Riconsiderando l’opzione giordana

Se sfuma la soluzione a due stati, c’è chi ricorda che in fondo la Giordania è uno stato arabo-palestinese.

Da un articolo di Asaf Romirowsky

image_3145Lo scorso febbraio Human Rights Watch, che si definisce il difensore mondiale dei diritti delle minoranze, ha diffuso un rapporto di 60 pagine intitolato “Di nuovo senza stato: giordani di origine palestinese deprivati della loro nazionalità”, nel quale veniva documento come la Giordania privi i suoi cittadini palestinesi originari della Cisgiordania di diritti fondamentali come l’istruzione e l’assistenza sanitaria. A suo tempo il rapporto ricevette poca attenzione, ma oggi, fra le crescenti tensioni che agitano il regno hashemita, la questione dei giordano-palestinesi torna di bruciante attualità.
Gli analisti israeliani avvertono che, qualora il governo giordano dovesse diventare più rappresentativo, il 72% di popolazione palestinese del paese potrebbe assumerne il controllo effettivo e la Giordania (che sorge su una parte della Palestina storica e di quello che era inizialmente il Mandato Britannico sulla Palestina) diventerebbe in pratica la “Palestina” (vale a dire, lo stato palestinese).
Il concetto di un controllo politico palestinese sulla Giordania non è nuovo. Negli anni tra la guerra d’indipendenza israeliana del 1948 e la guerra dei sei giorni del 1967, v’erano politici israeliani sia di sinistra che di destra che si facevano promotori dell’approccio politico noto con lo slogan: “la Giordania è la Palestina”. Mentre difendevano Israele dall’aggressione congiunta dei paesi arabi, proponevano che la Giordania (che allora si estendeva su entrambe le sponde del Giordano, avendo unilateralmente annesso la Cisgiordania occupata nel 1948) diventasse la patria palestinese. Vari esponenti israeliani proposero diversi scenari per una confederazione giordano-palestinese che raggruppasse la sponda est (Transgiordania) e la sponda ovest (Cisgiordania) del Giordano sotto un’unica amministrazione.
Ma la cosa non è così semplice. Come giustamente sottolineò nel 1986 Dan Schueftan, autore di “Opzione giordana”, una tale sistemazione dipenderebbe innanzitutto dalla qualità delle relazioni israelo-giordane, e da come le due parti considerano le potenziali minacce da parte della popolazione palestinese in mezzo a loro. In effetti negli anni che seguirono la guerra dei sei giorni la monarchia giordana fu assai diffidente nei confronti dei palestinesi. Nel 1970 il capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Arafat, tentò l’assalto alla sovranità del paese (e fu severamente sconfitto). Dopodiché Amman decise di bloccare il flusso di palestinesi dalla Cisgiordania verso la Transgiordania allo scopo di preservare la struttura politica hashemita del regno.
Successivamente, nel 1988, i giordani rinunciarono – entro certi limiti – alle loro rivendicazioni sulla Cisgiordania; nei primi anni ’90 sostennero la creazione dell’Autorità Palestinese, e nel 1994 fecero la pace con Israele: il tutto tentando di dissociarsi completamente dalle sorti dei palestinesi e di impedire un ulteriore afflusso di palestinesi nel loro paese.
Dal canto suo Gerusalemme per lungo tempo ha fatto affidamento – entro certi limiti – sulla monarchia hashemita per il mantenimento della stabilità e della sicurezza su entrambe le sponde del Giordano. Sia Amman che Gerusalemme, in effetti, si rendono conto che le rispettive esigenze di sicurezza sono strettamente connesse fra loro. La Giordania si avvantaggiava dei periodi di relativa quiete e prosperità al di là del confine. Di conseguenza le forze di sicurezza giordane venivano coinvolte sempre più in Cisgiordania, fino al punto di condurre sessioni di addestramento congiunto con le forze dell’Autorità Palestinese. Si trattava della classica situazione che conviene a tutti: Giordania, Israele e palestinesi di Cisgiordania.
Il problema, oggi, è che i tradizionali centri di potere in Giordania non sono affatto contenti dell’aumento di influenza dei palestinesi nel loro paese. I capi tribali sono risentiti con la regina Rania, nata in Kuwait da una famiglia con radici in Cisgiordania, per il suo aperto sostegno alla causa palestinese. Tant’è che di recente 36 capi tribali hanno reso di pubblico dominio le loro contestazioni alla posizione di Rania nel timore che possa accelerare la lenta presa di controllo del regno da parte palestinese.
Tuttavia, mentre le speranze in una soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese sembrano farsi sempre più tenui, questo approccio apparentemente paradossale potrebbe rivelarsi l’ultima opzione possibile. Il problema è che potrebbe ulteriormente infiammare i gruppi estremisti palestinesi e la Fratellanza Musulmana che traggono gran parte della loro forza dalla disillusione dei palestinesi di Cisgiordania e Transgiordania. Con la crescita di questi gruppi in Giordania, lo stesso accordo di pace fra Gerusalemme e Amman potrebbe essere a rischio.
Ciò nondimeno, per quanto sgradevole possa essere ammetterlo per palestinesi, israeliani e giordani, l’opzione giordana potrebbe rivelarsi la carta migliore che hanno in mano.

(Da: YnetNews, 23.4.11)

Nell’immagine in alto: il Mandato britannico sulla Palestina nel 1922

Si veda anche:

La patata bollente palestinese, tra Gerusalemme e Amman

http://www.israele.net/articolo,3059.htm

Giordania: Dottor Pace e Mr. Apartheid

http://www.israele.net/articolo,2916.htm

Riportare la Giordania nell’equazione della pace

http://www.israele.net/articolo,2896.htm