Un titolo d’onore per lo stato di diritto

Sentenza Olmert: la condanna è tanto più grave quanto più alta era la posizione di potere e di responsabilità del colpevole di corruzione

Di Yaakov Borovsky

Yaakov Borovsky, autore di questo articolo, è un ex generale della polizia israeliana nella quale ha prestato servito per oltre trent’anni. Nel 2005 ha lasciato la polizia per passare all'Ufficio del Controllore di Stato come consulente e capo della task force anti-corruzione

Yaakov Borovsky, autore di questo articolo, è un ex generale della polizia israeliana nella quale ha prestato servito per oltre trent’anni. Nel 2005 ha lasciato la polizia per passare all’Ufficio del Controllore di Stato come consulente e capo della task force anti-corruzione

La scuola classica considera la pena del carcere in base ai concetti di rieducazione, allontanamento dalla società di un individuo pericoloso, dissuasione e castigo (una sorta di risarcimento, una barriera tra l’onesto e il criminale).

La sentenza di martedì contro l’ex primo ministro Ehud Olmert solleva la questione di quale fosse la condanna più appropriata in base alla gravità del verdetto di colpevolezza, dal momento che non vi è alcun dubbio che essa va a colpire un uomo il cui status è rovinosamente crollato. Ma oltre a questo, la sentenza di martedì riguarda anche il messaggio dissuasivo che deve arrivare ad ogni pubblico ufficiale eletto alle più alte cariche dello Stato.

Una pesante pena detentiva è destinata a riecheggiare più di ogni frase scritta giacché ogni parola scritta resta, da domani, soltanto “lettera morta”: un oggetto buono per studi e ricerche comparative, mentre una pesante condanna diventa di per sé una sorta di monito vivente che attesta la gravità dei reati di corruzione.

Otto anni di indagini e inchieste sono culminati nella condanna di Olmert a sei anni di carcere. Nella lunghezza di questa condanna risuona forte e chiaro il messaggio: quando il limite viene valicato da una figura pubblica, di qualunque grado, la responsabilità rimane personale e il colpevole deve essere punito essenzialmente per gli atti che ha commesso. Parlare di reato di corruzione è un modo edulcorato per indicare quello che sostanzialmente è rubare dalle casse pubbliche il denaro di tutti. Tuttavia il fattore dissuasivo, per quanto personale, certamente prende di mira tutto il sistema, l’organizzazione, la programmazione, la spartizione di cariche, tutta una cultura di “bocche cucite” a base di “fidatevi, noi non possiamo essere toccati, siamo immuni, non possono farci niente”.

L’ex primo ministro Ehud Olmert all'uscita dalla Corte distrettuale di Tel Aviv

L’ex primo ministro Ehud Olmert all’uscita dalla Corte distrettuale di Tel Aviv

Bisogna essere onesti: quel senso di impunità non era un’illusione. Per lungo tempo ha imperato nei corridoi ai massimi livelli. Quando l’ispettore-capo della polizia dell’epoca invitava a casa sua per la festa di Sukkot il primo ministro condannato e gli augurava, al culmine delle indagini, molti altri anni in carica, l’élite aveva la sensazione che tutto è permesso e gli stessi investigatori capivano da che parte tirava il vento.

Come ci siamo arrivati? Oggi, mentre lodiamo i bravi investigatori, i pubblici ministeri e gli addetti ai controlli, dobbiamo ricordare che la condanna di martedì è stata resa possibile anche dal mutato atteggiamento e della nuova collaborazione di vari soggetti corresponsabili – come il testimone Shmuel Dechner, l’avvocato Uri Messer e l’ex segretaria di Olmert, Shula Zaken – che hanno fatto cambiare le prospettive al momento giusto. L’intero meccanismo non sarebbe stato scoperto se non fosse stato per l’utilitaristica valutazione della situazione fatta da alcuni individui, sapientemente sfruttata da coraggiosi elementi chiave fra i pubblici ministeri e nella polizia. Non dimentichiamo il contributo di alti funzionari come il professor Yaron Zelekha, che era stato spogliato della sua posizione di ragioniere generale al Ministero delle finanze e che decise di offrire alla polizia quello che aveva visto.

Il giudice David Rozen

Il giudice David Rozen

La sentenza di martedì è anche un messaggio a chi deve far rispettare la legge: la corruzione si è integrata nel sistema. Non è né accidentale né sporadica: è organizzata, per cui l’applicazione della legge deve operare contro di essa con determinazione e perseveranza, destinandovi ampie risorse e senza aspettare la casuale collaborazione di qualche testimone. Le forze dell’ordine devono garantire protezione agli alti funzionari e ai loro sottoposti che gettano luce sui meccanismi della corruzione, sottraendoli all’isolamento e all’ostracismo.

La sentenza di martedì non è una tragedia personale di Olmert, e non lo è per la nazione. Al di là di tutto, la sentenza è un titolo d’onore per le istituzioni investigative del paese, le forze dell’ordine e, soprattutto, per il palazzo di giustizia che l’ha emessa. In parole semplici e ben comprensibili la sentenza ha detto: basta. La tappa finale di un individuo corrotto deve essere il carcere. E la condanna sarà tanto più grave quanto più alta era la sua posizione di potere e di responsabilità. Giustamente.

(Da: Israel haYom, 135.14)