Smontare i luoghi comuni

Il processo di pace arabo-israeliano è appesantito da troppi slogan non attentamente valutati

Da un articolo di David Makovsky

image_1548Sarebbe opportuno che il segretario di stato Usa Condoleezza Rice, mentre è in visita in Medio Oriente, cogliesse l’occasione per smontare alcuni miti che persistono, nel mondo arabo e non solo, circa il processo di pace in Medio Oriente.

1. “Se Israele non avvia negoziati sullo status finale, significa che non vuole la pace”. È un’idea che nasce dalla posizione, riduttiva e territoriale, che considera la gradualità del processo come un complotto israeliano. Versione che ha ricevuto nuovo impulso negli Stati Uniti l’anno scorso a causa degli interventi di alcuni accademici americani non esperti di Medio Oriente (Walt/Mearsheimer) e dell’ex presidente Jimmy Carter. Questa versione accortamente ignora il fatto che fra i più formidabili ostacoli alla soluzione del conflitto nel 2000 non c’era la questione della terra, bensì questioni come i profughi e la sicurezza. Attraverso scambi di terra, la questione territoriale sembra anzi quella meno complicata da risolvere. Furono le altre questioni quelle che più contribuirono a far naufragare i negoziati nel 2000, e oggi sembrano ancora meno risolvibili. Dal punto di vista di Israele, come si potrebbe ritirare da un giorno all’altro le Forze di Difesa praticamente da tutta la Cisgiordania quando sono già stati lanciati su Israele più di mille missili Qassam dalla striscia di Gaza dopo il ritiro del 2005? Israele considera i negoziati sullo status finale come senz’altro auspicabili ma, purtroppo, ancora non fattibili. Tuttavia questo distinguo, sebbene cruciale, non viene quasi mai riportato nel mondo arabo.

2. “Tutti sanno qual è la soluzione, solo che le parti non sanno come arrivarci”. Chi lo afferma sembra convinto che si potrebbe risolvere tutto con un buon manuale di galateo diplomatico. In realtà, politica del rifiuto e metodi terroristici non sono affatto fenomeni marginali o secondari, specie ora che Hamas è a capo del governo dell’Autorità Palestinese.

3. “Gli stati arabi sono per la pace, infatti hanno presentato l’iniziativa araba/saudita del 2002”. Viene dato per scontato che i leader arabi solleciteranno Condoleezza Rice a far pressione su Israele, ma non è affatto scontato che nel frattempo siano disposti a fare la loro parte. Anche se l’iniziativa del 2002 costituisce un chiaro miglioramento rispetto al passato, non vi sono dubbi che si tratta ancora di un piano di pace molto sbilanciato: prevede infatti che prima di tutto Israele
proceda con le concessioni, uscendo completamente dalla Cisgiordania e dalle Alture del Golan, mentre gli impegni della parte araba vengono rinviati, risultando assai meno vincolanti. Con ogni evidenza il processo sarebbe invece molto più efficace se gli stati arabi iniziassero parallelamente a Israele ad adottare una serie di misure volte a rafforzare la prospettiva di pace su tutti i fronti. “Cosa impedisce…” Ciò rafforzerebbe i moderati sia in Israele che fra i palestinesi, dando in particolare a questi ultimi la copertura politica di cui hanno disperatamente bisogno. Se si vuole rivitalizzare la Road Map del Quartetto, bisogna che sia accompagnata da una Road Map degli stati arabi.

4. “Il problema del conflitto arabo-israeliano sta nel fatto che Israele gode di troppo appoggio da parte di Washington”. È la tesi Walt/Mearsheimer/Carter e riecheggia il fenomeno che il rinomato storico americano Richard Hofstadter descrisse nel suo saggio “The Paranoid Strain in American Politics” dedicato ricerca paranoica di un capro espiatorio fra liberali e comunisti durante il maccartismo. Forse non deve sorprendere il fatto che la ricerca di capri espiatori riemerga nei periodi agitati come questo della guerra in Iraq. Ma resta comunque ingiusto. Gli ebrei americani, tanto per fare un esempio, nel 2000 non si opposero affatto alla proposta di Bill Clinton di dividere Gerusalemme.

5. “Tutti i problemi del Medio Oriente sono legati al conflitto arabo-israeliano”. Dall’11 settembre 2001 in poi l’opinione pubblica americana e occidentale è stata sottoposta a una interminabile serie di analisi, riflessioni e convegni sul mondo arabo-islamico, da cui emerge con dovizia di riscontri che l’estremismo islamista scaturisce da profonde radici politiche e culturali legate alle carenze e ai fallimenti dei regimi arabi indipendentemente dal conflitto arabo-israeliano. L’intifada 2000-2004 non ha messo in difficoltà nessun regime arabo. Al-Qaeda preparò i suoi piani terroristici negli anni ’90, nel periodo in cui era massimo l’impegno americano per la pace in Medio Oriente. L’insurrezione sunnita nella provincia irachena di Anbar non ha nulla a che vedere con le dinamiche fra israeliani e palestinesi, così come non aveva nulla a che vedere con esse il bagno di sangue algerino degli anni ‘90. Gli Stati Uniti devono senz’altro impegnarsi nella ricerca della soluzione “due popoli-due stati”, ma non per via dell’Iraq, bensì perché bisogna trovare soluzioni concrete nel rispetto della dignità sia degli israeliani che dei palestinesi.

(Da: Jerusalem Post, 16.01.07)

Nella foto in alto: David Makovsky, autore di questo articolo

Si veda anche:

I protocolli di Harward e Chicago: due politologi americani scelgono gli ebrei come capri espiatori

http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=2&sez=120&id=15876

Hamas e il piano saudita

http://www.israele.net/sections.php?id_article=1204&ion_cat=18

Insediamenti: un problema, non il problema

http://www.israele.net/prec_website/nesarret/073insd.html