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MARCO PAGANONI
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» Un razzo Qassam palestinese lanciato lunedì sera dal nord della striscia di Gaza si è abbattuto su un campo nella zona di Shaar HaNegev, nel sud di Israele.
07/02/2012

» Stanziati 845 milioni di shekel (173 milioni di euro) per il risanamento e lo sviluppo turistico del Mar Morto. Lo ha annunciato lunedì il ministro del turismo israeliano, Stas Misezhnikov.
07/02/2012

» In apertura della riunione settimanale del gruppo parlamentare del Likud, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha esortato l’Autorità Palestinese a scegliere tra Hamas e la pace “perché le due cose non possono stare insieme”. Riferendosi all'accordo firmato a Doha tra Fatah e Hamas, Netanyahu ha aggiunto: “Se Mahmoud Abbas (Abu Mazen) mette in pratica questo accordo, vorrà dire che abbandona il processo di pace”.
07/02/2012

» Siria. Ripresi all’alba di lunedì i bombardamenti dell'esercito siriano sulla città di Homs, mentre centinaia di carri armati del regime hanno preso d'assalto la città di Zabadani, nella provincia di Damasco. Secondo un bilancio provvisorio del Consiglio nazionale dell’opposizione siriana, si conterebbero una settantina di morti.
07/02/2012

» Gli Stati Uniti hanno chiuso la loro ambasciata a Damasco ed evacuato i loro ultimi funzionari presenti in Siria “visto il perdurare delle violenze e il deterioramento delle condizioni di sicurezza”. Anche Londra ha richiamata il suo ambasciatore da Damasco.
07/02/2012




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16-09-2005
Insediamenti
M. Paganoni per Nes n. 7, anno 17 - settembre 2005
Per insediamenti si intendono le cittadine e i villaggi abitati da ebrei israeliani, sorti nei territori conquistati da Israele con la guerra dei sei giorni. In alcuni casi si tratta di comunità cancellate dall’attacco arabo nel 1948 e ricreate dopo il 1967 (ad es. Kfar Darom nella striscia di Gaza, Gush Etzion e Beit Ha’arava in Cisgiordania); in altri casi di comunità create ex novo.
Insediamenti sono stati creati sia sotto governi laburisti, sia sotto governi Likud. Scopo principale della prima serie di insediamenti (1968-77) era quello di assicurare una significativa presenza israeliana in aree strategiche della Cisgiordania (come il corridoio Tel Aviv – Gerusalemme), teatri di pesanti combattimenti nelle guerre precedenti.
Un secondo tipo di insediamenti venne inaugurato con l’occupazione nel 1968 del Park Hotel di Hebron, città la cui plurisecolare presenza ebraica era stata sanguinosamente troncata dal pogrom arabo del 1929. Si tratta di insediamenti creati da coloni fortemente ideologizzati, che interpretano la vittoria israeliana del 1967 come un segno della volontà divina di restituire tutta la Terra d’Israele al popolo ebraico e che dunque si insediano anche in aree che non hanno valore strategico. Questo tipo di insediamenti, che hanno goduto di finanziamenti statali a partire dall’avvento al governo del Likud di Menachem Begin (1977), aveva lo scopo di rafforzare la presenza d’Israele su tutta la terra, rendendo difficile la creazione di uno stato palestinese.
Un terzo gruppo di israeliani considerati coloni sono quelli che si sono stabiliti in Cisgiordania principalmente per ragioni economiche (incentivi, case più economiche non distanti dai luoghi di lavoro ecc.).

Gli insediamenti vengono indicati da più parti, dentro e fuori Israele, come un grave ostacolo alla pace. Si può tuttavia notare che nel periodo 1949-67, quando a nessun ebreo era permesso stabilirsi in Cisgiordania e striscia di Gaza, tutti i paesi arabi si rifiutavano di fare la pace con Israele. Dal 1967 al 1977 i governi israeliani creavano solo pochi insediamenti strategici senza che mutasse l’intransigenza dei paesi arabi. Nel 1977, pochi mesi dopo il via libera agli insediamenti del governo Begin, il presidente egiziano Anwar Sadat scendeva a patti con Gerusalemme. Un anno dopo Israele congelava gli insediamenti nella speranza che altri paesi arabi si unissero al processo di Camp David, cosa che però avveniva. Soltanto dopo un’altra dozzina di anni di edilizia nei territori, le controparti arabe accettavano di sedere al negoziato di pace, che si sviluppò negli anni ‘90 nonostante Yitzhak Rabin, Shimon Peres e Benjamnin Netanyahu non avessero fermato la crescita degli insediamenti. Ma quando, al summit di Camp David 2000, Ehud Barak si offrì di smantellare la maggior parte degli insediamenti per creare uno stato palestinese, Yasser Arafat respinse la l’offerta.
Benché certamente ognuna delle mosse appena ricordate riconosca cause e spiegazioni in altre circostanze regionali e internazionali, non si può escludere che esista anche un nesso causale tra attività insediativa israeliana e disponibilità araba al compromesso. Come ebbe a dire il sindaco palestinese di Betlemme Elias Freij, delegato alla conferenza di Madrid, “quando gli israeliani costruiscono insediamenti, il tempo lavora per loro e l’unica via per noi è accettare di negoziare”.
Nel frattempo, però, la maggior parte degli israeliani ha maturato la convinzione che molti insediamenti costituiscano più un onere che un vantaggio per Israele, giacché spesso la loro difesa pone gravi problemi e richiede l’utilizzo e il sacrificio di truppe e risorse che vengono distolte da altri compiti difensivi. Gli insediamenti, inoltre, assorbono ingenti risorse finanziarie per infrastrutture, incentivi e altre spese, per cui il costo militare ed economico di parecchi insediamenti minori non sembra giustificato dal vantaggio strategico.

Presentando alla Knesset l’Accordo ad interim “Oslo Due”, Rabin disse: “Con questo accordo non ci siamo impegnati a sradicare nessun insediamento né a bloccare la loro crescita naturale”. In effetti, la Dichiarazione di Principi (13.09.93) e l’Accordo ad interim (28.9.95) non contengono alcun divieto o restrizione alla crescita delle comunità israeliane nei territori. Con la Road Map (30.4.03), invece, Israele si è impegnato, una volta cessate le violenze palestinesi, a “congelare” le attività di insediamento e a smantellare gli avamposti illegali (cioè creati dopo il marzo 2001).
Nell’agosto 2005 Israele ha sgomberato unilateralmente tutti gli insediamenti nella striscia di Gaza e quattro in Cisgiordania nord-occidentale. In varie circostanze, il primo ministro Sharon ha affermato che Israele non manterrà tutti gli insediamenti in Cisgiordania.

Nell’agosto 2005, alla vigilia dell’operazione di disimpegno, si contavano circa 150 insediamenti nei territori, con una popolazione totale stimata in 246.000 persone. Queste cifre non devono far pensare che un compromesso territoriale sia ormai impossibile. Bisogna infatti considerare la distribuzione degli israeliani nei territori. Mentre la maggior parte degli insediamenti conta meno di 500 abitanti e un quarto di essi non supera i 1.000 abitanti, l’80% degli israeliani di Cisgiordania vive in quelli che in realtà sono sobborghi di grandi città israeliane come Gerusalemme e Tel Aviv, entrambe assai prossime alla Linea Verde (ex linea armistiziale 1949-67 fra Israele e Giordania). Con pochi aggiustamenti di confine, un eventuale accordo di pace finale potrebbe agevolmente includerli all’interno di Israele: si tratta dei famosi “blocchi di insediamenti” (Ariel, Gush Etzion, Ma’aleh Adumim, Givat Ze’ev, Latrun) che, complessivamente, non coprono più del 5% del territorio di Cisgiordania.
In effetti, tutte le più importanti proposte di compromesso territoriale prevedono tali aggiustamenti di confine: dalla risoluzione Onu 242 del 1967 agli accordi di Oslo degli anni ‘90, fino alle proposte di Camp David del luglio 2000, ai punti di Clinton del dicembre 2000 e alle offerte di Taba del gennaio 2001. Li prevede lo stesso accordo “virtuale” di Ginevra firmato da private personalità israeliane e palestinesi nel dicembre 2003, la proposta di compromesso forse più avanzata che sia mai stata formulata.


Nella foto in alto: Il kibbutz Kfar Darom (striscia di Gaza) nel febbraio 1947, circa un anno prima d’essere attaccato e, dopo una strenua resistenza di quasi tre mesi, conquistato dall’esercito egiziano durante la guerra d’indipendenza d’Israele

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Gilad Shalit al suo arrivo nella base israeliana di Tel Nof, ricevuto da Netanyahu (clicca sulla foto per il commento di Marco Paganoni)