Sempre tutta colpa di Bibi?

Intanto Erdogan si atteggia a campione anti-Israele, ed è in dubbio il trattato di pace con l’Egitto.

Di Moshe Arens

image_3230Com’è facile e comodo dare sempre tutte le colpe a Bibi. Che si tratti della roboante teatralità anti-israeliana del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan o delle recenti gratuite accuse dell’ex segretario alla difesa americano Robert Gates, si può sempre attribuirne la responsabilità al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, perlomeno stando a tanta parte dei mass-media e dell’opposizione, interna ed esterna. E non ci vorrà molto tempo perché a Netanyahu venga addebitata anche la responsabilità per l’aggressione all’ambasciata israeliana al Cairo e per la bandiera israeliana fatta a brandelli da una folla di egiziani fanatici.
Gli israeliani non avevano bisogno di aspettare le conclusioni della Commissione Palmer dell’Onu sul caso della nave Mavi Marmara per sapere che Israele aveva il pieno diritto di far valere un blocco navale sulla striscia di Gaza controllata da Hamas, e di prendere il controllo della nave turca che cercava di violare il blocco. Con totale disprezzo per il fatto che lo stesso governo turco aveva accettato di creare la Commissione Onu e che essa comprendeva un rappresentante della Turchia, Erdogan ne ha respinto le conclusioni, lanciandosi invece in una serie di attacchi ingiuriosi contro Israele e minacciando Gerusalemme di severe punizioni se non presenterà immediatamente le sue “scuse” (che il rapporto della Commissione non richiede). Ed anche in Israele si levano voci secondo cui Gerusalemme dovrebbe davvero scusarsi. Citando l’insulso detto per cui “è meglio essere furbi che avere ragione”, biasimano Netanyahu per non essersi inchinato all’ultimatum di Erdogan: scuse da parte di Israele che molto probabilmente avrebbero portato Erdogan a gongolare e vantarsi d’aver messo in ginocchio Israele, ma non avrebbero avuto alcuna chance di ispirare un sostanziale mutamento nella politica anti-israeliana, che il leader islamista turco persegue da molto prima dell’incidente sulla Mavi Marmara. I buoni rapporti fra Israele e Turchia degli anni scorsi erano importanti per Israele non meno che per la Turchia. L’apporto alle forze armate turche di tecnologia israeliana per la difesa aveva permesso una sostanziale modernizzazione dell’esercito di Ankara, che oggi appare in forma molto migliore di quanto non fosse alcuni anni fa. Evidentemente Erdogan è convinto che la Turchia abbia ormai ottenuto tutto ciò che le occorreva dal rapporto con Israele e che ora può trarre profitto dalla sua ostilità verso Israele per cercare di guadagnare una posizione di leadership nel mondo islamico. Nel frattempo, per inciso, nessuno si aspetti delle “scuse” da parte della Turchia per i crimini commessi contro gli armeni o per la sanguinosa repressione della minoranza curda (praticata anche sconfinando senza remore in Iraq).
Per quanto riguarda Robert Gates, l’ex segretario alla difesa Usa che ha recentemente dato dell’”ingrato” a Netanyahu, c’è da dire che egli non ha mai fatto parte della lunga schiera di leader americani – come Ronald Reagan, Bill Clinton, George W. Bush, Alexander Haig e George Shultz – che ammirano Israele per il suo coraggio e la sua capacità di resistenza, convinti che il rapporto Usa-Israele sia non solo profondamente radicato nella natura dei due paesi, ma anche di reciproco vantaggio. Robert Gates appartiene piuttosto al ristretto circolo di politici americani che vedono Israele come un piccolo paese che esercita il suo peso a Washington, che ottiene dall’America più assistenza di quanta ne meriterebbe e che dovrebbe mostrarsi grato, scattando sull’attenti ad ogni ordine dalla capitale Usa. Ecco cosa c’è alla radice delle sue critiche al primo ministro israeliano, deliberatamente fatte trapelare alla stampa. Dispiace constatare che anche alcuni israeliani le abbiano applaudite. La dignità nazionale dovrebbe avere ancora un posto nell’ethos di una nazione, in Israele come negli Stati Uniti.
Chi ha prestato attenzione a quel che andava accadendo nei mesi scorsi in Piazza Tahrir, al Cairo, non dovrebbe stupirsi troppo delle folle di dimostranti davanti all’ambasciata israeliana, della bandiera israeliana strappata e, infine, del violento assalto alla sede diplomatica stessa. Quella che negli anni scorsi chiamavamo “pace fredda” con l’Egitto era un accordo firmato con un regime dittatoriale, non con la popolazione e la società egiziana. Ora che quel regime non c’è più, chi può dire quale sarà il destino dell’accordo?
Fu Moshè Dayan che un giorno disse, con un’espressione poco felice: “Meglio Sharm el-Sheikh senza la pace che la pace senza Sharm el-Sheikh” [da intendere: meglio conservare una profondità strategica nel Sinai senza un formale accordo di pace con l’Egitto che avere un formale accordo di pace con l’Egitto senza profondità strategica nel Sinai].
Oggi il rischio, per Israele, è di ritrovarsi senza Sharm al-Sheikh e senza nemmeno la pace con l’Egitto.

(Da: Ha’aretz, 13.09.11)

Nella foto in alto: Moshe Arens, autore di questo articolo

DOCUMENTAZIONE
Lo scorso 4 settembre Israele ha accettato, seppure con riserva, il rapporto Palmer delle Nazioni Unite sul raid alla nave turca (filo-Hamas) Mavi Marmara del maggio 2010. Il rapporto riconosce la legittimità del blocco navale anti-Hamas sulla striscia di Gaza e il diritto di Israele ad agire contro la flottiglia filo-Hamas, sebbene critichi un eccessivo ricorso alla forza da parte di Israele di fronte all’aggressione “violenta e organizzata” contro i suoi soldati.
In particolare, l’ufficio del primo ministro israeliano ha ribadito che Israele non ha nulla di cui “scusarsi” con la Turchia (al di là del rammarico già espresso per le vite perdute), tanto più dopo che il rapporto Palmer delle Nazioni Unite ha stabilito che il blocco navale anti-Hamas su Gaza è legittimo, che Israele aveva il diritto di bloccare la flottiglia turca filo-Hamas diretta a Gaza e che i soldati israeliani, aggrediti sulla Mavi Marmara, hanno agito in condizioni di legittima difesa. Va sottolineato, aggiungeva il governo israeliano, che il rapporto Palmer ha anche stabilito che nella striscia di Gaza non è in corso alcuna crisi umanitaria, e che chiunque voglia far pervenire aiuti umanitari a Gaza può farlo via terra, in coordinamento con Israele e l’Autorità Palestinese. L’ufficio del primo ministro israeliano ha anche ribadito che Israele auspica un pieno ripristino delle relazioni con la Turchia, presumendo che Ankara vorrà conformarsi alle leggi del diritto marittimo internazionale.
Il rapporto Palmer riconosce la pericolosa situazione in cui versa Israele là dove afferma che esso “si trova a fronteggiare una reale minaccia alla sua sicurezza da parte di gruppi militanti di Gaza”, il che giustifica “il blocco navale come una legittima misura di sicurezza volta a impedire l’ingresso di armi a Gaza via mare, e la sua applicazione è conforme ai requisiti del diritto internazionale”. Il rapporto afferma che le Forze di Difesa israeliane hanno agito in condizioni di legittima difesa contro un’aggressione “violenta e organizzata”, una volta a bordo della nave, pur aggiungendo che hanno fatto un uso “eccessivo e irragionevole” della forza e criticando il trattamento dei passeggeri a raid ultimato, per cui raccomanda che Israele emetta “un’appropriata dichiarazione di “regret” [rammarico]” e versi indennizzi alle famiglie delle vittime. Il rapporto critica anche gli organizzatori della flottiglia affermando che “hanno agito in modo irresponsabile nel tentativo di violare il blocco navale”, che vi sono “seri dubbi circa la condotta, la vera natura e gli obiettivi degli organizzatori, in particolare del movimento IHH”, e che “le autorità turche avrebbero potuto fare molto di più per prevenire lo scontro violento”.

Per il testo del rapporto Palmer (in inglese), si veda:

http://www.un.org/News/dh/infocus/middle_east/Gaza_Flotilla_Panel_Report.pdf

Per la posizione del governo israeliano sul rapporto Palmer, si veda (in inglese):

http://www.mfa.gov.il/MFA/Government/Communiques/2011/PMO_statement_publication_Palmer_Report_3-Sep-2011.htm

Si veda anche:

Lo scivolone della Turchia

http://www.israele.net/articolo,3229.htm

I trattati di pace coi dittatori hanno durata limitata

http://www.israele.net/articolo,3212.htm