Se l’Unione Europea etichetta i prodotti in base alla «linea verde»

Un’iniziativa arrogante, controproducente e arretrata.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3741Che si tratti del vino delle alture del Golan, dei bretzel di Ariel o dei cosmetici del Mar Morto, sta di fatto che l’Unione Europea ha preso di mira tutte le merci israeliane prodotte al di là della “linea verde”. Lo scorso dicembre il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea ha ribadito il suo “impegno a garantire continua, piena ed efficace attuazione della legislazione UE in vigore e degli accordi bilaterali relativi ai prodotti degli insediamenti”. Quello che intendono dire è che l’etichetta “made in Israel” deve valere esclusivamente per i beni prodotti all’interno della “linea verde” affinché i consumatori europei possano distinguerli. Il mese scorso i ministri di Spagna, Portogallo, Francia, Regno Unito, Irlanda, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Belgio, Austria, Slovenia, Lussemburgo e Malta hanno firmato una lettera indirizzata al responsabile della politica estera della UE, Catherine Ashton, in cui ribadiscono il loro sostegno all’etichettatura differenziata dei beni prodotti nelle città, nei villaggi e nei parchi industriali che sorgono in Giudea e Samaria (Cisgiordania). E tredici paesi costituiscono quasi la metà dei 27 stati membri dell’Unione Europea.
A quanto risulta, Washington ha già fatto notare che questa decisione non farebbe altro che complicare ulteriormente i rinnovati sforzi americani ed europei per mediare un accordo di pace fra Israele e Autorità Palestinese. A nostra volta vorremmo aggiungere alcune ragioni che dimostrano quanto questa fissazione dell’etichettatura in base alla “linea verde” sia sbagliata.
Innanzitutto, l’ipotesi che ne sta alla base è che soltanto Israele sia da ritenere responsabile, e dunque da penalizzare, per lo stallo del processo di pace, ignorando completamente le responsabilità della parte palestinese (rifiuto intransigente delle più avanzate offerte di compromesso, continuo incitamento e indottrinamento all’odio verso l’esistenza stessa di Israele, rifiuto di riprendere i negoziati diretti senza precondizioni). Di più. Incolpando solo Israele, si incoraggia i palestinesi a persistere con l’istigazione, col rifiuto di tornare al tavolo delle trattative, con la mortificazione delle forze più moderate all’interno della loro società.
In secondo luogo, un’etichettatura pensata per favorire il boicottaggio dei prodotti israeliani finirebbe col colpire l’economia palestinese. Le aziende israeliane al di là della “linea verde” danno lavoro a decine di migliaia di palestinesi. E poiché i legami economici sono difficili da districare, il boicottaggio inevitabilmente si tradurrebbe in una punizione collettiva degli ebrei che vivono su entrambi i versanti della “linea verde” e degli stessi palestinesi.
Infine, nessuno sa dove verranno fissati i confini definitivi. L’idea di uno scambio di terre grazie al quale Israele cederebbe aree all’interno della “linea verde” in cambio dell’annessione dei blocchi di insediamenti più popolosi al di là della “linea verde” (e che non costituiscono più del 2% della Cisgiordania) da tempo è diventata uno dei principi centrali del negoziato fra israeliani e palestinesi. Proprio di recente anche la Lega Araba sembra aver accettato il concetto che le linee armistiziali del 1949 non sono sacre e che “limitati” scambi di territorio sono del tutto accettabili. Dunque, soltanto i negoziati determineranno l’assetto finale dei territori contesi di Cisgiordania. Nel frattempo, i futuri confini restano ignoti: solo il negoziato diretto israelo-palestinese li potrà definire. Etichettando i prodotti, l’Unione Europea si arroga la facoltà di decidere (al posto degli interessati) che tutti gli insediamenti al di là della “linea verde” dovranno essere smantellati e che tutta la Cisgiordania dovrà essere resa Judenrein (epurata dalla presenza ebraica). Un’idea che la stessa Lega Araba non sostiene più.
L’etichettatura dei prodotti israeliani ricorda piuttosto il vecchio boicottaggio diplomatico, economico e culturale che gli stati arabi decretarono contro Israele sin dal momento della sua fondazione, quando la Cisgiordania era occupata dalla Giordania e tutti gli insediamenti ebraici che sorgevano al di là delle linee armistiziali del 1949 avevano subito la ripulitura etnica ed erano stati distrutti.
Davvero un bell’aiuto al dialogo e alla ricerca di un compromesso di pace.

(Da. Jerusalem Post, 19.5.13)

Si veda anche:

“Confini del ’67: un errore storico, un ostacolo politico, un nonsenso logico” e “Per una corretta lettura della risoluzione Onu 242”
in calce a: “Narrazione araba e verità storica. Perché la risoluzione 242 non esige un ritiro sulle linee pre-’67, e di Gerusalemme non parla nemmeno”.

http://www.israele.net/articolo,3475.htm