Salam, non propaganda

Ecco perché gli israeliani troveranno l’iniziativa di pace araba decisamente insufficiente

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_2321Il mondo arabo-musulmano – presumibilmente ad esclusione di Iran, Hamas Hezbollah e simili – ha appena fatto un’apertura senza precedenti verso il popolo d’Israele. Per coincidenza, tale apertura è giunta nello stesso momento in cui al-Qaeda si rivolgeva al popolo americano con la sua reazione “ufficiale” all’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca.
L’Autorità Palestinese ha acquistato intere pagine a pagamento sulla stampa israeliana per promuovere il documento noto come “iniziativa di pace araba”. Intanto, nel suo insulso tentativo di guadagnare simpatie e influenzare la gente, il numero due di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri se n’è uscito in internet con un video in cui attacca il neoeletto presidente americano definendolo un ipocrita “servo negro”. Il vice di Osama bin-Laden, visibile solo in un’immagine fissa e il cui messaggio viene letto da una voce fuori campo, afferma che, nonostante l’elezione di un afro-americano “nato da padre musulmano”, gli Stati Uniti non hanno veramente acquisito un “nuovo volto”: intanto le immagini del video mettono in contrapposizione fra loro Malcolm X, icona dello sciovinismo nero, e le foto di Obama con la kippà in testa durante la sua recente visita al Muro (del pianto) a Gerusalemme: e Zawahiri lo accusa di “pregare per gli ebrei”. Zawahiri si rivolge direttamente a Obama tradendo la preoccupazione di al-Qaeda che il nuovo presidente possa dialogare con l’Iran, tirarsi fuori dall’Iraq e concentrare lo sforzo militare sull’Afghanistan. Implicitamente si rivolge ai neri musulmani d’America mettendoli in guardia contro ogni posizione moderata, cerca di spaventare gli americani perché si oppongano al progetto di Obama di impegnare più truppe in Afghanistan, e vuole che premano sul loro governo perché fermi gli attacchi nelle regioni tribali lungo il confine col Pakistan. Assolutamente patetico e inefficace.
Al contrario, lo sforzo del mondo arabo di rivolgersi direttamente al pubblico israeliano è benvenuto e verosimilmente costruttivo. L’Autorità Palestinese ha acquistato spazio pubblicitario su questo e su altri quotidiani israeliani per cercare di guadagnare sostegno all’iniziativa di pace della Lega Araba ispirata a quella del 2002 dell’Arabia Saudita. La stessa inserzione è comparsa anche in arabo su diversi giornali palestinesi.
Va subito detto che è assai allettante l’offerta che sembra provenire da 57 paesi di stabilire piene e “normali” relazioni diplomatiche in cambio del ritiro di Israele sulle linee d’armistizio del 1949. (Nota: l’inserzione appare incorniciata dalle bandiere di 57 paesi, più della metà dei quali non sono membri della Lega Araba, in altri termini non sono firmatari della dichiarazione: un terzo sono stati asiatici e africani che già hanno rapporti di pace con Israele, ma sono tutti paesi definiti islamici, anche se alcuni hanno regimi laici come nel caso della Turchia.)
Si tratta certamente di un’offerta migliore dell’ultima che ricevemmo da Khartoum nell’agosto 1967: “No alla pace, no al negoziato, no al riconoscimento” di Israele. Tuttavia, chiunque abbi ideato questa inserzione, costui non vincerà nessun premio pubblicitario giacché anche la migliore campagna promozionale non può “vendere” quello che in ultima analisi è solo un “prodotto avariato”.
Innanzitutto l’iniziativa viene presentata nei termini di “prendere o lasciare”, mentre andrebbe offerta come una posizione per l’avvio di negoziati. La maggior parte degli israeliani è favorevole alla ricetta “terra in cambio di pace” sulla base della formula “confini del 1967 più aggiustamenti di confine” sancita nella lettera di garanzie inviata nel 2004 dal presidente George W. Bush al primo ministro Ariel Sharon.
Inoltre, l’inserzione pubblicizza come sua chiave di volta la risoluzione dell’Assemblea Generale 194 del dicembre 1948, stesa quando si contavano – forse – 700.000 profughi arabi palestinesi. Oggi le cifre dell’Onu (che comprendono anche tutti i discendenti) arrivano a 4,6 milioni. Secondo l’obsoleta risoluzione 194, “i profughi che desiderano tornare nelle loro case e vivere in pace avranno il premesso di farlo”. (Dal memorandum palestinese presentato il 1 gennaio 2001 in risposta ai parametri del presidente Bill Clinton per un accordo israelo-palestinese: “È importante ricordare che la risoluzione 194 prevede il ritorno dei profughi palestinesi alle loro case, dovunque situate. L’essenza del diritto al ritorno sta nella scelta: ai palestinesi deve essere data la possibilità di scegliere dove vogliono stabilirsi, compreso il ritorno alle case da cui furono allontanati”.) Applicata oggi, dopo tutti questi anni, la 194 suonerebbe la campana a morto d’Israele per via demografica. Con tutta evidenza, l’unica soluzione possibile è che i profughi arabi si stabiliscano nel mondo arabo e nello stato palestinese che verrà creato a fianco di Israele, e non dentro Israele.
La risoluzione 194 è così antiquata che chiede la protezione dei luoghi santi di Nazareth. E, lungi dal chiedere che Gerusalemme est sia capitale dello stato palestinese, dice che Gerusalemme e Betlemme “devono ricevere un trattamento speciale e separato dal resto della Palestina ed essere poste sotto effettivo controllo delle Nazioni Unite”.
Altrettanto preoccupante il fatto che né l’inserzione né il piano saudita originario riconoscono l’inalienabile diritto del popolo ebraico ad una sede nazionale all’interno di confini concordati.
Ecco perché gli israeliani – su tutto l’arco politico – troveranno l’iniziativa di pace araba decisamente insufficiente. Tuttavia molti di noi, sebbene frustrati dal fatto che arrivi così tardi un’offerta ancora tanto distante dalle necessità minime di Israele, concordano col presidente Shimon Peres quando dice che si tratta di un’apertura che merita d’essere esplorata. Dopo tanti spargimenti di sangue e tante sofferenze da entrambe le parti, scongiuriamo il mondo arabo e musulmano: non facciamo della propaganda, non aspettiamo altri sessant’anni, facciamo la pace sul serio.

(Da: Jerusalem Post, Israele.net, 21.11.08)

Si veda anche:
Hamas e il piano saudita

http://www.israele.net/sezione,,1204.htm