Un assistente sociale da Chicago

Per risolvere un conflitto bisogna capire dov’è il nocciolo del problema

di Ari Shavit

image_2615L’assistente sociale Barack Obama ha convocato al Waldorf-Astoria Hotel i due teppisti del quartiere per dargli una lavata di capo. Sto perdendo la pazienza, ha detto il presidente americano al primo ministro israeliano e al presidente dell’Autorità Palestinese. Ne ho abbastanza delle vostre buffonate, provocazioni e dei vostri imbrogli infantili. Ne ho abbastanza della vostra bega che dura da cento anni, delle vetrine infrante, dei negozi devastati e della vita resa impossibile in tutto l’isolato. Anche se io non sono un poliziotto di quartiere come Rudy Giuliani, sappiate che non sono neanche il vostro zimbello. Se voi due non vi fate finalmente una chiacchierata a quattr’occhi che metta fine a questa vostra dannata guerra per bande, me la vedrò io direttamente con ciascuno di voi. Badate, non sono una femminuccia di Boston o di Stoccolma: io vengo da Chicago, e a Chicago sappiamo come trattare i capibanda come voi. Se non vi mettete in riga, e alla svelta, ci penserò io a farlo.
Obama ha ragione. Il fatto è che può prendersela solo con se stesso. Per riconciliare una comunità bisogna innanzitutto capirne i problemi. Fino ad oggi Obama non ha dato segno di capire davvero il Medio Oriente. Benjamin Netanyahu e Abu Mazen sono esasperanti? Certo che lo sono. Ma i due non sono la causa del problema: loro sono solo il sintomo. Se l’assistente sociale non coglie qual è il nocciolo del problema, non ha nessuna chance di riuscire ad affrontarlo: potrà anche sgridare i teppisti mille volte, o fargli sbattere le teste una contra l’altra, ma sarà destinato a fare fiasco, in Medio Oriente.
E allora, vediamo qual è il vero problema.
1) Lo status quo fra israeliani e palestinesi è intollerabile. La continua occupazione della Cisgiordania nega ai palestinesi i loro diritti, come individui e come popolo; mette in pericolo la natura di Israele come stato ebraico e democratico, e lede gli interessi dell’occidente.
2) Tuttavia, il tentativo di porre fine all’occupazione unilateralmente è condannato al fallimento. La lezione del disimpegno dalla striscia di Gaza è stata che il ritiro senza un accordo politico non fa che infiammare i palestinesi estremisti, allontana ulteriormente la pace e forse addirittura avvicina la guerra. Un altro siffatto ritiro potrebbe causare un disastro umanitario palestinese, un fatale indebolimento strategico di Israele e l’affossamento proprio di quella stabilità ragionale che gli Stati Uniti sono interessati a realizzare.
3) D’altra parte, il tentativo di porre fine all’occupazione attraverso una pace concordata è già ripetutamente fallito. La lezione di Oslo, Camp David e Annapolis è chiarissima: anche il più moderato dei leader palestinesi non è pronto ad accettare le più avanzate e generose offerte israeliane. In sedici anni di estenuante e cavilloso processo di pace, i palestinesi non hanno mai accordato una sola concessione sui temi di fondo. Il loro netto rifiuto di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico, di accettare uno stato palestinese smilitarizzato e di abbandonare la pretesa del ritorno dei profughi dentro Israele ha bloccato la pace negli anni scorsi, la blocca oggi e continuerà a bloccarla nel prevedibile futuro.
Allo stato attuale, non esiste un valido interlocutore palestinese per concordare la spartizione del paese in due stati, uno arabo e uno ebraico. Il nodo palestinese Obama non potrà spazzarlo sotto un tappeto di parole. È una cruda realtà. Ma l’occupazione è intollerabile e insostenibile, e il ritiro unilaterale è un pericoloso azzardo. Queste sono le tre facce della trappola, questo è il quartiere in cui viviamo, questa la situazione della comunità con cui dobbiamo fare i conti.
I due predecessori di Obama alla Casa Bianca hanno battuto la testa contro il muro del Medio Oriente. Bill Clinton tentò di spronare una rivoluzione di pace, e fallì. George W. Bush tentò di aizzare una rivoluzione democratica, ma generò più caos di prima. La lezione che il titolare attuale dovrebbe apprendere da questi sonori insuccessi è che non vi è spazio per le rivoluzioni, in Medio Oriente. Questa regione deve essere sottoposta a una cura di evoluzione, non di rivoluzione. La parola chiave è: processo. Non un sol colpo da KO, ma un lungo e meticoloso lavoro di cesello che gradualmente modifichi la società palestinese e allo stesso tempo conduca alla fine dell’occupazione. Nessuno più di Obama è adatto a questo compito. Ma il talentuoso assistente sociale dovrà guardare a questo quartiere degradato e violento per quello che è. Anziché perdere tempo in sforzi fallimentari per spingere Netanyahu e Abu Mazen sull’illusoria strada di una soluzione “pace adesso”, Obama dovrebbe piuttosto avviare un graduale, profondo ed oculato processo, un processo che porti inesorabilmente alla spartizione del paese.

(Da: Ha’aretz, 24.09.09)

Netanyahu è andato dritto al cuore del problema

http://www.israele.net/sezione,,2538.htm

Sette parole per aprire la strada alla pace
di Ari Shavit

http://www.israele.net/articolo,2519.htm