Strade a fondo cieco

Non esiste alternativa al dialogo, al compromesso, a un accordo negoziato.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3009Come previsto, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto con favore la decisione degli Stati Uniti di lasciar cadere la richiesta di un’ulteriore moratoria sulle attività edilizie ebraiche in Giudea e Samaria (Cisgiordania) come precondizione per l’avvio di colloqui diretti. In effetti, questa che è stata una chiave di volta della politica americana in Medio Oriente da quando, nel 2009, è entrato in carica il presidente Barack Obama, ha fatto più male che bene, incoraggiando l’intransigenza palestinese. Ora il brusco cambiamento di politica ha creato un vuoto diplomatico. In assenza di colloqui diretti, l’inviato speciale Usa per il Medio Oriente George Mitchell è tornato a fare la spola fra Gerusalemme e Ramallah.
Quest’ultimo, ennesimo insuccesso sulla strada verso un accordo negoziato in base alla soluzione a due stati ha diffuso il pessimismo, e con esso una pletora di possibili alternative al vecchio paradigma per la pace. Tutte alternative che puntano ad aggirare il concetto di una pace reciprocamente negoziata; dunque, tutte alternative destinate, proprio per questo motivo, al fallimento.
Lo scorso finesettimana, ad esempio, ventisei ex leader dell’Unione Europea, alcuni dei quali impegnati fino a tempi molto recenti a forgiare la politica mediorientale della UE, hanno firmato una lettera di sette pagine in cui chiedono di imporre sanzioni contro Israele e di stabilire un ultimatum in base al quale, se Israele non avrà ceduto entro l’aprile 2011, la UE dovrà puntare a porre fine al processo di pace mediato dagli Usa e optare per una soluzione Onu da imporre a Israele.
Sul versante palestinese, è stato lanciato uno sforzo concertato per garantirsi il riconoscimento internazionale di uno stato palestinese su tutta la Cisgiordania e sulla parte di Gerusalemme est (senza accordo né compromesso con Israele). Alcuni stati latinoamericani, come Brasile e Argentina, hanno già aderito.
Intanto, dalla destra israeliana giungono voci che, pur riconoscendo che è moralmente insostenibile governare sui palestinesi, tuttavia si oppongono a qualunque compromesso territoriale. Per risolvere il rebus, alcune figure centrali del partito di governo Likud – come il presidente della Knesset Reuven Rivlin, l’ex ministro della difesa Moshe Arens e la parlamentare Tzipi Hotovely – auspicano l’annessione della Cisgiordania, ma non della striscia di Gaza, e la graduale concessione ai palestinesi di Cisgiordania dei pieni diritti di cittadinanza di cui godono gli arabi israeliani. “Quando la gente dice che la minaccia demografica impone una separazione – ha spiegato Rivlin all’inizio della scorsa estate – la mia risposta è che il pericolo minore, il male minore è un unico stato in cui vi siano eguali diritti per tutti i cittadini”.
Pur dalle origini così disparate, queste strade alternative hanno una cosa in comune: ignorano la necessità ineludibile di un accordo negoziato sulle questioni più spinose (lo status di Gerusalemme, la sorte dei profughi palestinesi, la demarcazione del territorio), l’unico che potrebbe determinare la fine internazionalmente riconosciuta di un secolo di conflitto. Solo attraverso il dialogo israeliani e palestinesi possono sperare di arrivare a una pace duratura basata sul reciproco rispetto e riconoscimento. E non è sufficiente che Israele sia disposto a fare dolorosi compromessi, come ha ripetutamente dimostrato negli anni scorsi. Anche i palestinesi devono essere disponibili a fare altrettanto.
Invece, tristemente, nel commemorare il 62esimo anniversario della risoluzione 194 dell’Assemblea Generale dell’Onu, approvata l’11 dicembre 1948, diversi esponenti di spicco dell’Autorità Palestinese come l’alto consigliere Yasser Abed Rabbo e il capo negoziatore dell’Olp Saeb Erekat hanno scelto ancora una volta di dar voce a posizioni estremiste e intransigenti sul “diritto al ritorno”. La rivendicazione ufficiale è che ai presunti sette milioni di profughi palestinesi – il numero iniziale di poche centinaia di migliaia si è gonfiato in proporzioni grottesche grazie all’espediente, caso unico al mondo, di includere nel conteggio tutte le generazioni di discendenti dei profughi originari, che sono il 70% dei palestinesi in tutto il mondo – che a costoro venga riconosciuto il diritto di insediarsi in Israele (anche dopo la nascita di uno stato palestinese): una mossa che, se attuata, significherebbe la scomparsa dello stato ebraico. L’unica conclusione che si può trarre, quando posizione come questa vengono ribadite come politica ufficiale palestinese, è che la dirigenza di Olp e Autorità Palestinese non è interessata ad alcuna pacificazione, e che non è disposta ad erigere uno stato indipendente che assorba i suoi profughi così come lo stato ebraico ha assorbito le centinaia di migliaia di profughi ebrei dai paesi del Medio Oriente e del nord Africa.
La moratoria di dieci mesi delle costruzioni ebraiche in Cisgiordania, applicata da Israele dal dicembre 2009 al settembre 2010, con tutta evidenza non ha prodotto alcun cambiamento nell’atteggiamento palestinese. E l’amministrazione americana, a quanto pare, ha dovuto concludere che anche un’ulteriore moratoria di tre mesi non avrebbe portato nessuno spostamento di rilievo.
Per quanto a malincuore, il consenso generale in Israele ha da tempo accettato l’imperativo di una composizione coi palestinesi. Ma tale composizione potrà essere raggiunta soltanto se e quando i palestinesi allo stesso modo interiorizzeranno la legittimità di una sovranità ebraica in questa terra, accettando i necessari compromessi.
C’è un comprensibile pessimismo su tutti i versanti circa il cammino da percorrere. Ma una cosa deve essere chiara a tutti: non esiste alternativa a un dialogo concreto, al compromesso, a un accordo negoziato.

(Da. Jerusalem Post, 14.12.10)

Nell’immagine in alto: Tutta la pubblicistica palestinese sul cosiddetto “diritto al ritorno”, rappresentato dal simbolo della chiave, rivela senza reticenze l’obiettivo di appropriarsi di tutto Israele, cancellandolo dalla carta geografica.

Si veda anche:

“Cosa significa la risoluzione Onu 194 per i palestinesi” in: “Ci è stato offerto il 100% del territorio, ma abbiamo rifiutato”

http://www.israele.net/articolo,2942.htm

Un negoziato onesto e coraggioso

http://www.israele.net/sezione,,197.htm