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Il ministro israeliano delle comunicazioni, l’arabo druso Ayoub Kara, si sta adoperando per convincere l’Arabia Saudita a permettere voli diretti da Tel Aviv per i musulmani israeliani che desiderano recarsi in pellegrinaggio alla Mecca. Benché non esistano rapporti diplomatici fra Israele e Arabia Saudita, Kara spera che la mutata realtà del Medio Oriente e le trattative regionali promosse dagli Stati Uniti rendano possibile il progetto, stando a quanto riferito mercoledì dal sito di notizie Bloomberg. Attualmente, ogni anno le migliaia di musulmani israeliani che vogliono fare il pellegrinaggio devono passare, in autobus o in aereo, attraverso la Giordania. Poiché l’Arabia Saudita non riconosce i passaporti israeliani, Kara prospetta anche la possibilità che i sauditi rilasciano documenti di viaggio temporanei ai pellegrini israeliani.

Il piano (approvato lo scorso anno dal governo israeliano) per l’espansione della città palestinese di Qalqilya nell’Area C (sotto controllo israeliano in base agli Accordi di Oslo) “non è un premio al terrorismo e anzi migliorerà la sicurezza”. Lo ha detto mercoledì il ministro della difesa Avigdor Liberman rispondendo alle critiche dall’estrema destra. Liberman  ha spiegato che il progetto rientra nella sua politica di reagire in modo energico e mirato a ogni attentato alla sicurezza e nello stesso tempo premiare le zone palestinesi dove viene preservata la calma. Qalqilya sorge a ridosso di una grande arteria stradale israeliana della ex linea armistiziale del ’49, nei pressi del punto più stretto di Israele pre-’67 a soli 15 km dalla costa del Mar Mediterraneo. Molti anni fa era una tranquilla meta di shopping per i cittadini israeliani e i suoi abitanti palestinesi entravano liberamente in Israele per lavoro e divertimento. Alcuni abitanti ricordano ancora volentieri quando da Qalqilya si recavano alle spiagge israeliane in bicicletta. Tutto ciò ebbe termine alla fine del 2000 con lo scoppio della seconda intifada quando un’ondata di stragi suicide ebbe origine, fra l’altro, proprio da questa città, tanto che Israele dovette ricorrere al drastico provvedimento di circondarla su tre lati con la barriera di sicurezza. Negli ultimi anni, invece, Qalqilya è risultata fra le città palestinesi più tranquille. Liberman ha dettoche il piano prevede la costruzione di 6.000 abitazioni al ritmo di 300-400 all’anno, nell’Area C sotto controllo israeliano ma su terreni di proprietà privata palestinese, e tutte sul lato palestinese della barriera di sicurezza.

Record di visitatori in Israele nella prima metà dell’anno, con un aumento del 26% rispetto allo stesso periodo del 2016. E’ quanto emerge dai dati diffusi lunedì dall’Ufficio Centrale di Statistica israeliano. Solo nel mese di giugno, il numero degli arrivi è salito del 25,7% rispetto al giugno precedente. I turisti dagli Stati Uniti, che resta in cifra assoluta il primo paese per provenienze, sono aumentati del 20%. Ma gli aumenti più vistosi sono stati quelli dalla Russia (+31%) e dalla Cina (che in cifra assoluta per ora costituisce un piccolo segmento dell’industria del turismo in Israele). L’incremento generale è tanto più significativo dal momento che la valuta israeliana, lo shekel, è attualmente al suo cambio più alto contro il dollaro da quasi tre anni, il che rende più costosa la vacanza in Israele. Un fattore importante nell’aumento del turismo è stato l’accordo “Open Skies” con l’Unione Europea per la liberalizzazione dei voli, che ha determinato un aumento senza precedenti dei collegamenti e tariffe più basse. Di conseguenza anche i voli all’estero degli israeliani sono aumentati del 14%. L’industria del turismo resta una voce importante dell’economia israeliana, con ricavi stimati a circa 9,4 miliardi di shekel nella prima metà del 2017.

Durante un’operazione anti-terrorismo martedì notte nel campo palestinese di Jenin i soldati delle Forze di Difesa israeliane sono stati attaccati da terroristi con armi automatiche e lancio di ordigni esplosivi. I militari hanno risposto al fuoco. Nello scontro che ne è seguito sono morti due palestinesi, un terzo è rimasto ferito.

Una raffigurazione senza precedenti della storia biblica di Giona e della “balena” è stata rinvenuta di recente fra i mosaici della sinagoga di tarda epoca romana a Huqoq, in bassa Galilea, risalente al V secolo e.v. Il mosaico (non ancora fotografato) mostra le gambe di Giona che spuntano dalla bocca di un grande pesce, inghiottito da un pesce più grande, inghiottito a sua volta da un terzo pesce ancora più grande. Secondo il team di specialisti dell’Università del North Carolina che dal 2012 conduce scavi nel sito, questa è la prima rappresentazione che si conosca della storia di Giona in un’antica sinagoga in Israele. I mosaici venuti alla luce negli anni scorsi rappresentano altre scene bibliche importanti come l’arca di Noè, Sansone con le volpi e l’apertura del Mar Rosso dove si vedono i soldati del faraone inghiottiti da grossi pesci simili a quelli di Giona. Oltre alla sinagoga romana, il sito ospita anche resti di quella che è forse una sinagoga medievale. “Queste scene sono molto rare nelle sinagoghe antiche – ha spiegato la direttrice dello scavo, Jodi Magness – Gli unici altri esempi rinvenuti sono a Gerasa in Giordania, Mopsuestia in Turchia, Khirbet Wadi Hamam in Israele e Dura Europos in Siria”. Il mosaico di Huqoq incorpora anche elementi greco-romani come il dio Elio su un carro a quattro cavalli e arpie nella scena di Giona. Particolarmente interessante la scena, scoperta nel 2013-14, di quello che potrebbe essere il leggendario incontro tra Alessandro Magno e il sommo sacerdote ebreo. Vedi le immagini su Times of Israel

Il rapporto odierno dell’Onu sulla crisi umanitaria nella striscia di Gaza “dimostra al di là di ogni dubbio che il governo dei terroristi di Hamas negli ultimi dieci anni non solo ha portato ad attacchi ininterrotti contro israeliani innocenti, ma ha anche causato nient’altro che sofferenza e distruzione ai palestinesi di Gaza”. Lo ha detto martedì il rappresentante d’Israele all’Onu, Danny Danon, sottolineando come Hamas continui a sfruttare gli aiuti umanitari per scopi terroristici danneggiando i civili palestinesi e israeliani e sabotando gli sforzi della comunità internazionale.

L’outsider Avi Gabbay ha vinto le primarie del partito laburista israeliano battendo con il 52,4% dei voti l’avversario Amir Peretz nel ballottaggio di lunedì, che ha visto una significativa affluenza al voto degli iscritti. Imprenditore, manager di stato nelle telecomunicazioni, ex militante del partito di centro Kulanu, ministro dell’ambiente in un governo di centrodestra fra il 2015 e il 2016, iscritto al partito laburista da soli sette mesi, Gabbay, mai stato membro della Knesset e privo di esperienza militare, viene già descritto come l’Emmanuel Macron della politica israeliana, molto lontano dalle figure tradizionali della sinistra sionista. Parlando ai giornalisti all’indomani della vittoria, Gabbay ha definito la sua affermazione “un segnale che il pubblico israeliano desidera una nuova leadership”, e si è ripromesso di mettersi alla guida di una campagna che giunga presto a sostituire l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu.

L’Arabia Saudita ha giustiziato quattro persone condannate per terrorismo nella regione orientale di Qatif (dove vivono molti membri della minoranza sciita del paese). Ne ha dato notizia martedì la tv di stato citando il Ministero degli interni di Riad.

L’Autorità Palestinese starebbe progettando di tagliare i sussidi a circa 60.000 famiglie della striscia di Gaza, su 80.000 che li ricevono, perché considerate “legate a Hamas”. Lo ha scritto martedì Ha’aretz citando una fonte “vicina” al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) secondo la quale si tratta di famiglie la cui situazione finanziaria è “relativamente buona” proprio perché legate al gruppo terrorista che controlla Gaza.

Mohammed El-Amadi, inviato del Qatar, ha detto che il suo paese continuerà a finanziare le autorità di Hamas a Gaza nonostante il contrasto con gli altri paesi del Golfo. Negli ultimi cinque anni il Qatar è stato il maggior donatore singolo alla striscia di Gaza sotto Hamas, con aiuti su vari progetti per un totale di circa mezzo miliardo di dollari. L’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno ingiunto al Qatar di porre fine al suo sostegno al movimento pan-arabo islamista dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas è storicamente un’emanazione.