Si chiama Arafat il motivo per cui non c’è uno stato palestinese

Purtroppo anche i suoi successori inseguono la vittoria totale anziché il compromesso.

Di Barry Rubin

image_2988L’11 novembre 2004 moriva Yasser Arafat e il presidente Usa Bill Clinton spiegava come mai non avrebbe presenziato ai suoi funerali: “Sono rammaricato che nel 2000 Arafat abbia fallito l’occasione di realizzare lo stato palestinese”. Non disse che lo fece Israele, disse che lo fece Arafat.
Oggi le lezioni dell’era Arafat sono state in gran parte spazzate sotto al tappeto: la sua persistente falsità, il suo uso del terrorismo, il suo cinico sfruttamento dell’atteggiamento da “vittima” per guadagnare simpatie e inesauribile devozione al sogno di cancellare Israele dalla carta geografica. L’aver messo questa priorità al di sopra della creazione di uno stato palestinese è il motivo per cui oggi uno stato palestinese non esiste: non per colpa delle politiche israeliane, né degli insediamenti, ma per la predilezione palestinese per una vittoria totale rispetto a una soluzione di compromesso.
Al funerale di Arafat uno dei suoi luogotenenti, Saeb Erekat, proclamò: “Gli venga riconosciuto l’onore che merita”. E dunque sia. Per dirla con le parole di un editoriale del Times di Londra, Arafat fu l’uomo che “buttò via la migliore occasione che si fosse presentata nell’arco di un’intera generazione per una composizione dignitosa del conflitto mediorientale”. Sul New Yorker, David Remnick scrisse giustamente: “Di rado è accaduto che un leader abbia sbagliato così grossolanamente e lasciato così tante rovine dietro di sé”.
Ma è anche vero che forse mai prima nella storia moderna così tanti hanno indefessamente ripulito la carriera di un leader delle sue colpe e dei suoi crimini. Quel che fu più rimarchevole fra tante cronache e tanti dibattiti, fu la virtuale cancellazione di un’intera carriera da terrorista durata quarant’anni: non vennero mostrate le scene delle stragi del passato, non vennero intervistati i sopravvissuti né i famigliari delle vittime. In termini politici la sua dedizione all’eliminazione di uno stato e di un popolo, il suo coerente ricorso al terrorismo e rifiuto della pace vennero gettati nel dimenticatoio della storia. La cronologia della vita di Arafat approntata sia dalla BBC che dalla Associated Press omettono qualunque cenno ad attentati terroristici e saltano del tutto il fatale anno 2000. La cronologia della Associated Press evoca la parola terrorismo solo per sostenere che Arafat vi avrebbe “rinunciato” nel 1988, benché ciò non abbia successivamente impedito all’Olp di commettere decine di attentati, solitamente con la benedizione di Arafat.
Gli arabi, che conoscevano meglio il personaggio e la sua storia, furono assai più critici. Un articolo del giornale del Cairo Al-Ahram sulle delle reazioni arabe concludeva che la reazione privata della maggior parte degli esponenti arabi era di “sollievo”. Dicevano che era stato un ostacolo al raggiungimento della pace “per lo più a vantaggio della sua gloria personale”, e lo definivano un uomo “troppo interessato a se stesso per preoccuparsi davvero delle sfortune della sua gente”. Non uno degli intervistati ritenne di esprimere una parola di dolore.
All’epoca della morte di Arafat, il suo popolo non aveva ancora uno stato, né un’economia funzionante, né la più elementare sicurezza, e questo dopo che aveva seguito la sua leadership per trentacinque anni. Una situazione che è in gran parte la stessa ancora oggi.
Eppure la retorica di Arafat aveva trionfato, certamente nel persuadere coloro che volevano credere che il movimento da lui creato e plasmato fosse nobile e amabile, e che fosse vittima del trattamento di altri anziché delle sue stesse scelte politiche. Arafat venne diffusamente proclamato un eroe della resistenza nazionale per essersi opposto a un’occupazione cui avrebbe potuto porre termine in più di un’occasione se avesse scelto di realizzare una pace negoziata. Venne salutato come la vittima di una guerra che egli stesso aveva iniziato e che aveva proseguito nonostante le molte opportunità di porre fine al combattimenti. Si disse che si era battuto semplicemente per avere uno stato, quando invece aveva per lungo tempo tacciato di tradimento l’idea stessa di uno stato separato che vivesse in pace a fianco di Israele. Si disse che era molto popolare e amato dalla sua gente anche se – nonostante il considerevole grado di sostegno su cui in effetti poteva contare – rubò così tanto alla sua gente da essere da questa ferocemente deriso in privato. In effetti, la performance di Arafat nei sondaggi dell’opinione pubblica palestinese non è mai stata impressionante. Persino una reporter britannica che lo adorava ammise che Arafat non godeva del sostegno del suo popolo. “I giornalisti stranieri – raccontò – sembrano più commossi per il destino di Arafat di quanto non lo sia chiunque abiti a Ramallah”.
Al momento della sua morte, Arafat era più popolare in Francia dove quasi metà della popolazione lo considerava un grande eroe nazionale, che fra la sua stessa gente. In un sondaggio del giugno 2004, solo il 23,6% dei palestinesi lo indicava come il leader in cui riporre più fiducia. In effetti il tasso di popolarità di Arafat fra i palestinesi era più basso di quello del presidente George W. Bush fra gli americani, benché il leader degli Stati Uniti – in netto contrasto con Arafat – venisse ampiamente descritto come abbandonato e vilipeso da gran parte della sua popolazione.
Ma Arafat ha sempre saputo sopravvivere alla sua storia. Aveva davvero creato un movimento nazionale palestinese, organizzando e unificando il suo popolo. Tuttavia, proprio per la grande autorità che ebbe sempre su tale movimento avrebbe dovuto essere ritenuto responsabile dei suoi fallimenti. Era davvero impossibile che le cose andassero diversamente, che almeno la violenza fosse temperata da un po’ di autocontrollo morale o perlomeno pragmatico, che gli obiettivi estremisti venissero moderati molto prima? Davvero la creazione di un nazionalismo palestinese comportava necessariamente che Arafat creasse in pratica la moderna dottrina del terrorismo, che tradisse la Giordania, che contribuisse alla destabilizzazione del Libano, che appoggiasse le non provocate aggressioni dell’Iraq di Saddam? Davvero richiedeva la sistematica uccisione di civili, e la glorificazione dell’uccisione di civili, dal primo fino all’ultimo giorno della carriera di Arafat? Davvero Arafat non aveva modo di esortare il suo popolo ad un compromesso di pace o di governarlo in modo decente quando ne ebbe l’opportunità?
Sin dalla morte di Arafat, la maggior parte della dirigenza di Fatah e dell’Autorità Palestinese ha messo in chiaro che la loro interpretazione della sua eredità consiste nella necessità di combattere fino a una vittoria totale, indipendentemente da quanto tempo possa essere necessario o da quanta sofferenza e da quante vite umane possa costare.
Un leader palestinese ha ricordato quella volta che, nel 1993, rimproverò Arafat per aver firmato gli Accordi di Oslo, e questi replicò che facendo l’accordo stava “piantando il primo chiodo nella bara del sionismo”. In realtà, invece, può darsi che la più grande impresa di Arafat sia stata quella di piantare l’ultimo chiodo nella bara palestinese.

(Da: Jerusalem Post, 14.11.10)

Si veda anche:

I sogni di gloria di Arafat furono la tragedia del suo popolo

http://www.israele.net/articolo,2981.htm

Autorità Palestinese: “Non riconosceremo mai Israele come stato nazionale del popolo ebraico”

http://www.israele.net/articolo,2960.htm