Ritorno al futuro

La decisione di Sharon di lasciare il Likud può indicare un riallineamento dell'intera mappa politica d'Israele.

Da un articolo di Shlomo Avineri

image_988Oltre alle ovvie conseguenze immediate sulla futura politica israeliana, la decisione di Ariel Sharon di lasciare il Likud e fondare un suo proprio partito potrebbe indicare un riallineamento dell’intera mappa politica del paese.
Fino al 1967 il Likud e i partiti suoi predecessori (Herut e Gahal) costituivano un fenomeno marginale nella vita politica del paese. Il movimento politico da cui erano scaturiti era quello dei Revisionisti di Jabotinsky, la cui principale caratteristica era l’opposizione di principio all’idea della spartizione preconizzata dalla risoluzione Onu del 1947, che aveva aperto la strada alla sovranità ebraica.
Prima e durante gli anni della fondazione dello stato, la forza egemone era il movimento laburista, alleato con i liberali di centro Sionisti Generali e i Sionisti Religiosi del Mizrahi. Tutti questi partiti accettavano la spartizione, sebbene a malincuore, come il solo modo per ottenere una sovranità ebraica in Terra d’Israele.
L’opposizione dei Revisionisti alla spartizione diminuì un po’ dopo il 1948. Tuttavia essa continuò a tenerli ai margini del discorso politico del paese reale. Laburisti e sionisti liberali dissentivano sulla politica economica. Mapai e Mapam si dividevano sul loro atteggiamento verso l’Unione Sovietica e le politiche sociali. Negli anni ’50 e ’60 dell’immigrazione di massa questi erano i temi cruciali e determinanti per la sopravvivenza e lo sviluppo della nuova nazione.
Discussioni circa il diritto storico su Hebron, Jenin, Gerico o Nablus sembravano del tutto irrilevanti rispetto allo sforzo di stabilire e consolidare uno stato-nazione ebraico in condizioni estremamente difficili. Implicitamente lo riconobbe anche Menachem Begin non invocando mai nemmeno una volta, tra il 1949 e il 1967, una qualunque iniziativa militare volta ad assumere il controllo delle regioni di Giudea e Samaria (Cisgiordania) e nemmeno della parte vecchia di Gerusalemme.
Tutto cambiò con la guerra dei sei giorni (1967). Da un giorno con l’altro, luoghi di millenaria storia ebraica dimenticati o consapevolmente rimossi tornarono al centro del discorso politico e dell’esperienza quotidiana di milioni di israeliani. Un conto è reclamare territori oltre i propri confini, altra cosa insistere per conservare ciò che è caduto in effetti sotto il proprio controllo.
Nessuno lo disse meglio di Moshe Dayan, che incarnava quasi il prototipo del rampollo del movimento laburista: “Siamo tornati a Shiloh ed Anathot per non lasciarli mai più”. In altri termini: la parola d’ordine del Likud – che l’intera Terra d’Israele a ovest del Giordano dovesse rimanere parte di Israele – divenne una realtà, e non più un sogno inverosimile. Ciò che prima del 1967 appariva nel migliori dei casi un’utopia, e nel peggiore un appello irredentista alle armi, divenne una realtà quotidiana a cui gli israeliani di ogni ceto e opinione politica si legarono profondamente.
Ci volle qualche anno perché il Likud vincesse le elezioni, cosa che accadde nel 1977. Le cause immediate erano evidenti: il discredito del partito laburista, considerato responsabile della debacle nella guerra di Yom Kippur (1973) e la nascita del partito di Yigael Yadin, che sottrasse molti voti ai laburisti. Ma ad un livello più profondo quella vittoria segnò un cambiamento del paradigma politica in Israele: i temi sociali ed economici cedettero la ribalta al progetto nazionalista della Terra d’Israele indivisa. Nel 1973 Sharon, dando vita al Likud, diede espressione istituzionale a questo mutamento di paradigma.
Prima il disimpegno dalla striscia di Gaza, ora l’uscita di Sharon dal Likud sembrano indicare una nuova svolta: quando uno come Sharon capisce che il sogno della Terra d’Israele indivisa è una chimera, e una chimera pericolosa, significa che è cambiato qualcosa di fondamentale. Come indicano i sondaggi d’opinione, più della metà degli elettori del Likud sembrano seguirlo, capendo, come lui, che Israele deve definire i propri confini sulla base dell’accettazione della soluzione due-popoli-due-stati, cioè della spartizione.
Il nocciolo duro del Likud, circa 10-15% dell’elettorato, sembra restare fedele al vecchio sogno Revisionista della Terra d’Israele indivisa: si tratterebbe della stessa dimensione percentuale che avevano storicamente le forze del Likud prima del 1967.
Il parallelo mutamento in corso fra i laburisti verso una politica più orientata in senso socialdemocratico, sotto la guida di Amir Peretz, suggerisce un analogo ritorno alle parole d’ordine pre-67: via i temi dell’ideologia nazionalista, e ritorno ai temi della giustizia economica e sociale.
Così come il 1967 rappresentò uno spartiacque, può darsi che, al di là delle inimicizie e ambizioni personali che ovviamente non mancano, le mosse di Sharon – prima il disimpegno, ora l’uscita dal Likud – segnino un nuovo spartiacque nella politica israeliana.

((Shlomo Avineri, scienze politiche Università di Gerusalemme, su: Jerusalem Post, 28.11.05)

Nella foto in alto: Shlomo Avineri, autore di questo articolo