Racconto di due autorità (palestinesi)

I “governi” di Gaza e Ramallah esistono solo perché ciò rientra negli interessi di potenze esterne rivali

di Jonathan Spyer

image_2811È veramente all’ordine del giorno una riconciliazione fra palestinesi, o dovremo invece abituarci per un periodo ancora lungo ad una striscia di Gaza controllata da Hamas? A quattro anni dalla vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi per il Consiglio Legislativo dell’Autorità Palestinese e a tre anni dal riuscito golpe di Hamas a Gaza, la spaccatura nel movimento nazionale palestinese ha un aspetto sempre più definitivo. Un fatto che comporta rilevanti conseguenze per il processo diplomatico, attualmente congelato.
Recentemente Salah al-Bardawil, un autorevole esponente di Hamas, ha affermato che gli sforzi per la riconciliazione palestinese sono “congelati”. In un’intervista ad Al-Kuds, Bardawil ha detto che le comunicazioni fra il governo egiziano e le autorità di Hamas al potere a Gaza sulla questione della riconciliazione sono interrotte. I colloqui sono ora limitati a “temi come il permesso per i malati di uscire da Gaza per essere curati o il rientro dei palestinesi defunti attraverso il valico di Rafah” (fra striscia di Gaza ed Egitto). Il messaggio di Bardawil è stato confermato dal leader di Hamas Khaled Mashaal in un discorso fatto a Damasco. Mashaal ha riferito che Hamas ha ricevuto sollecitazioni da parte di esponenti arabi affinché accettasse le condizioni del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu), compreso il riconoscimento di Israele, in cambio di modifiche a una bozza di accordo di riconciliazione fra palestinesi mediata dall’Egitto. Mashaal ha aggiunto che Hamas ha ribadito il proprio rifiuto. Rivolgendosi “ad americani, sionisti e a tutti gli altri”, Mashaal ha dichiarato: “Hamas non soccomberà alle vostre condizioni. Noi non pagheremo un prezzo politico, indipendentemente da quanto a lungo possa durare il blocco. Dio è con noi e ci garantirà la vittoria”.
Tutte queste dichiarazioni indicano che attualmente non è in corso alcun processo inteso a porre fine alla scissione politica fra palestinesi. Sul terreno, nel frattempo, le autorità rivali di Ramallah e di Gaza si vanno sempre più arroccando. Parallelamente all’ascesa di Hamas a Gaza e alla sua perdurante popolarità in Cisgiordania, Fatah attualmente sta subendo un processo di grave declino. Il movimento non ha avviato nessun grande processo di riforma, dopo la sconfitta elettorale del 2006. Di conseguenza rimane lacerato da settarismo e corruzione. Ed è anche sempre più irrilevante.
Il leader chiave in Cisgiordania oggi è il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad. Fayyad non è membro di Fatah e il suo governo non è al potere in virtù dell’autorità di quel movimento. In effetti Fayyad è, in pratica, un primo ministro designato dall’occidente. Le forze di sicurezza del generale Usa Keith Dayton che lo tengono al potere sono organizzate e finanziate dall’occidente e non sono legate ad alcuna fazione politica. Il suo approccio gradualista è del tutto estraneo alla cultura politica palestinese e, nonostante gli innegabili miglioramenti che questo approccio ha apportato alla vita quotidiana in Cisgiordania, il livello di sostegno di cui gode è assai incerto. Persiste la diffusa convinzione che, senza la presenza in Cisgiordania della “forze Dayton” e soprattutto senza la continua presenza attiva delle Forze di Difesa israeliane, il territorio cadrebbe sotto Hamas con un processo simile a quello che ha avuto luogo nella striscia di Gaza.
L’esperto analista politico palestinese Yezid Sayigh ha recentemente osservato che i governi sia di Gaza che di Ramallah dipendono, per la loro sopravvivenza economica, dagli aiuti esterni. Il governo Fayyad ha un budget annuale di 2.8 miliardi di dollari, di cui la metà è costituita da aiuti stranieri diretti. Le autorità di Hamas, dal canto loro, hanno annunciato un budget di 540 milioni di dollari, 480 milioni dei quali che devono venire da fuori (Iran). Questa marcata dipendenza da capitali stranieri rispecchia l’elemento saliente che i due governi palestinesi hanno in comune: entrambi possono continuare ad esistere solo perché la loro esistenza rientra negli interessi di potenze esterne rivali.
In fondo, la scissione interna del movimento nazionale palestinese è in funzione di una più ampia situazione strategica, che vede in gioco una vera e propria guerra fredda. Per questo è assai probabile che essa sia destinata a continuare finché nella regione persiste questa realtà. Il Medio Oriente è oggi diviso fra, da una parte, una sfilacciata alleanza di stati allineati con Stati Uniti e occidente e, dall’altra, un “blocco della resistenza” fatto di stati e movimenti guidati dall’Iran.
Hamas è in grado di conservare la sua enclave sovrana a Gaza grazie alla volontà dell’Iran di armarla e finanziarla. D’altro canto, l’enclave di Gaza fa comodo agli interessi iraniani, giacché garantisce a Teheran un efficace diritto di veto su ogni tentativo di rianimare il processo di pace israelo-palestinese. E poi offre al non-arabo Iran una testa di ponte direttamente all’interno del conflitto regionale più importante agli occhi delle masse del mondo arabo. A sua volta l’occidente, che allo stesso modo attribuisce enorme importanza al conflitto israelo-palestinese, ha voluto creare, finanziare e sostenere un tipo di politica e di governo palestinese – quelli di Fayyad – che sono di suo gradimento, una volta apparso chiaro che i palestinesi di per sé non l’avrebbero mai realizzata.
Il risultato è che la politica palestinese è stata totalmente compenetrata dalla situazione di stallo più generale. Ciascuno dei due blocchi regionali ha la sua propria “autorità palestinese”, che funziona da laboratorio e da vetrina pubblicitaria dei sistemi rispettivamente preferiti. La versione di Gaza predilige un governo rigorosamente islamico e la lotta armata ad oltranza contro Israele. Il governo di Ramallah – che sarebbe, stando al giudizio di Sayigh, il meno rappresentativo dei due – si allinea con l’occidente e ha proclama di accettare una soluzione negoziata.
L’impresa di cui andavano più fieri l’Olp e il leader di Fatah Yasser Arafat era d’aver stabilito un singolo ed autorevole movimento nazionale palestinese non vincolato né dipendente da potenze straniere. Quel movimento non esiste più. La spaccatura rappresenta un cambiamento profondo nella politica palestinese, che mette in discussione molti dei presupposti di fondo del conflitto che erano diventati senso comune, in Israele e in occidente, negli ultimi vent’anni.

(Da: Jerusalem Post, 23.4.10)

Nell’immagine in alto: i simboli di Hamas e Fatah

Si veda anche:

La nazionalità palestinese e le dure repliche della storia: riflessioni intorno a un illuminante lapsus di Abu Mazen

http://www.israele.net/sezione,,1763.htm