Un consiglio per Tony Blair

La retorica delle “eterne vittime indifese” ha portato solo danno ai palestinesi

Da un articolo di Gerald Steinberg

image_1760Dati i deludenti risultati dei suoi predecessori, Tony Blair conosce bene gli ostacoli che deve affrontare nella sua nuova veste di inviato di pace del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu). Blair ha visto il fallimento dei vecchi approcci semplicistici, tentati nell’ultimo decennio, e presumibilmente si rende conto che non esiste nessuna formula magica che possa garantire una pace istantanea. Quello israelo-palestinese è uno dei conflitti etnico-nazional-religiosi più lunghi della storia contemporanea.
La brutalità con cui Hamas ha preso il potere nella striscia di Gaza e il collasso di ciò che restava di Fatah possono gettare le basi per un approccio completamente diverso, fondato su un sostanziale mutamento di politiche e di percezioni. In particolare bisogna porre fine all’enfasi paternalistica e sterile, imperante sin dal 1948, sulla “sofferenza” e sulla “debolezza” dei palestinesi. Nei combattimenti a Gaza, i palestinesi sono stati di nuovo descritti come nulla più che vittime, stavolta alla ricerca di salvezza – in Israele – da sofferenze auto-inflitte.
Se vogliono fare progressi verso la pace, i palestinesi devono smetterla di considerare se stessi (e noi dobbiamo smetterla di considerarli) semplicemente come vittime passive, totalmente inadeguati ad assolvere compiti come garantire la sicurezza, promuovere lo sviluppo economico, rispettare i diritti umani fondamentali.
La dilagante corruzione e la fallimentare leadership nella società palestinese sono il frutto di un imponente sistema assistenziale messo in opera sin dalla sconfitta dell’invasione araba ad opera di Israele nel 1948 e dal problema di profughi che ne scaturì. All’epoca vennero creati dei campi “temporanei” gestiti dall’Unrwa (la Relief and Works Agency delle Nazioni Unite). Ma, anziché adoperarsi per superare lo status di profughi come in tante analoghe situazioni (compreso il successo di Israele nell’integrare centinaia di migliaia di profughi ebrei fuggiti dalle violenze nei paesi arabi), la situazione dei profughi palestinesi venne deliberatamente e cinicamente perpetuata. Lo scopo era scopertamente politico: finché fossero continuati ad esistere profughi e campi profughi, restava in piedi l’obiettivo di cancellare il piano di spartizione dell’Onu e, con esso, l’istituzione dello stato di Israele. Sotto questo aspetto centrale, nulla è veramente cambiato in questi ultimi sessant’anni.
Oltre agli enormi costi economici necessari per preservare questa situazione (l’Unrwa da sola spende centinaia di milioni di dollari ogni anno), esiste anche il danno profondo causato dal perpetuarsi dell’immagine dei palestinesi come eterne vittime. La seconda grande sconfitta araba, nel 1967, non fece che rafforzare quest’immagine ed accrescere i fondi destinati all’assistenza dei palestinesi da parte di governi europei, gruppi religiosi, organizzazioni non governative filo-palestinesi.
Sebbene l’Olp sia stata fondata già nel 1964 e sia stata poi universalmente riconosciuta come “unico legittimo rappresentante del popolo palestinese”, tuttavia i suoi dirigenti non hanno mai fatto altro che dedicarsi alla lotta contro Israele. Yasser Arafat non mostrò mai il minimo interesse nella costruzione di una società civile, o nel porre fine all’eterna dipendenza e al passivo vittimismo palestinese. Al contrario, per decenni è stato uno dei maggiori promotori di questa sindrome.
La comunità internazionale, e in particolare i governi europei, hanno perpetuato e ampliato questo fenomeno fornendo sempre maggiori aiuti, spesso nella forma di vere e proprie valige di contati consegnate direttamente nelle mani di Arafat e dei suoi sodali. I funzionari di Londra, Parigi, Bruxelles, Berlino, Oslo, Berna, Stoccolma, Roma ecc. preferivano ignorare l’evidente e massiccia corruzione e la chiara mancanza di interesse dei palestinesi nella costruzione di servizi e istituzioni (un rapporto scritto parecchio tempo dopo dall’OLAF, l’agenzia di controllo della UE, resta a tutt’oggi un segreto ben protetto, svuotando di significato l’appello dell’Europa per la trasparenza). Di fatto, i paternalistici leader europei non si aspettavano nulla di diverso da Arafat e da Fatah e continuarono a garantire aiuti senza badare al comportamento dei palestinesi.
Dopo che gli accordi-quadro di Oslo istituirono l’Autorità Palestinese, l’immagine delle vittime e dei “poveri profughi senza aiuti” continuò imperterrita e la corruzione non fece che aumentare, foraggiata dai donatori di aiuti. Parallelamente, la “causa palestinese” e l’immagine dominante di “vittime indifese” ha continuato ad essere perpetuata in Europa e in America da gruppi di pressione, giornalisti, esponenti religiosi, accademici e politici, accompagnata da manifestazioni e raccolte fondi e da campagne per il boicottaggio di Israele. Nessuna quantità di attentati suicidi sugli autobus e nei caffè israeliani, per quanto ripugnante potesse essere la violenza palestinese, sarebbe mai stata sufficiente a spingere esponenti di organismi come Amnesty International o Human Rights Watch a modificare la loro immagine di Israele come neocolonialista. La realtà è che nessuno si aspettava che i palestinesi si comportassero secondo normali regole morali e civili, che educassero i loro figli senza istigazione alla violenza e nel rispetto dei diritti umani.
Date queste tristi premesse, Blair farebbe bene ad evitare la vecchia retorica sulle vittime palestinesi e sulla benevolenza per le sofferenze palestinesi. L’assistenza illimitata e incondizionata deve cambiare radicalmente. Ai palestinesi bisogna mostrare che gli aiuti tenderanno a diminuire di anno in anno, e che essi non avranno altra scelta che quella di utilizzare l’assistenza che ricevono oggi per cercare di diventare autosufficienti domani, esigendo leader efficienti.
Si tratterebbe di un approccio assai difficile da applicare, per Blair e il suo staff. Incontrerebbero fortissime resistenze da parte di rappresentanti palestinesi, europei e dell’Unrwa. Vi sarebbe la dura opposizione delle agenzie per lo sviluppo e delle ong filo-palestinesi che ricevono fondi dall’Unrwa, e altre ancora. Dopo tutto, per sessant’anni non hanno conosciuto un approccio diverso.
Ma se Blair saprà passare dall’assistenza illimitata e incondizionata a un atteggiamento che responsabilizzi i palestinesi rispetto alle loro azioni, sempre più palestinesi capiranno che sostenere il terrorismo e predicare la violenza nelle scuole, nelle moschee e sui mass-media comporta un costo inaccettabile. E, con Blair, capiranno anche che i decenni di guerra contro Israele devono finalmente finire grazie a difficili compromessi anche da parte palestinese. Senza leader e società capaci di questi compromessi, nessuno sforzo di peace-making, per quanto grande, potrà mai avere successo.

(Da: Jerusalem Post, 4.07.07)

Nella foto in alto: Immagine tratta da un quaderno trovato in una scuola gestita e finanziata dall’agenzia Onu per i profughi palestinesi UNRWA nel campo palestinese di Kalandia (Cisgiordania)

Si veda anche:

Ribaltare la politica dell’Onu sui profughi palestinesi

http://www.israele.net/prec_website/analisi/13062onu.html

L’amaro destino dei profughi per nascita

http://israele.net/prec_website/analisi/02093pro.html