Tzipi Livni: “Non getteremo la chiave nelle mani di Hamas, ma un accordo di pace è indispensabile”

Ribatte Bennett: “Non dobbiamo commettere suicidio solo per avere una buona reputazione internazionale”

Tzipi Livni

Tzipi Livni, ministro della giustizia e capo della delegazione israeliana ai negoziati di pace

Qualsiasi accordo con i palestinesi sullo status definitivo dovrà tener conto della sicurezza di Israele in modo che Hamas non si impadronisca di altri territori ceduti da Israele. Lo ha affermato il ministro della giustizia israeliano Tzipi Livni (del partito Hatnua), che è anche a capo della delegazione israeliana ai negoziati di pace, parlando mercoledì mattina al Congresso Mondiale Ebraico.

“Mi è perfettamente chiaro, come negoziatore – ha continuato Tzipi Livni – che qualsiasi accordo può dare e deve dare risposta alle nostre preoccupazioni per la sicurezza. Non abbiamo intenzione di gettare le chiavi dall’altra parte del confine e sperare che non sia Hamas a raccoglierle”.

Livni è intervenuta al Comitato Esecutivo del Congresso Mondiale Ebraico, riunito a Gerusalemme, in un periodo in cui si trova impegnata in una serie di incontri con il capo negoziatore dell’Autorità Palestinese, Saeb Erekat, coadiuvati dall’inviato americano Martin Indyk.

Israele, ha spiegato Tzipi Livni, ha il dovere di garantire la sicurezza dei propri cittadini, un compito che può essere realizzato al meglio attraverso un accordo con i palestinesi sullo status finale, cioè sulla composizione definitiva del conflitto. Proprio il mancato raggiungimento di un tale accordo, ha aggiunto, costituirebbe una seria minaccia per la sicurezza di Israele.

Secondo la Livni, infatti, la sicurezza di Israele non dipende solo dalle forze armate, che pure sono indispensabili, ma anche dai rapporti internazionali e dalla legittimità ad agire quando necessario. Lo status quo attuale non può durare all’infinito, e chi non lo crede non deve far altro che guardare alle misure che l’Europa sta intraprendendo contro entità e prodotti degli insediamenti. La delegittimazione degli insediamenti in Cisgiordania tende ad ampliarsi fino a comprendere tutto Israele. Più a lungo persiste il conflitto, ha sottolineato la ministra israeliana, più si erode la posizione di Israele al tavolo dei negoziati, e i cambiamenti nella posizione della comunità internazionale circa i contorni di una soluzione a due Stati non vanno nel senso degli interessi di Israele. Se Israele non riuscirà ad arrivare a un accordo sullo status finale con i palestinesi, potrebbe trovarsi in una posizione in cui la comunità internazionale lo costringerà ad accettare uno Stato palestinese alle proprie condizioni senza tener conto delle esigenze di Israele. La destra, ha concluso Tzipi Livni, è contraria a una soluzione a due Stati, ma non riesce a presentare un’alternativa valida e concreta.

Naftali Bennett, ministro dell’economia e del commercio, leader di Bayit Yehudi

Le ha risposto il ministro dell’economia e del commercio Naftali Bennett (di Bayit Yehudi) dicendo che il fatto di non avere in tasca la soluzione perfetta non significa che si debba adottare quella sbagliata. Non dobbiamo commettere suicidio per avere una buona reputazione. La storia, ha osservato, è piena di casi in cui la percezione più diffusa era in realtà sbagliata. “Il fatto che lo dicano tutti non significa che sia giusto”, ha continuato Bennett. I palestinesi hanno l’auto-governo nelle aree A e B della Cisgiordania e devono continuare ad averlo: nessuno vuole tornare alla situazione di vent’anni fa quando Israele controllava la vita civile palestinese in quelle zone e in tutte le città palestinesi. Ma l’Autorità Palestinese, pur governando gli affari civili dei palestinesi, non può essere considerato un vero Stato. E ha spiegato: “Se domani dichiarassimo in Cisgiordania uno vero e proprio Stato palestinese, sarebbe uno stato fallimentare e non funzionante, fallimentare e ostile. Ma c’è questa fissazione di voler impiantare ad ogni costo uno Stato palestinese a sette minuti di auto da qui”. Esistono altre opzioni, ha concluso Bennett, che si potrebbero prendere in considerazione e che non contemplano la cessione di tutte le aree C di Cisgiordania a uno Stato palestinese fallimentare; e poi anche la Giordania dovrebbe essere coinvolta nella trattativa.

(Da: Jerusalem Post, 23.10.13)