Se l’Unione Europea si appiattisce sulla posizione palestinese

Termini e concetti rivelano che le dichiarazioni della UE si basano sulla propaganda anti-israeliana.

Di Yochanan Visser

image_3620La scorsa settimana i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno adottato una dichiarazione sui recenti sviluppi in quello che definiscono “il processo di pace in Medio Oriente”. Nella dichiarazione, la UE afferma che tutte le parti devono astenersi da atti che possano minare la fiducia reciproca e la fattibilità di una soluzione a due stati. Ma si tratta di una dichiarazione che dimostra quanto la UE abbia perso contatto con realtà israeliana e del conflitto.
Il primo problema è che non c’è alcun processo di pace in corso da quando, nel 2009, la dirigenza palestinese ha deciso di abbandonare i negoziati bilaterali con Israele: una mossa che trova origine in un calcolato cambiamento di strategia nella politica dell’Autorità Palestinese verso Israele. Inoltre, la maggior parte dei paesi della stessa UE hanno a loro volta compromesso le chance di un accordo negoziato sulla soluzione a due stati quando, lo scorso 29 novembre, hanno sostenuto, con il voto a favore o l’astensione, la richiesta unilaterale dell’Autorità Palestinese di riconoscimento statale da parte dell’Onu. Con quel voto la UE si è resa corresponsabile dell’abrogazione degli Accordi di Oslo. Si legge infatti all’articolo 31 degli Accordi di Oslo: “Nessuna delle parti deve avviare o adottare alcun passo che modifichi lo status giuridico di Cisgiordania e striscia di Gaza prima del risultato dei negoziati per lo status definitivo”. L’Autorità Palestinese ha eluso i negoziati per lo status definitivo per ottenere il riconoscimento di uno stato palestinese da parte del mondo. Si è trattato di un chiaro tentativo di modificare lo status giuridico della Cisgiordania e questo atto unilaterale ha chiaramente minato la fiducia nella buona fede e nel valore degli accordi firmati. Ha anche messo a rischio la relativa calma e il fragile status quo in Cisgiordania, come si è visto chiaramente con la serie di episodi di violenza che si sono verificati nelle ultime due settimane. Non a caso sabato scorso dei palestinesi a Hebron hanno persino annunciato l’inizio di una terza intifada.
Ma c’è di più. Una lettura attenta della dichiarazione dei ministri europei mette in luce come, in tutta evidenza, la UE basa la propria politica su informazioni provenienti da fonti palestinesi e da Ong affiliate con la parte palestinese. Ad esempio, quando parla delle linee di cessate il fuoco in vigore prima della guerra dei sei giorni del 1967, la UE usa la parola “confini”. Questi “confini” erano in realtà linee armistiziali stabilite dopo l’aggressione araba contro Israele del 1948. Sono i palestinesi che parlano di “confini” per rafforzare la loro pretesa sulla totalità della Cisgiordania.
Quando esprime “profondo sgomento” e “forte opposizione” al piano di Israele di sviluppare la cosiddetta area E1 fra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, la UE afferma che tale piano “metterebbe a repentaglio la possibilità di uno stato palestinese continuo e praticabile”. La UE ha persino sostenuto che il piano “potrebbe comportare il trasferimento forzato di popolazione civile”. Anche queste sono asserzioni tratte direttamente dalla propaganda dell’Autorità Palestinese.
La realtà dei fatti circa l’area E1 dimostra che il piano non minaccia in alcun modo la continuità di un praticabile stato palestinese. E1 è un’area di 11,7 kmq di colline spoglie e disabitate del Deserto di Giudea, adiacente ai margini orientali di Gerusalemme e collega questa a Ma’ale Adumin, un sobborgo di 40.000 abitanti che sorge 4,5 km a est di Gerusalemme. Ma’ale Adumim fa parte di quegli agglomerati che tutti i governi israeliani, anche quello di Yitzhak Rabin, hanno sempre affermato che resteranno parte di Israele nel quadro di qualunque accordo definitivo coi palestinesi, e lo sviluppo dell’area E1 è necessario per evitare che Gerusalemme torni ad essere una periferica città di frontiera, come fu nel periodo a cavallo del 1948 e fino al 1967 quando era una città spaccata in due e sotto costante attacco.
E1, che fa parte della municipalità di Ma’ale Adumim e si trova in Area C, è stata teatro di incessanti costruzioni abusive da parte palestinesi e furti di terre da parte di tribù beduine. In base agli Accordi di Oslo, nell’Area C Israele mantiene la facoltà di zonizzazione e pianificazione urbanistica. Costruire in E1 non minaccia affatto la continuità dello stato palestinese perché a est di Ma’ale Adumin esistono almeno 15 km di terra che connettono il nord e il sud della Cisgiordania. Israele ha anche sviluppato un progetto per la costruzione di una strada che aggira a est Ma’ale Adumim, collegando direttamente Betlemme a Ramallah. In realtà la nuova strada ridurrà il tempo di percorrenza per i palestinesi. La mappa qui riportata mostra chiaramente che lo sviluppo dell’area E1 non minerebbe affatto la continuità territoriale dello stato palestinese, e che il corridoio di collegamento fra nord e sud della Cisgiordania non è più stretto di quello (ben più lungo) che usavano gli israeliani per spostarsi da nord a sud del loro paese prima del ’67 (e che verosimilmente tornerebbero a usare dopo la nascita dello stato palestinese).
Per quanto riguarda poi l’affermazione della UE che lo sviluppo in E1 potrebbe comportare il trasferimento forzato di popolazione civile, va ricordato che oggi quell’area è quasi completamente disabitata. Gli unici palestinesi che vi si trovano, si sono stabiliti di recente e illegalmente. A questo proposito è anche importante sottolineare che nessuna attività degli insediamenti israeliani ha mai comportato alcun trasferimento di popolazioni palestinesi. La EU inoltre ignora il fatto che l’Autorità Palestinese sta creando fatti compiuti sul terreno a est di Gerusalemme. Nel 2001 l’esponente dell’Olp Faisal Husseini, all’epoca ministro dell’Autorità Palestinese per gli affari di Gerusalemme, affermò che costruire senza permessi nella zona di Gerusalemme era una delle armi dei palestinesi nella lotta contro Israele. Oggi più del 40% delle case a Gerusalemme est sono abusive. Muhammed Nahal, un esperto di pianificazione urbanistica alle dipendenza dell’Autorità Palestinese, elaborò un piano per la costruzione di tre città palestinesi attorno a Gerusalemme allo scopo di circondare i quartieri ebraici. Solo lo scoppio della seconda intifada impedì l’attuazione del piano.
Alla fine della sua dichiarazione sul “processo di pace” in Medio Oriente, la UE esorta ancora una volta alla riconciliazione fra palestinesi come un elemento importante per l’unità del futuro stato palestinese e il raggiungimento di una soluzione a due stati. Al comunicato dei ministri degli esteri riuniti a Bruxelles ha poi fatto seguito una condanna delle “dichiarazioni incendiarie da parte di leader di Hamas che negano il diritto di esistere d’Israele”. Secondo funzionari israeliani, quattro paesi della UE hanno cercato di bloccare persino questa laconica condanna delle “dichiarazioni incendiarie”. Il problema è che non si tratta di semplici dichiarazioni, bensì della politica ufficiale di Hamas. Hamas è convinta che inesorabili e spietati attacchi contro la popolazione israeliana causeranno prima o poi il collasso della società israeliana e con esso la fine dello stato di Israele. È difficile capire perché la UE veda con favore gli sforzi di riconciliazione fra Autorità Palestinese e Hamas per arrivare alla soluzione a due stati mentre contemporaneamente riconosce che i capi di Hamas esortano alla distruzione di Israele. Il discorso del capo di Hamas Khaled Mashaal durante la sua recente visita a Gaza ha messo in chiaro per l’ennesima volta che Hamas, un’organizzazione terroristica che non riconoscerà mai lo stato di Israele, non può essere interlocutore in qualunque processo di pace. Mashaal, secondo il quale tutto il territorio di ciò che oggi è Israele appartiene ai palestinesi, ha ribadito che Hamas non intende rinunciare o cedere nemmeno un centimetro di tale territorio. Queste dichiarazioni non hanno suscitato una condanna immediata da parte della UE. Anzi, due giorni dopo il discorso di Mashaal la UE ha di nuovo invocato la riconciliazione fra Hamas e Autorità Palestinese come un elemento importante per arrivare a un accordo su una soluzione a due stati.
Tutto questo dimostra quanto l’Unione Europea abbia perso il contatto con la realtà del conflitto israelo-palestinese e quanto la politica europea sia influenzata dalla propaganda palestinese.

(Da: YnetNews, 19.12.12)

Nella mappa in alto: Lo sviluppo dell’area E1 (in blu, indicata dalla freccia piccola) non minerebbe affatto la continuità territoriale dello stato palestinese, e il corridoio di collegamento fra nord e sud della Cisgiordania non è più stretto di quello (ben più lungo) che usavano gli israeliani per spostarsi da nord a sud del loro paese prima del ’67 (e che verosimilmente tornerebbero a usare dopo la nascita dello stato palestinese).

DALL’ARCHIVIO DI WWW.ISRAELE.NET:
17.12.12 – Dopo che l’editoriale del New York Times del 2 dicembre si era scagliato contro Israele per i progetti di costruzione nella zona E-1 (fra Gerusalemme e Ma’ale Adumim), domenica il giornale ha pubblicato una rettifica in cui riconosce che “tale sviluppo non taglierebbe fuori Ramallah e Betlemme da Gerusalemme, né dividerebbe in due la Cisgiordania” e dunque “tecnicamente non renderebbe impossibile la continuità territoriale dello stato palestinese”.

Si veda anche:

“Narrazione araba e verità storica. Perché la risoluzione 242 non esige un ritiro sulle linee pre-’67, e di Gerusalemme non parla nemmeno”. Contiene anche: “Confini del ’67: un errore storico, un ostacolo politico, un nonsenso logico” e “Per una corretta lettura della risoluzione Onu 242”

http://www.israele.net/articolo,3475.htm