Teppismo criminale e senza senso

Ma cosa credevano di fare, i cretini che hanno incendiato una moschea in Galilea?

Alcuni commenti dalla stampa israeliana

image_3247Scrive Hagai Segal, su YnetNews: «Gli abitanti del villaggio beduino israeliano di Tuba Zangaria che lunedì mattina hanno trovato la loro moschea bruciata possono trarre conforto da un fatto: che l’intera opinione pubblica ebraica del paese, da un estremo all’altro, è rimasta sconvolta da quel gesto. Ad eccezione delle scritte lasciate sui muri stessi della moschea, non si è letta né udita una sola frase in ebraico che giustificasse l’incendio doloso perpetrato nel nord del paese. Dal che risulta chiaro che l’incendio della moschea rappresenta, a un dipresso, solo e unicamente le persone che l’hanno appiccato con le loro mani: un gruppuscolo di teppisti criminali e infantili. È impossibile che un persona adulta e matura possa credere che dare fuoco a un luogo di preghiera arabo-musulmano nella regione israeliana di Galilea costituisca una “vendetta” per l’assassinio di due ebrei presso Hebron. Solamente persone del tutto scollegate dall’esperienza israeliana possono trastullarsi con l’idea d’aver “vendicato” un qualunque crimine bruciando delle copie del Corano. Persone in contatto con la realtà avrebbero capito che, non appena si fosse diffusa la notizia dell’incendio doloso, sarebbero piovute dure parole di condanna da tutto il paese. Sarebbe saggio, da parte degli arabi israeliani, considerare sufficienti queste condanne a tutto campo, e tornare alla routine quotidiana (anziché darsi ad incendiare centri sportivi, uffici municipali e ambulatori medici, come hanno fatto alcuni di loro, lunedì, a Tuba Zangaria). Sanno bene che non hanno alcun fondamento le accuse di chi insinua che polizia e servizi di sicurezza non farebbero abbastanza per arrestare i colpevoli. Non c’è alcun dubbio che la lotta contro le bande di “vendicatori”, al di qua e al di là della ex linea armistiziale, costituisce uno dei principali compiti di chi è chiamato a far rispettare la legge in Israele. D’altronde, qualunque ragazzetto fanatico dotato di fiammiferi e pennello può appiccare il fuoco e proclamare d’aver compiuto un atto di “vendetta”. […] Naturalmente, è sempre possibile incolpare tutta la destra israeliana, ma sarebbe una calunnia assurda. Queste fantasie di “vendetta” sono innanzitutto un grosso problema per la stessa destra: anziché incalzare gli avversari in un acceso dibattito sui temi della terra e della pace, l’establishment della destra si ritrova a dover emettere dure condanne di aggressioni come quella contro la moschea di Tuba Zangaria. Quando gli incendiari verranno infine arrestati, il sospiro di sollievo dei membri del Consiglio di Giudea e Samaria (Cisgiordania) si sentirà fino a Tuba Zangaria, in Galilea.»
(Da: YnetNews, 4.10.11)

Scrive Yaakov Katz, sul Jerusalem Post: «Il bersaglio scelto suscita seri interrogativi sulle motivazioni dei presunti responsabili. Attaccare una moschea in una città israeliana è totalmente anomalo, a maggior ragione in un villaggio beduino come Tuba Zanghariya i cui abitanti servono anche nelle Forze di Difesa israeliane. Non solo i giovani maschi del villaggio prestano servizio di leva in percentuale relativamente alta, ma in esso opera anche un ramo del movimento Acharey (“Dopo di me”) dove uno del posto, veterano della Brigata Golani, si adopera per motivare sempre più giovani beduini ad arruolarsi nelle unità di combattimento. Non è affatto chiaro cosa cercavano di ottenere coloro che hanno perpetrato quest’aggressione. Cercavano di distruggere intenzionalmente le già fragili e delicate relazioni fra ebrei e arabi beduini? Volevano silurare l’arruolamento della gioventù del posto nelle Forze di Difesa israeliane? Volevano spostare il fulcro dai palestinesi di Cisgiordania agli arabi israeliani, o volevano semplicemente attaccare un villaggio arabo, infischiandosene totalmente di quale villaggio fosse, dove si trovasse e chi vi abitasse? […] Nei mesi scorsi i servizi di sicurezza israeliani hanno registrato un crescente numero di vandalismi per “vendetta”, quelli che vengono rivendicati come gesti “per fargliela pagare”: dallo sradicamento di ulivi, al danneggiamento di veicoli militari, alle aggressioni verbali e fisiche contro attivisti avversari ma anche contro militari e poliziotti impegnati nello sgombero di insediamenti illegali, fino all’incendio della moschea. Il timore, negli ambienti della sicurezza e della difesa, è che questo genere di attacchi possa crescere nel momento in cui i palestinesi vanno avanti con la loro richiesta di indipendenza unilaterale (cioè, senza accordo negoziato con Israele), specie se verranno lanciate dimostrazioni di massa nelle città palestinesi. Un altro potenziale fattore scatenante è il previsto sgombero, nei prossimi mesi, di un certo numero di avamposti illegali in Cisgiordania. Non esiste un modo semplice per fermare questo genere di violenze. Chiaramente polizia, servizi di sicurezza, forze armate e procura generale devono unire le forze e creare delle task-force congiunte con questo specifico compito. I responsabili devono essere scoperti, arrestati e puniti. Solo così Israele potrà fermare un fenomeno che non solo danneggia la sua immagine nel mondo, ma soprattutto mina i principi democratici basilari su cui si fonda il paese.»
(Da: Jerusalem Post. 4.10.11)

Scrive Uri Ariel, su Yisrael Hayom: «Abbiamo uno stato di diritto che ci è costato sangue e sudore. Farsi giustizia da sé significa abbandonare lo stato ebraico, i valori ebraici e optare per l’anarchia.» L’editoriale chiede che «la polizia indaghi e scopra tutti i responsabili, e che il sistema giudiziario li punisca con tutta la severità prevista dalla legge.»
(Da: Yisrael Hayom, 4.10.11)

Nella foto in alto: la moschea di Tuba Zangaria dopo l’incendio doloso di domenica notte

Si veda anche:
Uno Stato, una legge, una forza dell’ordine

http://www.israele.net/sezione,,2348.htm