Scherzi d’Egitto

Beffe in stile candid camera: poco divertenti, ma molto istruttive.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3499Talvolta le beffe in stile candid camera possono essere più istruttive che divertenti. La tv egiziana Al-Nahar ha mandato in onda separatamente le interviste a tre popolari attori, due uomini e una donna, ai quali a un certo punto è stato fatto credere che la loro apparizione veniva trasmessa sul Canale Due della televisione israeliana. Tanto è bastato per scatenare reazioni a base di insolenze e violenza fisica.
Poco importa se tutti e tre fossero sinceramente indignati sino a quel punto, o se abbiano semplicemente ritenuto più prudente tutelare la propria reputazione rispetto alla possibile percezione di una qualunque contaminazione israeliana: ciò che conta è che anche la più remota e indiretta connessione con Israele è stata presentata come sufficiente giustificazione per una siffatta esplosione di furore.
L’attore Ayman “Tuhami” Kandeel, convinto che l’intervistatrice fosse israeliana, per questo solo fatto l’ha presa a pugni mandandola K.O. per poi mettersi a scagliare sedie e tavolini contro i tecnici di studio. Il suo collega, l’attore Mahmoud Abdel Ghaffar, ha preso a sberle l’intervistatore sbattendogli la testa con violenza prima di convincersi che “qui siamo tutti egiziani”, come gli gridava lo staff. A quel punto si è giustificato dicendo: “Mi avete messo davanti uno che sembra ebreo: io, gli ebrei, li odio a morte”. La reazione aggressiva dell’attrice Mayer El Beblawi è stata invece soltanto verbale, ma grondante di repulsione per gli ebrei: “Sono tutti bugiardi – ha detto con assoluta convinzione – Piagnucolano per l’Olocausto, o come cavolo si chiama. Sono assassini di profeti. Allah non ha maledetto vermi e tarme quanto ha maledetto gli ebrei”.
Questa non è che una delle tante dimostrazioni della natura del “nuovo Egitto”, quello sfornato dalla cosiddetta “primavera araba”. Per essere onesti bisogna ricordare che la propaganda giudeofoba e visceralmente anti-israeliana permeava i mass-media egiziani sotto controllo statale già prima della caduta di Hosni Mubarak. Ma se davvero qualche ingenuo osservatore occidentale aveva sperato che dalla rivolta araba scaturissero atmosfere giovani, colte e liberali, esplosioni come queste a beneficio delle masse egiziane spazzano via definitivamente ogni pia illusione.
Sotto molti aspetti queste reazioni apparentemente spontanee sono più allarmanti del violento assalto dello scorso settembre all’ambasciata israeliana al Cairo, con la folla inferocita che invocava “morte agli ebrei”. La principale differenza è che questa volta non c’erano in gioco né una marmaglia invasata né una psicosi di massa deliberatamente alimentata. Al contrario i tre attori, vere celebrità nella società egiziana, appartengono alla élite privilegiata, verosimilmente più acculturata e presumibilmente meno fanatica.
E non è grave solo il caso dell’Egitto, anche se è dall’Egitto che ci aspetteremmo di meglio se non altro perché ha firmato un trattato di pace con Israele più di trent’anni fa. Tutti gli stati arabi in concerto promuovono un dinamica combinata che spegne qualsiasi parvenza di pensiero evoluto, persino nell’ambito dello strato più elevato degli intellettuali, quello che gli stranieri contano che sia meglio informato e capace di aprire la strada a tolleranza e coesistenza.
È ciò che ha scoperto a proprie spese l’acclamato scrittore algerino Boualem Sansal lo scorso maggio, dopo che aveva osato fare una breve apparizione al Terzo Festival Internazionale degli Scrittori di Mishkenot Sha’ananim, a Gerusalemme. Sapeva che avrebbe sollevato un vespaio, ma ha ugualmente deciso di affermare con coraggio la propria indipendenza. Atipico nel mondo arabo, Sansal è sempre stato un critico esplicito dell’autocrazia in vigore nel suo paese e dei musulmani fanatici. La sfida di Sansal di visitare Israele è giunta dopo che a Parigi era già stato insignito del “Gallimard Prix du Roman Arabe” di quest’anno per il suo libro “Rue Darwin”. Il Consiglio degli ambasciatori arabi con sede a Parigi partecipa al processo di selezione, ma dopo le rumorose condanne da parte di Hamas gli ambasciatori hanno fatto precipitosa marcia indietro. Nonostante la decisione degli ambasciatori arabi di ritirare il premio già assegnato, i membri francesi del Comitato Gallimard lo hanno ugualmente conferito a Sansal con una cerimonia alternativa.
La scorsa settimana Israele ha deciso di parlare apertamente della vicenda. Non che Sansal abbia bisogno del nostro aiuto, ma forse dobbiamo fargli sapere che apprezziamo questo suo non omologarsi alla cultura dell’odio. Il ministro degli esteri israeliano Avigdor Liberman, incontrando i suoi colleghi europei a Bruxelles, ha chiesto loro di non rimanere in silenzio sulla vicenda Sansal se davvero credono alle loro stesse dichiarazioni in fatto di libertà, tolleranza e rispetto reciproco.
Questo è il punto. Troppo facile incolpare tutti gli arabi dei mali del conflitto con Israele. Ma è vero che questi mali scaturiscono dall’interno di società che coltivano l’odio con vero e proprio zelo. Se Europa e occidente continueranno opportunisticamente a ignorare l’odio arabo nelle alte sfere – un odio ratificato e ormai diventato “di rigore” – allora saranno ben scarse le prospettive di una sostanziale riforma del modo arabo.

(Da: Jerusalem Post, 26.7.12)

Nelle foto in alto: Boualem Sansal a Gerusalemme

Si veda:

Sansal. Il vento antisemita gela le primavere arabe. Intervista a Boualem Sansal, di Stefano Montefiori (La Lettura, Corriere della Sera)

http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=2&sez=120&id=45454

Rozzi, ignoranti, maneschi e orgogliosamente antisemiti. Sconcertante reazione di attori egiziani su candid camera

http://www.israele.net/articolo,3493.htm