Tutto poteva accettare Netanyahu, tranne la frase “ha ceduto”

In realtà, nessuno ha interesse a porre fine ai negoziati diretti rilanciati solo un mese fa.

Di Attila Somfalvi

image_2946Benjamin Netanyahu avrebbe preferito perdere un dito o anche tutta una mano piuttosto che rinunciare ai titoli di giornale che in questi giorni annunciano ai quattro venti la ripresa delle attività edilizie ebraiche negli insediamenti (già esistenti) in Cisgiordania, e il fatto che il primo ministro israeliano “non ha capitolato” di fronte ad americani e palestinesi. Per Netanyahu, esaudire i coloni, che lo hanno votato, è un’opzione sicuramente migliore. Sul piano politico, il primo ministro israeliano aveva bisogno delle foto di bulldozer e betoniere tornate all’opera ad Ariel e Beit El: può così archiviare una “missione compiuta” di cui non poteva fare a meno. Ha dimostrato, soprattutto alla destra israeliana e ai partner della sua coalizione, d’essere uomo di parola, e di non aver ceduto e di non aver cambiato posizione circa la scadenza della moratoria fissata dieci mesi fa. I titoli che Netanyahu si è così faticosamente guadagnato nelle ultime settimane, resistendo alle pressioni americane e internazionali, valgono una piccola fortuna politica. E infatti non c’era modo di persuadere il primo ministro a prorogare il congelamento delle costruzioni scaduto domenica sera. Netanyahu poteva affrontare qualunque cosa tranne le parole “ha ceduto”. Non ancora una volta, non questa volta. Non dopo essersi conformato alle direttive di Washington per un anno e mezzo.
Fin qui la politica. Ora bisogna tornare al gioco della diplomazia, che è lungi dal volgere al termine: e infatti prosegue senza sosta, sia in Israele che negli Stati Uniti. Stando a vari segnali giunti da Washington nei giorni scorsi, l’amministrazione Usa capisce i vincoli politici di Netanyahu ed è disposta a continuare i contatti a pieno ritmo con lo scopo di arrivare a un’intesa. I funzionari della Casa Bianca non vedono di buon occhio le celebrazioni negli insediamenti di Cisgiordania, ma si rendono conto che il primo ministro israeliano non ha alcuna intenzione di suicidarsi politicamente.
Per il momento i contatti tra tutte le parti vanno avanti. Nessuno in Israele, nell’Autorità Palestinese e certamente negli Stati Uniti ha alcun interesse a porre fine ai colloqui diretti rilanciati solo un mese fa. La fine dei colloqui segnerebbe un rapido ritorno a un periodo buio in cui Israele si troverebbe nuovamente ostracizzato e isolato. Netanyahu coglie sia le implicazioni politiche che quelle diplomatiche; quindi cercherà di portare avanti i colloqui con americani e palestinesi e di arrivare alla fine a un’intesa.
Anche Abu Mazen e Barack Obama hanno bisogno di questi colloqui, ciascuno per le sue ragioni. La portata delle pressioni esercitate su Abu Mazen e della sua risposta non sono chiare. Il premier palestinese potrebbe crollare sotto le pressioni arabe e interne palestinesi, e annunciare la sospensione dei colloqui. La Lega Araba si riunirà tra una settimana per discutere la ripersa delle costruzioni negli insediamenti. Fino ad allora c’è anche la possibilità che i palestinesi sospendano i colloqui pur protraendo i tentativi di arrivare a un compromesso, con la mediazione americana. Gli americani dal canto loro potrebbero promettere ai palestinesi che una sorta di congelamento di fatto continuerà sul terreno anche senza una moratoria ufficiale.
Secondo alte fonti governative israeliane, il vero test arriverà quando le richieste di nuove licenze edilizie inizieranno ad accumularsi sulle scrivanie di Netanyahu e del ministro della difesa Ehud Barak (competente per la Cisgiordania). A quel punto Barak potrebbe ritardare le nuove licenze in Cisgiordania, mentre Natanyahu continuerebbe a bloccare le nuove costruzioni a Gerusalemme est come sta già facendo dall’inizio di quest’anno. I coloni avranno anche festeggiato lunedì scorso, ma Netanyahu è seriamente intenzionato a portare avanti i negoziati diretti ed essi dovranno presto accorgersi che, tranne qualche centinaio di licenze già rilasciate, passerà molto tempo prima che Barak e Netanyahu ne firmino di nuove.

(Da: YnetNews, 28.9.10)

Nella foto in alto: Attila Somfalvi, autore di questo articolo

Si veda anche:

Sono gli insediamenti il vero problema?

http://www.israele.net/articolo,2501.htm

Gli effetti negativi del congelamento degli insediamenti

http://www.israele.net/articolo,2539.htm