Soli in Medio Oriente

Per il mondo, la situazione in Siria è preoccupante. Per Israele è terrificante, a causa della vicinanza.

Di Boaz Bismuth

image_3650Non si può dire che sia una sorpresa. Sin dal momento in cui è iniziata la rivolta siriana, a Daraa, a metà marzo 2011, Israele ha iniziato a preoccuparsi. Sapevamo che la situazione in Siria è difficile e complicata. Non ci sono angeli, in quel conflitto, da nessuna delle due parti. Sapevamo anche che il regime di Bashar al-Assad possiede armi chimiche che potrebbero cadere in mani pericolose. Ed eravamo consapevoli della presenza, sui due fronti, di uomini di al-Qaeda e di Hezbollah. Ancora una volta ci siamo trovati davanti a una prospettiva cattiva e una pessima.
Ma non era solo Israele a preoccuparsi. Come quello di Gerusalemme, anche i governi di Amman, Ankara, Beirut e delle capitali degli stati del Golfo hanno seguito con grande preoccupazione i sanguinosi eventi in corso in Siria, un paese che si è trasformato in una polveriera nel bel mezzo di un Medio Oriente già altamente infiammabile. Grande allarme si è percepito anche a Washington e nelle capitali europee. Il problema è che, mentre in Siria si contavano i morti, in Occidente si contavano soltanto i proclami di esecrazione.
“E’ opinione unanime, tra tutte le nazioni del mondo libero, che deve essere assolutamente evitato che armi chimiche cadano nelle mani di estremisti e Hezbollah”, ha dichiarato domenica il vice primo ministro e ministro della cooperazione regionale israeliano Silvan Shalom. Ed ha aggiunto che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha detto che non si può consentire un tale scenario: uno scenario da incubo, che comporterebbe un drammatico cambiamento nell’equilibrio di forze in Medio Oriente, minando la stabilità della regione; posto che si possa ancora parlare di una stabilità, visto ciò che sta accadendo da quando è iniziata la “primavera araba”. In questo nostro villaggio globale, delle armi chimiche nelle mani di gruppi terroristi destabilizzerebbero il mondo intero. La grande domanda è cosa si debba fare per impedirlo.
Sarebbe confortante pensare, come ha fatto qualcuno, che tutto ciò non sia altro che una manovra politica post-elettorale del governo israeliano: l’uso dei preoccupanti sviluppi della sicurezza regionale per accelerare il processo di formazione della nuova coalizione. Ma in Siria, come in Egitto, il pericolo del caos è reale e concreto, ed è appena al di là del nostro confine. Per il mondo, la situazione in Siria è preoccupante. Per Israele è terrificante, a causa della vicinanza geografica.
Anche il più stretto alleato di Assad, la Russia, ha ammesso che le chance di sopravvivenza del dittatore siriano si riducono ogni giorno che passa. Il primo ministro russo, Dmitry Medvedev, lo ha detto domenica in un’intervista alla CNN, mostrando come persino Mosca stia perdendo fiducia in Assad.
Israele e Turchia si ritrovano sulla stessa barca, come ai vecchi tempi. Batterie di missili Patriot vengono schierate in entrambi i paesi. Siamo lontani dai tempi in cui il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan faceva da mediatore fra Gerusalemme e Damasco. E siamo anche lontani dai tempi (solo due anni fa) in cui la Turchia e l’Iran intrecciavano fra loro una incongrua storia d’amore. La minaccia siriana potrebbe persino portare Israele e Turchia, due alleati storici, a dimenticare l’incidente della flottiglia filo-Hamas diretta a Gaza.
L’attuale campagna militare francese nel Mali dimostra quanto il mondo sia poco disposto a usare la forza. La Francia sta conducendo la campagna praticamente da sola, nel suo cortile di casa in Africa occidentale. La Francia ha i suoi propri interessi, che la spingono ad andare in guerra contro i terroristi di al-Qaeda nel Maghreb arabo. Ma la Francia, che ricevette la Siria con gli Accordi Sykes–Picot del 1916, non avrà alcuna fretta di aprire un altro fronte. Anche gli inglesi non avranno fretta di prendere l’iniziativa in Siria. Obama, leader dell’unica superpotenza mondiale, si è impegnato ad agire, ma chi se la sente di garantire che gli Stati Uniti si muoveranno davvero con rapidità per aprire un fronte in Siria? Dipende dalla distanza geografica o, peggio, dalla visione del mondo di Obama. Il network tv Al-Arabiya ha interpretato il secondo discorso d’insediamento di Obama della scorsa settimana come il desiderio da parte sua di impegnarsi soprattutto sulle questioni interne. Secondo questa analisi, l’amministrazione Obama ha altri progetti, e la Siria può attendere. Al massimo, sostiene Al-Arabiya, in Siria il governo degli Stati Uniti potrebbe assicurare supporto politico e morale.
E’ opinione unanime che la caduta di armi chimiche nelle mani di terroristi costituirebbe un “casus belli”. Ma il modo in cui il mondo civile ha finora strillato da debita distanza per i massacri in Siria non fa supporre che tale unanimità possa tradursi in azione concreta. Per inciso, lo scorso 11 gennaio il capo di stato maggiore congiunto americano Martin Dempsey ha dichiarato che il governo degli Stati Uniti e la comunità internazionale non sono in grado di impedire che Assad faccia uso di armi chimiche. Giusto per non dire cosa potrebbe accadere se quelle armi le avessero i gruppi terroristi. Davvero molto incoraggiante.

(Da: Israel HaYom, 28.1.13)

Nella foto in alto: Boaz Bismuth, autore di questo articolo

Si veda anche:

Effetti collaterali della «primavera araba». Le solite, eterne minacce a Israele per deviare rabbia e frustrazione delle masse arabe

http://www.israele.net/articolo,3633.htm

«Siria e Iran avevano tutto l’interesse a istigare l’escalation di Hamas contro Israele». Lo ha scritto il direttore di Asharq Alawsat, il quotidiano più influente del mondo arabo

http://www.israele.net/articolo,3594.htm