in Cisgiordania e a Gerusalemme est.
Sharon ed i suoi aiutanti, compresi quelli incaricati dei negoziati diplomatici odierni, promossero attivamente questo punto, oltre al principio stabilito dal presidente, che si sarebbe raggiunta una soluzione al problema dei profughi sistemandoli nello stato palestinese, non in Israele.
Tuttavia, la lettera stabiliva anche che gli USA appoggiano la costituzione di uno stato palestinese che sia “fattibile e continuo… in modo che il popolo palestinese possa costruire un futuro per sé che sia in linea con la mia visione del giugno 2002, e in un modo stabilito dalla Road Map”.
E’ ben noto che la Road Map era basata, tra l’altro, sull’iniziativa di pace arabo-saudita, che richiede, in cambio di una normalizzazione dei rapporti, il ritiro di Israele dai territori e la risoluzione del problema dei profughi sulla base di una soluzione concordata.
Tutto quello che Bush dovrebbe fare ora è aggiungere un breve paragrafo alla sua lettera: “Israele darà ai palestinesi un equivalente territoriale adeguato in cambio dei blocchi degli insediamenti; i quartieri arabi di Gerusalemme saranno parte della Palestina; le due parti raggiungeranno un accordo dettagliato sullo scambio di territori; uno speciale regime sarà costituito nella Città Vecchia di Gerusalemme; un accordo dettagliato su tutte queste questioni, compresa la questione dei profughi, sarà raggiunto con l’aiuto degli USA entro la fine del 2008″. Poi dovrebbe confezionare il tutto elegantemente in un pacchetto di aiuti internazionali che comprenda assicurazioni economiche e di sicurezza e aggiungere qualche parola sul tipo di trattamento riservato alla parte che rifiuta di firmare la lettera-documento. Se Bush non vuol mettere sul tavolo un documento del genere, allora è davvero meglio che non mandi inviti per Annapolis.

(Da: Ha’aretz, 15.10.07)

Vedi anche:
Un negoziato onesto e coraggioso

http://www.israele.net/sections.php?id_article=197&ion_cat=