Verso Armageddon

La pace in Medio Oriente non sarà garantita ridimensionando il deterrente d’Israele. Al contrario

di Abraham Cooper, Harold Brackman

image_2504Il capo di un regime mediorientale determinato a procurarsi “armi atomiche ad ogni costo” minaccia di “gettare a mare” Israele. È l’attuale presidente iraniano Ahmadinejad? No, era il presidente egiziano Gamel Abdel Nasser, negli anni ’60. Ma a quell’epoca Israele, anziché aspettare di vedere se Nasser faceva sul serio, sviluppò un suo proprio deterrente nucleare, e si rifiutò di diffonderne i dettagli limitandosi a proclamare la promessa di non essere “il primo a introdurre l’atomica nella regione”.
Per quarant’anni Israele ha onorato questa sua politica di “no first use”, e non solo in teoria ma anche nella pratica: ad esempio nel 1973, quando vide minacciata la sua stessa esistenza dall’attacco a sorpresa congiunto siro-egiziano nel giorno di Kuppur, un attacco che avrebbe potuto essere respinto molto più facilmente con il ricorso ad armi nucleari tattiche.
Israele non ha mai firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, benché abbia partecipato a un conferenza nel 2008 dedicata alla rimozione della minaccia di una guerra nucleare dal Medio Oriente. Si metta a confronto il comportamento coerentemente non-provocatorio d’Israele con quello della Corea del Nord, un paese che il Trattato l’ha firmato, poi l’ha violato sviluppando armi e missili nucleari, e poi si è ritirato dal Trattato.
La politica americana contro la proliferazione è stata finora tutt’altro che eccelsa. Nel 2000 l’allora segretario di stato Usa Madeleine Albright regalò una palla da basket firmata da Michael Jordan a Kim Jong-Il, un grande fan della NBA ma, purtroppo, anche dell’atomica. La scelta della successiva amministrazione Bush di esercitare un ampio pressing diplomatico attraverso i colloqui di sei potenze per contenere la Corea del Nord si è dimostrata un miserabile fallimento. Dal canto suo il Pakistan ha seguito l’India nel liberare il genio del nucleare sul subcontinente asiatico, per poi permettere al suo eroe nazionale Ahmad Khan di diffondere tecnologia per armi nucleari da Tehran a Pyongyang. Oggi il mondo trattiene il fiato mentre i talebani sono alle porte di Islamabad e veramente troppo vicini all’arsenale nucleare pakistano.
Ora emergono segnali che la strategia dell’amministrazione Obama di frenare la proliferazione nucleare in Medio Oriente voglia passare più da Gerusalemme che da Tehran. Messa di fronte allo spregio dell’Iran per gli ispettori internazionali e per le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu volte a contenere il suo sviluppo di migliaia di centrifughe nucleari, il presidente Obama si è impegnato a negoziati “senza condizioni” per far cambiare idea a Tehran. C’è da augurarsi che il suo approccio abbia maggior successo del precedente approccio bastone-e-carota.
In ogni caso si poteva pensare che gli stati arabi – e gli Stati Uniti – condividessero l’interesse che ha lo stato ebraico di impedire all’apocalittico Ahmadinejad di acquisire gli incombenti strumenti nucleari con cui procedere spedito verso il suo sogno, da tempo proclamato, di “spazzare Israele dalla carta geografica”, distruggere il “Grande Satana” americano e, insieme ad esso, l’intero sistema di stati del Medio Oriente. È vero che tale coalizione d’interessi potrebbe ancora emergere, ma da Washington giugnono segnali contraddittori.
Dopo la dichiarazione del segretario di stato Hillary Clinton secondo cui non ci si può aspettare che i paesi arabi cooperino con Israele nel frenare le ambizioni nucleari iraniane a meno che Gerusalemme non faccia rapidamente un accordo coi palestinesi, il capo dello staff della Casa Bianca Rahm Emanuel ha detto ai leader dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) che non ci si può attendere che gli Stati Uniti si adoperino efficacemente per proteggere Israele dalla minaccia nucleare iraniana a meno che non venga immediatamente creato uno stato palestinese indipendente. Poi, ad una conferenza internazionale tenuta a New York, l’assistente segretario di stato Rose Gottemoeller ha troncato quarant’anni di coerente politica Usa chiedendo esplicitamente che Israele si unisca a India, Pakistan e Corea del Nord nel firmare il Trattato di Non Proliferazione.
L’equiparazione morale da parte dell’amministrazione Usa del nucleare di Israele con quello di stati delinquenti come la Corea del Nord e di stati fallimentari come il Pakistan servirà davvero a rendere il Medio Oriente più sicuro e a promuovere ulteriori sforzi internazionali per contenere le follie dei mullah di Tehran?
Evidentemente vi sono persone che non vedono più il nucleare iraniano come una cosa tanto negativa. Il blogger dell’Atlantic Monthly, Andrew Sullivan, pur ammettendo di non essere “versato in questa faccenda”, tuttavia insinua che una o due Bombe iraniane potrebbero costituire un salutare contrappunto al guerrafondaio Israele che, a suo dire, pretende “il diritto di lanciare guerre e minacciare guerre contro i suoi vicini”. Evidentemente Sullivan è totalmente sordo alle quotidiane filippiche genocide che giungono da Tehran e dai suoi tirapiedi libanesi di Hezbollah e palestinesi di Hamas. Sullivan prevede amaramente che per questo verrà equiparato agli antisemiti classici. Ma che altro dovrebbe aspettarsi visto che riecheggia gli antisemiti alla Henry Ford la cui facezia preferita era che “la mietitura degli ebrei sono le guerre”?
Persino i maggiori critici di Israele riconoscono che Shimon Peres, oggi presidente dello stato, è uno dei più ardenti fautori della pace con i palestinesi e con gli altri, più grandi vicini arabi. Meno noto è il fatto che proprio Peres fu il padre degli sforzi segreti nucleari d’Israele, risalenti a mezzo secolo fa. Fu lui a dire al presidente Kennedy, nel 1963 alla Casa Bianca, che Israele “non sarebbe stato il primo a introdurre armi nucleari in Medio Oriente”. È dunque particolarmente significativo che, molto prima dell’elezione di Barak Obama, Peres stesso abbia detto al presidente egiziano Hosni Mubarak che Israele sarà pronto a firmare il Trattato di Non-Proliferazione non più tardi di due anni dopo che sarà stata raggiunta una “pace regionale”. Secondo Peres la evidente, sebbene taciuta, capacità nucleare d’Israele ha grandemente contribuito ad aprire la strada per la pace con l’Egitto, e potrebbe incoraggiare altri a fare lo stesso: non, però, se i fanatici iraniani si mettono di mezzo.
Si vuole la pace in Medio Oriente? Ebbene, nessuno degli obiettivi strategici dell’America verrebbe promosso da una decurtazione del deterrente nucleare israeliano. Ciò che tale ridimensionamento otterrebbe sarebbe di incitare i mullah, di costringere Hosni Mubarak a buttarsi anch’egli sul nucleare militare – non per contrastare Gerusalemme, bensì Tehran – e di spingere tutta la regione sempre più vicina all’Armageddon, e questo anche se nel frattempo venisse mediato un accordo isarelo-palestinese.
Nella sua ricerca di un nuovo corso in Medio Oriente, il presidente Obama deve prestare particolare attenzione a non innescare una nuova bomba a orologeria in quella che è già una delle aree più pericolose del mondo.

(Da: YnetNews, 24.05.09)

Nella foto in alto: il test missilistico terra-terra effettuato dall’Iran lo scorso 20 maggio

Si veda anche:
Il nucleare necessario

http://www.israele.net/sections.php?id_article=1401&ion_cat=