Un Piano B per la pace

Rabin voleva la fine dell’occupazione, ma sapeva che la pace è molto lontana.

Di Ari Shavit

image_2936Il 5 ottobre 1995 il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin presentava alla Knesset l’accordo detto “Oslo Due”. Nel discorso che fece in quel momento decisivo, Rabin promise che, nell’accordo sullo status finale, Gerusalemme sarebbe rimasta unita, i principali blocchi di insediamenti sarebbero rimasti parte d’Israele, e che a est il confine di sicurezza (diverso dalla frontiera statale) sarebbe rimasto nella valle del Giordano. Disse anche che Israele non sarebbe tornato sulle linee armistiziali del 4 giugno 1967 e che i palestinesi avrebbero governato la propria vita nel quadro di un’entità che sarebbe stata qualcosa meno di un vero e proprio stato indipendente.
Vi sono solo tre possibili spiegazioni per le cose che Rabin disse in quell’occasione, e che erano destinate a diventare di lì a un mese il suo ultimo testamento politico. Una è che Rabin fosse stupido e non capisse che non vi può essere nessun accordo israelo-palestinese senza dividere Gerusalemme. La seconda possibilità è che fosse bugiardo, e che dicesse cose che sapeva non vere circa i parametri della pace futura.
La terza spiegazione è che Rabin avesse un’idea della pace possibile che era completamente diversa da quella che gli venne attribuita dopo che venne assassinato, un’idea opposta a quella che oggi gli americani cercano di imporre al primo ministro Benjamin Netanyahu e al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Rabin non era né stupido né bugiardo. Era, piuttosto, un allievo di Henry Kissinger.
Rabin e Kissinger erano convinti che l’occupazione non poteva durare e che gli insediamenti fossero una calamità. Ma erano anche convinti che la pace fosse molto, molto lontana. Pertanto pensavano che, anziché cercare un impossibile accordo sullo status finale, ci si dovesse adoperare per arrivare a un accordo provvisorio di lungo respiro: un accordo che non avrebbe posto fine al conflitto, ma che lo avrebbe perlomeno placato.
Quell’accordo non avrebbe risolto il problema di Gerusalemme né quello dei profughi, ma avrebbe dato vita un’entità palestinese indipendente. E avrebbe permesso a israeliani e palestinesi di vivere fianco a fianco senza uccidersi a vicenda, e senza cercare di sottomettersi l’un l’altro.
Netanyahu si trova ora più “a sinistra” di dove si trovava Rabin quando venne assassinato. Netanyahu è pronto a spingersi più avanti del punto di cui parlava Rabin quando si rivolse per l’ultima volta alla Knesset. Come Rabin, Netanyahu reclama Gerusalemme, i blocchi di insediamenti e la valle del Giordano. Ma a differenza di Rabin, Netanyahu ha accettato la creazione di uno stato palestinese smilitarizzato. Le posizioni del leader della destra israeliana nel 2010 sono più “moderate” di quelle del leader della sinistra nel 1995.
Ma c’è un problema: in cambio di ciò che è disposto a dare, Netanyahu vuole la fine del conflitto; ma in cambio della fine del conflitto, i palestinesi pretendono ciò che Netanyahu non può dare. E così si è creata una stupida situazione in cui la nuova disponibilità di Netanyahu a fare concessioni non può dare i suoi frutti. Anche se egli volesse incarnare il nuovo Rabin, la traiettoria del processo di pace non glielo permette. Il binario che ha condotto al fallimento di Camp David 2000 e al baratro di Annapolis sta conducendoci anche oggi verso lo sfascio.
Una pace definitiva fra israeliani e palestinesi richiede l’adempimento di sei ben noti principi: il riconoscimento di uno stato ebraico e democratico (Israele), l’istituzione di uno stato palestinese smilitarizzato, la divisione di Gerusalemme, uno sgombero esteso (non totale) degli insediamenti in Cisgiordania, nessun “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi (all’interno di Israele), un accordo sul confini (non necessariamente coincidenti con la ex linea verde armistiziale). Ma c’è almeno un principio che i palestinesi non accetteranno: non abbandoneranno la rivendicazione del “diritto al ritorno”. E c’è almeno un principio che Netanyahu non può accettare (oltre ad “diritto al ritorno”): non accetterà di spartire la sovranità sul Monte del Tempio, a Gerusalemme. Dunque, il tentativo oggi in corso di affrontare i nodi-chiave del conflitto è un po’ come cercare di entrare nel nucleo di Chernobyl: non ne verrà fuori la pace, piuttosto ne verrà un’esplosione.
La sola soluzione è pensare fuori dagli schemi. Non andare a fallire esattamente là dove hanno fallito i presidenti Bill Clinton e George Bush, ma tornare sulla strada pragmatica di Kissinger e Rabin. Mettere a sedere israeliani e palestinesi in una stanza a porte chiuse col compito di formulare un accordo interinale a lungo termine. Certo, i palestinesi diranno di no. Apparentemente, loro vogliono una pace piena e subito. In realtà, non sono pronti a pagare il prezzo minimo che la pace richiede. Pertanto bisogna convincerli che, per sostenere il processo pragmatico avviato dal primo ministro palestinese Salam Fayyad in Cisgiordania, è necessario un approccio differente. Per salvare il più sensato nazionalismo palestinese occorre una proposta politica diversa.
Anziché ingannare se stessi nello sforzo vano di arrivare a un accordo sterile, il presidente Barack Obama, il segretario di stato Hillary Clinton e l’inviato speciale in Medio Oriente George Mitchell dovrebbero iniziare immediatamente a preparare un piano alternativo: la divisione della terra adesso, la pace definitiva più avanti.

(Da: Ha’aretz, 19.9.10)

Nella foro in alto: Ari Shavit, autore di questo articolo

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