Se manca un qualunque coinvolgimento emotivo

Finora Obama ha mostrato maggiore sensibilità verso il mondo arabo che verso Israele

di Eytan Gilboa

image_2503Quando si vuole identificare l’atteggiamento verso Israele di un presidente da poco entrato alla Casa Bianca, bisogna esaminare due componenti della sua personalità e della sua visione del mondo: i sentimenti e gli interessi.
I sentimenti possono scaturire dalle circostanze che hanno accompagnato la nascita dello stato di Israele, come la Shoà e la guerra d’indipendenza, da un profondo senso religioso, o dall’apprezzamento per i valori rappresentanti da Israele e per i suoi successi.
La seconda componente ha a che fare con quanto appaiono coincidenti, agli occhi del presidente, gli interessi degli Stati Uniti e quelli di Israele, soprattutto in Medio Oriente.
Un presidente sarà un amico tanto più fidato di Israele quanto più entrambe le componenti giocheranno un ruolo importante nel forgiare le sue scelte politiche. Sarà meno fidato quando sarà in gioco una sola delle due componenti, e sarà ben poco affidabile se mancheranno entrambe. È un principio che si applica egualmente a presidenti Democratici e Repubblicani.
La maggior parte dei presidenti che si sono succeduti alla Casa Bianca dopo la nascita dello stato di Israele hanno improntato il loro atteggiamento verso Israele a una combinazione di sentimenti e interessi. Come conseguenza di questa combinazione, i rapporti fra Stati Uniti e Israele sono stati descritti e definiti come “speciali”: lo stesso genere di rapporti che gli Stati Uniti mantengono con pochi altri paesi come, ad esempio, la Gran Bretagna.
Nella storia delle relazioni israelo-americane si sono avute diverse varianti di questa combinazione. Il Democratico Harry Truman e il repubblicano Ronald Reagan adottarono politiche basate sulla presenza sia di sentimenti che di interessi. Nixon non sentiva nulla per Israele, ma lo appoggiava per regioni strategiche. Dwight Eisenhower, il comandante che aveva guidato gli Stati Uniti in Europa nella seconda guerra mondiale e che aveva liberato gli ebrei dai campi di sterminio, non provava alcuna emozione verso Israele e anzi lo considerava un peso sul piano strategico. I sentimenti e la percezione di avere interessi comuni influenzarono in larga misura le relazioni Usa-Israele durante il mandato degli ultimi due presidenti, Bill Clinton e George W. Bush.
Nonostante la sua schiettezza, il ricorso a cliché consolidati e gli stretti legami mantenuti con gli ebrei di Chicago, Barack Obama è privo di qualunque particolare sentimento verso Israele. Finora ha dimostrato molta più sensibilità verso il mondo arabo e islamico. E nel suo primo incontro con il primo ministro israeliano Netanyahu è apparso chiaro che anche la componente relativa agli interessi si è affievolita.
Obama e Natanyahu hanno sì concordato su diversi obiettivi, come la necessità di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari e la necessità di risolvere il conflitto arabo-israeliano. Ma circa le priorità e gli strumenti da adottare sono emerse divergenze che, a loro volta, nascono da divergenti visioni del mondo.
Obama vede nella riconciliazione con il mondo arabo e islamico la sfida più importante nonché il mezzo più efficace per affrontare i temi della violenza, del terrorismo e della proliferazione di armi nucleari. Per questo è già stato in Turchia e sta per andare in Egitto, da dove intende rivolgersi a tutti i musulmani. È possibile che, in base a questo suo punto di vista, la riconciliazione con il mondo musulmano comporti una certo grado di ridimensionamento dei “legami speciali” con Israele. Per via del suo desiderio di esibire rapidi progressi nei negoziati israelo-palestinesi e del nesso che ha stabilito fra tali progressi e la possibilità di creare una coalizione regionale e internazionale contro il programma nucleare militare iraniano, Obama si aspetta che Israele aiuti gli Stati Uniti a realizzare i suoi principali obiettivi.
Se Israele non dovesse integrarsi in questo approccio americano in corso di formazione, c’è il serio rischio che l’amministrazione Obama finisca col considerare Israele un elemento che intralcia il conseguimento dei suoi obiettivi. In mancanza di un particolari coinvolgimento emotivo verso Israele e ciò che Israele rappresenta, un tale esito potrebbe comportare gravi conseguenze. Per questo è necessario che Israele presti la massima cooperazione possibile, pur nella difesa dei limiti che la sua sicurezza impone come invalicabili.

(Da; YnetNews, 05.20.09)

Nella foto in alto: il famoso inchino di Barak Obama in visita dal re saudita Abdullah