Ridiscutere il “progetto palestinese”

Gli israeliani sono davvero così pazzi da volere un piccolo Iran alle porte di casa?

Di Hagai Segal

image_3250Oggi si fa persino fatica a crederlo, ma fino a non molti anni fa la maggior parte dei cittadini ebrei israeliani era contraria alla creazione di uno stato palestinese, che veniva considerato la cosa peggiore che potesse capitare a Israele tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo. Esponenti di tutto l’arco politico sionista parlavano con orrore della possibilità che artiglierie arabe venissero schierate a un tiro di schioppo da Afula e che missili anti-aerei a spalla potessero essere manovrati praticamente ai margini dell’aeroporto internazionale israeliano Ben-Gurion (presso Tel Aviv). Ecco perché l’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, quando intraprese l’avventura degli accordi di Oslo, si sforzò di chiarire bene agli israeliani che non aveva intenzione di accordare ai palestinesi uno stato vero e proprio, bensì una qualche forma di autogoverno. “Non ci sarà uno stato palestinese”, promise Rabin in un’intervista a Yedioth Ahronoth il 29 agosto 1993, subito dopo la divulgazione dell’accordo che sarebbe stato firmato di lì a un paio di settimane. A mio parere, era convinto di quello che diceva.
Ma da allora un po’ di cose sono cambiate, quaggiù. Siamo stanchi, arrugginiti, e la nostra memoria non è più quella di una volta. Anche se la distanza da Afula e dall’aeroporto alla “linea verde” (l’ex linea armistiziale ’49-’67) è rimasta esattamente la stessa, la maggior parte della popolazione israeliana non respinge più il concetto di uno stato palestinese.
Il “progetto palestinese” ha subito una radicale evoluzione in senso romantico. Un gruppo di sedicenti pacifisti dotati di immense capacità di appeal sul pubblico è riuscito a dipingere questo tremendo pericolo in toni rosei. È lecito sospettare che siano stati alcuni di loro a sussurrare all’orecchio di Abu Mazen l’idea della richiesta di indipendenza unilaterale alle Nazioni Unite a settembre.
Paradossalmente questa dichiarazione palestinese unilaterale (cioè, senza un accordo negoziato con Israele) potrebbe tornare utile allo scopo di rilanciare un dibattito nazionale sul concetto di uno stato palestinese. Siamo davvero così pazzi da volere uno stato palestinese qui alle porte di casa? Insomma, per l’amor del cielo, dovremmo pur imparare qualcosa dall’esperienza. Nel momento in cui le bandiere israeliane vengono bruciate al Cairo e il nostro ambasciatore viene espulso da Ankara, non dovremmo rischiare tutto quello che abbiamo per un trattato di pace con Abu Mazen (neo alleato di Hamas). I palestinesi hanno già uno stato, nella striscia di Gaza, e guarda cosa ci ha procurato: razzi Katyusha che si abbattono su Ashdod, flottiglie turche che corrono in aiuto di Hamas, l’infinito supplizio dell’ostaggio Gilad Shalit. Non c’è alcuna ragione per credere che un altro stato palestinese a ridosso della regione centrale d’Israele sarebbe meno pericoloso. Se anche riuscissimo a far firmare ad Abu Mazen l’impegno a creare uno stato sul modello della Svizzera, alla fin fine sarà certamente molto più simile al modello dell’Iran.

(Da: YnetNews, 2.10.11)

DOCUMENTAZIONE
“Il test ultimo di questo accordo – dichiarò, il 26 novembre 1993 a Ma’ariv, Yossi Beilin, uno degli architetti del processo di Oslo – sarà un test di sangue. Se diventerà chiaro che i palestinesi non sono in grado di far cessare il terrorismo, allora questo resterà un accordo provvisorio e a noi non resterà altra scelta che abrogarlo. Se non ci sarà altra scelta, le Forze di Difesa israeliane torneranno nei luoghi che stanno per sgomberare in base a questo accordo”.

DOCUMENTAZIONE
Il 9 giugno 1974, il Consiglio Nazionale dell’Olp, riunito al Cairo, deliberò un Programma Politico noto come “il piano a fasi” per la conquista della Palestina, che al punto 8 recita:
“Una volta instaurata, l’Autorità Nazionale Palestinese si batterà per realizzare l’unione dei paesi di prima linea, con l’obiettivo di completare la liberazione di tutto il territorio palestinese come un passo lungo la strada verso l’unità araba globale”.
Per il testo completo (in inglese):

http://www.iris.org.il/plophase.htm

Si veda inoltre:

L’illusione di un accordo globale impedisce intese parziali e pragmatiche

http://www.israele.net/articolo,3249.htm

Un’istantanea dal futuro stato palestinese

http://www.israele.net/articolo,3241.htm

Linee del ’67: a un tiro di schioppo: sul nuovo sito “MyIsrael”, una spettacolare fotografia che vale più di mille discorsi

http://www.israele.net/articolo,3239.htm

Uno tsunami in un bicchier d’acqua

http://www.israele.net/articolo,3236.htm

Il disappunto della baronessa Ashton: parla di tutto e condanna Israele, ma non si avvede del regime autocratico che si consolida in Cisgiordania

http://www.israele.net/articolo,3223.htm

I trattati di pace coi dittatori hanno durata limitata: questo non è il momento per iniziative “audaci” né ritiri “sulle linee del ‘49”

http://www.israele.net/articolo,3212.htm

False illusioni: quante volte è stato detto che, ritirandosi, Israele avrebbe acquisito il diritto a difendersi con forza?

http://www.israele.net/articolo,3131.htm

“Fra pace con Israele e Hamas, scegliamo Hamas”

http://www.israele.net/articolo,3122.htm

Si fa presto a dire confini: la frontiera israelo-palestinese deve essere tracciata in modo non ideologico, ma razionale e concordato

http://www.israele.net/articolo,2999.htm

Un approccio differente: un accordo ad interim sarebbe più realistico della chimera della pace globale subito.

http://www.israele.net/articolo,2923.htm