Se cade il “muro di Berlino” del petrolio

La storica dipendenza energetica degli Stati Uniti dal Medio Oriente potrebbe presto cambiare.

Di Dore Gold

image_3440Nel 1945, nonostante le sue precarie condizioni di salute, il presidente Franklin D. Roosevelt decise di incontrare il re saudita Abdul Aziz a bordo dell’incrociatore americano “USS Quincym” nel Grande Lago Amaro egiziano. Sullo sfondo dell’insolito incontro si stagliava una radicale trasformazione del mercato mondiale del petrolio.
Washington si era resa conto che, a causa della necessità di rifornire di carburante gli alleati durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti avevano esaurito le riserve di petrolio in Texas e Oklahoma. L’Arabia Saudita e il Medio Oriente erano dunque considerati la fonte di approvvigionamento alternativa nel lungo periodo. Nel 1944 un influente geologo aveva detto al governo americano: “Il centro di gravità del petrolio mondiale si sta spostando verso il Medio Oriente”. Il geologo aveva ragione. Se nel 1948 il 64% della produzione mondiale di petrolio proveniva ancora dagli Stati Uniti, nel 1972 la produzione americana di petrolio era scesa al 22% di quella mondiale, mentre la produzione di petrolio dal Medio Oriente continuava a crescere. Di conseguenza, la politica estera degli Stati Uniti doveva trovare un equilibrio tra l’obiettivo di salvaguardare l’accesso al petrolio saudita, la cui produzione cercava di incoraggiare, e l’impegno americano di promuovere il diritto del popolo ebraico ad una sede nazionale e, più tardi, alla sicurezza in Israele. Questa tensione raggiunse l’apice durante la guerra di Yom Kippur del 1973 quando gli Stati Uniti decisero di istituire un ponte aereo per rifornire militarmente Israele (attaccato da Egitto e Siria, riforniti di armi dall’Unione Sovietica) e re Feisal, figlio di Abdul Aziz, lanciò l’embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e i loro alleati. Il prezzo del petrolio schizzò alle stelle. Successivamente, dopo la caduta dello scià in Iran nel 1979, il prezzo del petrolio in occidente balzò di nuovo verso l’alto.
La politica americana in Medio Oriente è apparsa spesso presa in ostaggio dalla natura mutevole della politica nella regione (d’altra parte, secondo diversi osservatori, è da almeno quarant’anni che la politica occidentale è “ostaggio” degli interessi dei paesi petroliferi mediorientali). Ora però sembra che questa storica dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio mediorientale stia per cambiare drasticamente. David Ignatius è uno dei più autorevoli commentatori di affari mediorientali per il Washington Post. In un articolo del 5 maggio scorso ha riferito che, stando a un rapporto commerciale interno per l’industria petrolifera, grazie all’espansione della produzione di petrolio e gas da scisti bituminosi, entro il 2020 gli Stati Uniti diventeranno il primo produttore mondiale di petrolio, gas e biocarburanti, superando Russia e Arabia Saudita. Quando questa trasformazione sarà avvenuta, si prevede un crollo delle importazioni energetiche di petrolio e gas da parte degli Stati Uniti: se nel 2010 le importazioni coprivano il 52% del fabbisogno energetico americano, nel 2020 gli Stati Uniti avranno bisogno di importare soltanto il 22% di petrolio e gas dall’estero, e non necessariamente dal Medio Oriente.
Le implicazioni politiche internazionali di questo cambiamento sono immense. Ignatius cita uno degli esperti con cui si è consultato il quale afferma che, per l’industria energetica, quello che sta accadendo “è l’equivalente della caduta del muro di Berlino”. Gli Stati Uniti non dovranno più fare affidamento sul petrolio mediorientale, aggiunge l’esperto: “il trauma dell’embargo petrolifero del 1973 sta finendo adesso”.
In effetti, la situazione per gli Stati Uniti diventa ancora più rosea se si tiene conto del quadro di tutto l’emisfero occidentale. La British Petroleum prevede che entro il 2030 l’intero emisfero occidentale sarà energeticamente autosufficiente. Vi sono una serie di ragioni per questo ottimismo. Per anni il Brasile ha sviluppato l’industria dell’etanolo per produrre carburante per i suoi veicoli. Ma ora il Brasile ha scoperto enormi giacimenti di petrolio off-shore nell’Atlantico meridionale. Ma la vera buona notizia viene dal Canada. Nella provincia di Alberta vi sono enormi sabbie bituminose che potrebbero rifornire gli Stati Unite se verrà costruito l’oleodotto “Keystone Pipeline” di 2.700 km: un progetto che è al centro di un acceso dibattito negli Stati Uniti giacché il presidente Obama sembra sensibile agli argomenti della lobby verde contro l’oleodotto, mentre i repubblicani sostengono che l’America deve affrancarsi dal petrolio mediorientale.
Israele (che a sua volta sta trovando giacimenti di gas off-shore) deve senz’altro arrivare ad accordi di pace coi suoi vicini. Ma i termini di qualunque accordo non dovrebbero essere influenzati dalla dipendenza occidentale dal petrolio mediorientale, una dipendenza che finora ha indubbiamente prodotto forti pressioni internazionali su Israele. Non c’è ragione perché Israele debba sentirsi costretto a tornare sulle linee armistiziali del 1967, e non debba invece tutelare il proprio legittimo diritto a confini difendibili, senza che la spada di Damocle del petrolio mediorientale incomba sopra la sua testa.

(Da: Israel HaYom, 18.5.12)

Nell’immagine in alto: il tracciato del Keystone Pipeline

Si veda anche:

Giacimenti di gas e confini internazionali. Tamar e Leviathan appartengono a Israele, ma in futuro ci vorranno confini marittimi reciprocamente concordati.

http://www.israele.net/articolo,3048.htm

Porre fine al monopolio del petrolio. La tecnologia israeliana sta rivoluzionando l’uso del trasporto elettrico e dei biocarburanti

http://www.israele.net/sezione,,3035.htm

Da Israele al Ghana per coltivare l’energetica jatropha. Un metodo innovativo israeliano per produrre biocarburante potrebbe ridimensionare il potere del petrolio mediorientale

http://www.israele.net/sezione,,2310.htm