Tornare al Rapporto Mitchell per capire la strategia palestinese

L’Autorità Palestinese pone come precondizioni le richieste che Mitchell faceva a Israele nel 2001.

Di Adam Cutler

image_2825Lo scorso 4 maggio il capo dell’intelligence militare israeliana Yossi Baidatz ha affermato che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) sta gettando le basi per il fallimento delle trattative (indirette) con Israele. Un commento che rivela una questione molto preoccupante: l’establishment diplomatico e della sicurezza non analizza più la strategia palestinese? Credono forse che non vi sia bisogno di sviluppare una controstrategia?
Cerchiamo di capire come mai Baidatz ritiene che Abu Mazen stia gettando le basi per il fallimento dei colloqui. Le più recenti pretese avanzate dall’Autorità Palestinese prevedono il trasferimento all’Autorità Palestinese delle terre che erano precedentemente sotto controllo palestinese e rigorosa applicazione del congelamento degli insediamenti israeliani con un suo ampliamento sino a comprendere tutta Gerusalemme est. Lo scorso 2 maggio Abu Mazen ha dichiarato: “L’obiettivo (dei colloqui di prossimità) è quello di ripristinare entro pochi mesi la situazione che vigeva nei territori prima dell’intifada”. Prima dell’intifada? A prima vista, sembra un obiettivo singolare: dunque Abu Mazen ammette che l’intifada è stata un fallimento e che non ha raggiunto nessuno dei suoi scopi, tanto da voler ricominciare da capo?
Pare quasi che l’Autorità Palestinese ponga a Israele richieste estreme allo scopo di far ricadere su Israele la responsabilità, se e quando i negoziati falliranno.
Io credo che vi sia in gioco una strategia di più ampio respiro. In realtà i palestinesi si stanno muovendo sulla base di una strategia scritta da un americano. L’Autorità Palestinese ha predisposto una strategia basata sulle posizioni dell’inviato speciale Usa in Medio Oriente, il sentore George Mitchell.
Allo scoppio della cosiddetta seconda intifada, Mitchell guidò una commissione d’inchiesta incaricata dall’allora presidente Bill Clinton di approntare un piano per porre fine alle violenze, ricreare fiducia fra le parti e riesumare i negoziati. Il Rapporto Mitchell del 2001 delineava le richieste che oggi l’Autorità Palestinese pone come precondizioni per la ripresa di negoziati diretti. Diceva il rapporto: “Il governo d’Israele deve congelare l’intera attività d’insediamento … Le Forze di Difesa israeliane dovrebbe prendere in considerazione il ritiro entro le posizioni
tenute prima del 28 settembre 2000”.
Tuttavia, queste rivendicazioni dell’Autorità Palestinese non rappresentano l’intera gamma delle raccomandazioni del Rapporto Mitchell. In realtà i palestinesi hanno scelto e staccato solo le richieste che Mitchell faceva a Israele. Il punto debole di questa strategia dell’Autorità Palestinese sta nelle richieste che il Rapporto Mitchell poneva alla parte palestinese. Nel suo rapporto, infatti, Mitchell indicava chiaramente l’ordine di priorità necessario per far ripartire i negoziati. Le prime richieste elencate erano quelle di porre fine alle violenze e di “identificare, condannare e scoraggiare la sobillazione in tutte le sue forme”. Inoltre “l’Autorità Palestinese deve chiarire ai palestinesi come agli israeliani, attraverso azioni concrete, che il terrorismo è riprovevole e inaccettabile, e che l’AP si impegnerà in modo totale per prevenire operazioni terroristiche e punire coloro che le perpetrano”. Nessun rappresentante americano può sostenere che i palestinesi sono in regola are con queste richieste.
Solo dopo aver enunciato la richiesta di combattere il terrorismo e la sobillazione, il Rapporto Mitchell chiede un congelamento delle attività edilizie negli insediamenti. Questo è l’ordine di priorità indicato da Mitchell nell’elencare ciò che deve accadere se si vuole dare vita a negoziati fruttuosi.
Il governo d’Israele ha fatto pagato in anticipato per ottenere l’avvio di colloqui di prossimità (indiretti) quando ha accettato il congelamento delle attività edilizie in Cisgiordania per dieci mesi. Per andare avanti, è importante che Israele sviluppi una coerente controstrategia che affronti le convinzioni fondamentali di Mitchell su come il conflitto debba essere risolto. Per essere efficace, tale strategia deve mettere in evidenza i punti deboli della strategia dell’Autorità Palestinese. L’establishment diplomatico e della difesa israeliano deve capire i personaggi coinvolti nei negoziati giorno per giorno, le questioni che sono per loro più importanti e l’influenza che essi esercitano sul presidente americano.
È ora che i leader israeliani riconoscano l’importanza del Rapporto Mitchell, la sua storia come leader della maggioranza al Senato e la sua esperienza diplomatica in Irlanda del Nord. Tali informazioni fornirebbero uno spaccato sullo stile negoziale di Mitchell e maggiore cognizione delle questioni che gli stanno più a cuore. Un approccio di questo genere avrebbe aiutato Israele a gestire tensioni con gli Stati Uniti nel corso dell’ultimo anno. Capire Mitchell è la chiave per capire come condurrà i colloqui di prossimità. Capire l’approccio palestinese è cruciale per sviluppare un’efficace strategia israeliana. Altrimenti Israele potrebbe ritrovarsi isolato e impreparato di fronte alle pretese palestinesi.

(Da: YnetNews, 05.13.10)

Nella foto in alto: l’inviato Usa George Mitchell e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a Ramallah.

Rapporto della Commissione di Sharm El Sheik (o Commissione Mitchell) del 30 aprile 2001 (versione integrale in italiano, completa delle risposte ufficiali delle due parti)

http://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/mitchell.pdf

Si veda anche:

“Fatah deve riattivare la lotta armata”

http://www.israele.net/articolo,2568.htm

“Fatah non ha mai riconosciuto Israele”

http://www.israele.net/articolo,2561.htm

L’apartheid politicamente corretto dei palestinesi

http://www.israele.net/articolo,2542.htm

La Palestina unica e araba dei piani di Fatah

http://www.israele.net/articolo,2597.htm

Esponente Olp rilancia la conquista, per fasi, di tutta la terra

http://www.israele.net/articolo,2074.htm