È tempo di affrontare i problemi lasciati finora sotto il tappeto

Ma non sarà facile, coi palestinesi fermi sulle posizioni del 1947.

Di Yoel Marcus

image_2922Può darsi che sia solo una coincidenza, ma anche la conferenza di Camp David che generò l’accordo-quadro per la pace fra Israele ed Egitto ebbe inizio nel mese di settembre (del 1978). Il summit si prefiggeva di affrontare le questioni al cuore del conflitto fra israeliani ed egiziani e delineare un accordo-quadro per il trattato di pace fra i due paesi. Il primo ministro israeliano Menachem Begin vi arrivò con una lista scritta di tredici espressioni che non avrebbero dovuto comparire in alcun caso nel testo dell’accordo di pace. Erano tutte relative ai palestinesi e comprendevano locuzioni come “i giusti e legittimi diritti del popolo palestinese”, “tutti gli aspetti del problema”, “l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza” ecc. Dopo tredici giorni di discussioni, Begin finì con l’accettare l’inclusione nel trattato di tutte le parole “proibite”: i mediatori della Casa Bianca, guidati dal presidente Carter, presentarono 23 diverse bozze di accordo-quadro, una delle quali conteneva tutte le espressioni vietate magistralmente camuffate sotto vari giri di parole. Dal canto suo, il presidente egiziano Anwar Sadat lasciò cadere la richiesta di un vero e proprio stato palestinese, e così la questione palestinese spazzata sotto al tappeto.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti del Giordano, e molto sangue è stato versato sia prima che dopo gli Accordi di Oslo (1993-1995) che portarono Yasser Arafat a Gaza in un convoglio di Calillac carico di armi e munizioni. Il miraggio della pace fra i due popoli si è trasformato in una realtà di sangue, odio, lacrime e occasioni mancate. Anche i tentativi del campo “pacifista” israeliano di negoziare, vuoi attraverso mediatori americani vuoi direttamente, sono non sono riusciti a tirarci fuori da questa realtà di odio e spargimenti di sangue.
I palestinesi hanno perso l’occasione storica offerta dallo sgombero della striscia di Gaza ad opera di Sharon e la sua archiviazione del sogno della Grande Israele (l’integrità della Terra d’Israele). Poi hanno perso l’occasione offerta da mesi e mesi di colloqui diretti con Ehud Olmert e Tzipi Livni, sotto gli auspici dell’amministrazione Bush. Soprattutto, hanno perso l’occasione della visita di Barak Obama al Cairo e del suo famoso discorso sulla pace in Medio Oriente, unito al discorso di Benjamin Netanyahu all’Università Bar-Ilan del 14 giugno (2009) nel quale proclamava esplicitamente l’obiettivo “due stati per due popoli”. Quel discorso costituisce un precedente di portata storica: per la prima volta il leader per eccellenza della destra riconosceva l’obiettivo di uno stato palestinese e, di conseguenza, la sua disponibilità a cedere territori e insediamenti per arrivare a confini definitivi.
Ma i palestinesi, incoraggiati dal secondo nome di Barak Hussein Obama e dal suo appoggio alle loro richieste, indurirono la loro posizione. Non sono ancora disposti a riconoscere nemmeno l’esistenza di Israele come stato nazionale del popolo ebraico: vale a dire che non hanno cambiato posizione da quando rifiutarono la risoluzione dell’Onu del 1947 sulla spartizione del Mandato Britannico in uno stato arabo e uno stato – appunto – ebraico. I frustrati inviati di Obama e le sue implicite minacce verso Israele non hanno fatto che inasprire ulteriormente la posizione palestinese.
Ma ora, all’avvicinarsi delle elezioni di medio termine per il Congresso, Obama ha capito l’errore. […]
Il fatto che Netanyahu sia riuscito a far passare la moratoria delle attività edilizie (ebraiche) in Cisgiordania per dieci mesi, e a farla rigorosamente rispettare, indica che egli ha compreso che non avrà una seconda chance. L’invito al summit di Washington per il 2 settembre, esteso anche al presidente egiziano Hosni Mubarak e a re Abdullah di Giordania, è stato organizzato dall’inviato George Mitchell come un nuovo inizio che entro un anno dovrebbe sfociare nel lieto fine grazie a concessioni da entrambe le parti. “In Irlanda abbiamo avuto settecento anni di fallimenti e un solo giorno di successo”, ha detto Mitchell dopo le sue deludenti visite in Medio Oriente, ricordando il giorno della firma dell’ accordo sull’Irlanda del Nord raggiunto grazie anche alla sua mediazione. Ma il giorno del successo, qui, è ancora lontano. […]
Il summit di due giorni di Washington è stato ben preparato, ed è un peccato che i palestinesi, in linea con la loro tradizione, stiano già facendo minacce. Sia Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che Saeb Erekat non perdono occasione per avvertire che il prolungamento del blocco edilizio negli insediamenti è una condizione “sine qua non” Ma perché minacciare quando si può discutere?
Nelle conversazioni a porte chiuse Netanyahu fa capire che saprà sorprenderci, che è pronto a discutere tutte le questioni chiave e a spartire la terra. È ora di affrontare di petto i problemi reali che Sadat e Begin spazzarono sotto al tappeto.

(Da: Ha’aretz, 24.08.10)

Si veda anche:

Netanyahu è andato dritto al cuore del problema

http://www.israele.net/sezione,,2538.htm