Ai ferri corti fra loro, Hamas e Autorità Palestinese giocano col fuoco sulla pelle di Gaza, fra minacce e ricatti

Ma i territori palestinesi non sono che uno dei fronti da cui Israele deve guardarsi

il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar

Furibondo per il proposito del Qatar di inviare aiuti alla striscia di Gaza, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha fatto sapere sabato che intende tagliare completamente il flusso di fondi verso l’enclave controllata da Hamas. Alte fonti della difesa israeliana hanno riferito a Hadashot che Abu Mazen è infuriato in particolare con il coordinatore speciale dell’Onu, Nikolay Mladenov, che avrebbe favorito il trasferimento di fondi dal Qatar nonostante la dura opposizione dell’Autorità Palestinese.

Secondo le fonti della difesa israeliana, il blocco dei circa 96 milioni di dollari che l’Autorità Palestinese invia ogni mese alla striscia di Gaza potrebbe mettere talmente in difficoltà Hamas da spingerla a scatenare un nuovo conflitto con Israele per uscire dall’angolo, e le violenze potrebbero facilmente allargarsi alla Cisgiordania.

La tv israeliana Kan ha riferito sabato che Abu MAzen ha avuto una tesa telefonata con il presidente egiziano Abdel-Fattah el-Sissi in cui quest’ultimo lo avvertiva che ulteriori misure contro la striscia di Gaza metterebbero in pericolo la sicurezza dell’Egitto, in particolare nella penisola del Sinai. Pare che Abu Mazen abbia risposto a muso duro: “È la creazione di uno stato da Fratelli Musulmani a Gaza che mette in pericolo la sicurezza dell’Egitto, non io e le mie politiche”.

Sempre sabato, il quotidiano libanese Al-Akhbar riferiva che il Qatar aveva iniziato a convogliare fondi verso la striscia di Gaza attraverso Israele, con l’approvazione di Stati Uniti e Onu, scavalcando l’opposizione dell’Autorità Palestinese. I fondi in arrivo dal Qatar avrebbero garantito per sei mesi maggiori forniture di combustibile per l’unica centrale elettrica di Gaza. Inoltre, secondo il quotidiano libanese, l’Onu avrebbe fornito fondi per pagare tre mesi di stipendi ai dipendenti pubblici di Gaza (congelati da Abu Mazen) e Israele avrebbe accettato in linea di principio di rilasciare permessi a 5.000 commercianti di Gaza per entrare nel suo territorio a fare affari. Sin da giovedì il quotidiano Ha’aretz aveva riferito che il Qatar aveva accettato di acquistare il carburante per Gaza nell’ambito di un accordo con le Nazioni Unite al fine di alleviare la crisi energetica che colpisce la popolazione palestinese. Anche Israele, ha scritto Ha’aretz, spera che alleviare le carenze di energia elettrica di Gaza attenui le possibilità di un vero e proprio scontro militare con la striscia.

Camion di carburante destinato a Gaza entrano attraverso il valico di Kerem Shalom tra Israele e la parte meridionale della striscia

L’operazione era stata concordata da tre persone: l’inviato del Qatar in Israele e Gaza Mohammed Al-Emadi, l’inviato delle Nazioni Unite in Medio Oriente Nikolai Mladenov e il capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano Meir Ben Shabbat. Il gasolio sarebbe dovuto entrare a Gaza giovedì mattina attraverso il valico di Kerem Shalom. Tuttavia, secondo fonti palestinesi a Gaza, l’Autorità Palestinese ha contattato la compagnia israeliana che fornisce carburante sia alla Cisgiordania che alla striscia di Gaza, minacciando di boicottarla e di interrompere tutti gli acquisti (passando a comprare da un altro paese come la Giordania) se avesse trasferito il carburante a Gaza. Le fonti hanno detto che i funzionari dell’Autorità Palestinese hanno anche minacciato gli impiegati Onu a Gaza che avrebbero dovuto trasferire fisicamente il carburante, dicendo loro che l’avrebbero “pagata cara” se si fossero presentati al lavoro. In altre parole, l’Autorità Palestinese ha bloccato una misura che avrebbe migliorato la situazione umanitaria nella striscia di Gaza al solo scopo di affermare la propria autorità su quel territorio. Abu Mazen ha più volte dichiarato che non ci possono essere due entità separate che governano le terre palestinesi e che, se non verrà consegnato all’Autorità Palestinese il controllo completo (anche militare) sulla striscia di Gaza, Hamas dovrà assumersi la piena responsabilità (anche finanziaria) di quel territorio. A dispetto dei numerosi accordi per la “riconciliazione” fra Fatah e Hamas solennemente annunciati in passato, Abu Mazen rifiuta di assumere qualunque responsabilità di governo su Gaza finché Hamas non accetta di disarmarsi: una condizione che il gruppo islamista non ha alcuna intenzione di accettare.

A quanto risulta, diversi soggetti stranieri, compreso un certo numero di governi arabi, contestano la decisione di Abu Mazen di “strangolare” Hamas a Gaza nella convinzione che ciò non possa che scatenare un picco di violenze. Oltre al Qatar, anche l’Egitto si era adoperato per mantenere un flusso di fondi verso la striscia, una politica che ha sempre più esasperato Abu Mazen. Funzionari egiziani, citati da Israel HaYom, accusano il presidente palestinese d’aver deliberatamente silurato il piano per un cessate il fuoco ideato dal capo dei servizi segreti egiziani Abbas Kamel e dal suo staff: “Mentre Hamas era disposta a discutere il piano almeno fino alla fase in cui la sua ala militare avrebbe dovuto disarmare, Abu Mazen si è rifiutato persino di prenderlo in considerazione e ha chiesto ad al-Sissi di accantonarlo immediatamente”. Abu Mazen aveva avvertito che, se l’Egitto continuava a mediare tra Hamas e Israele, l’Autorità Palestinese avrebbe imposto severe sanzioni alla popolazione di Gaza sino al punto di revocare tutto il budget destinato a Gaza, dichiarandola “zona ribelle”. Un alto funzionario di Ramallah ha detto a Israel HaYom: “Abu Mazen non permetterà trattative con Hamas come se fosse l’ente sovrano a Gaza. Hamas sta sfruttando i tagli di bilancio da Ramallah per dirigere le pressioni e i disordini da Gaza contro Israele”.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, in una conferenza stampa giovedì scorso con la cancelliera tedesca Angela Merkel in visita a Gerusalemme, ha esortato il mondo a dire ad Abu Mazen di smetterla di “soffocare” Gaza, una politica che “potrebbe portare a conseguenze molto pesanti”. L’anno scorso, ha detto Netanyahu, Abu Mazen “ha reso più difficile la situazione a Gaza tagliando il flusso di fondi dall’Autorità Palestinese alla striscia. Come conseguenza della pressione così esercitata, Hamas lancia attacchi contro Israele, mantenendoli a un’intensità relativamente bassa. Ma il strangolamento da parte di Abu Mazen va aumentando”. Netanyahu ha detto che Abu Mazen “ha interferito e continua a interferire con tutti i tentativi delle Nazioni Unite e di molti paesi di alleviare la situazione a Gaza. Oggi posso dire che anche i paesi donatori lo condannano per questo, e hanno ragione”.

Intanto gli scontri al confine fra Gaza e Israele, nel quadro della cosiddetta “marcia del ritorno”, sono drammaticamente aumentati nelle ultime settimane. Iniziati come eventi settimanali alla fine di marzo, erano decisamente diminuiti nel periodo in cui Hamas aveva avviato trattative indirette con Israele per un cessate il fuoco. Ma da quando le trattative si sono fermate, Hamas ha aumentato il ritmo delle rivolte, dando vita a nuove cellule, armate di ordigni esplosivi, incaricate di mantenere alta la tensione lungo il confine anche nelle ore notturne e del primo mattino. Il senso della continua minaccia di far esplodere tutta l’area se la permanenza al potere di Hamas non verrà garantita a dispetto delle politiche ostili di Abu Mazen, è apparso chiaro in un’intervista del capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, pubblicata venerdì dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Sinwar afferma di non volere altre guerre, ma aggiunge che “un’esplosione è inevitabile” nelle attuali condizioni: condizioni che Israele e altri nel mondo attribuiscono espressamente alla folle politica guerrafondaia e terroristica di Hamas, che controlla la striscia di Gaza sin dal giugno 2007. Sia Israele che l’Egitto applicano una serie di restrizioni al movimento di persone e merci da e per Gaza allo scopo di impedire a Hamas, e ad altri gruppi jihadisti nella striscia, di procurarsi armi e costruire strutture terroristiche e militari.

(Da: Times of Israel, Ha’aretz, Jerusalem Post, Israel HaYom, israele.net, 4-7.10.18)

Ben Cohen

Scrive Ben Cohen: Il giornale israeliano Yediot Achronot ha pubblicato venerdì scorso un’intervista a Yahya Sinwar, capo di Hamas a Gaza, condotta dalla giornalista italiana Francesca Borri. L’intervista era destinata sia a Yediot che al quotidiano italiano La Repubblica, e Francesca Borri insiste sul fatto che Sinwar e i suoi consiglieri sapevano fin dall’inizio che un giornale israeliano avrebbe pubblicato le sue dichiarazioni. L’ufficio di Sinwar afferma invece che Borri ha ingannato il capo di Hamas, il quale non avrebbe mai consapevolmente parlato con un mass-media israeliano, né con un giornalista israeliano o ebreo, né con un giornalista il cui lavoro fosse pubblicato da una testata israeliana. “La scelta di Hamas di non aver niente a che fare con i mass-media israeliani è chiara, ed è stata ripetutamente sottolineata – afferma una nota rilasciata dall’ufficio di Sinwar subito dopo che giovedì erano apparse on-line le prime anticipazioni dell’intervista – La giornalista ha chiesto un’intervista con il capo di Hamas a Gaza sulla base della richiesta ufficiale da parte di due quotidiani [uno italiano e uno britannico]”. La nota aggiunge che, prima di acconsentire alla richiesta, era stato condotto un controllo per verificare che Francesca Borri non fosse “né israeliana né ebrea [sic!], e che non aveva pubblicato lavori precedenti sulla stampa israeliana”. Non basta. Temendo che le parole di Sinwar venissero alterate o travisate, il suo ufficio ha deciso di pubblicare l’intervista integrale in arabo sull’agenzia di stampa Quds, affiliata a Hamas, un giorno prima della sua pubblicazione completa in Italia e Israele. Di fronte a una reazione così isterica era lecito pensare che Sinwar avesse rilasciato nell’intervista chissà quali dichiarazioni senza precedenti, che avesse annunciato una svolta epocale nella politica della sua organizzazione o che avesse inviato chissà quale messaggio di pace al pubblico israeliano. Niente di tutto questo. Leggendo le sue parole ci si domanda cosa mai preoccupasse tanto Sinwar, dal momento che non aveva detto nulla che non potesse essere condiviso anche dai membri più zelanti di Hamas e della Fratellanza Musulmana.

Ziv Hagbi, 35 anni, e Kim Levengrond Yehezkel, 28 anni: i due impiegati israeliani uccisi nell’attentato palestinese di domenica mattina a Barkan (puntualmente celebrato da Hamas)

Evidentemente, è il fatto stesso d’aver parlato al pubblico israeliano che Sinwar ha dovuto precipitarsi a negare, mentendo ancora una volta davanti a tutti, innanzitutto alla propria gente. Il vero valore dell’intervista sta dunque in questo: dimostra ancora una volta come mai Hamas non è, e non sarà mai, un interlocutore attendibile per qualsiasi credibile processo di pace tra palestinesi e Israele. Da più di dieci anni, Hamas impone il suo ferreo dominio su Gaza basandosi su tre assunti: Israele e l’Egitto manterranno il loro controllo sui confini di Gaza; pesanti combattimenti scoppieranno periodicamente con le forze israeliane; ma Israele non invaderà Gaza per rovesciare il regime di Hamas. Questa continuità consente ai capi di Hamas di mantenere il controllo politico e di sicurezza sulla striscia di Gaza. In termini di pura propaganda, come Sinwar ha dimostrato nella sua intervista, l’organizzazione terroristica islamista sostiene di condividere l’obiettivo (a medio termine) di altre fazioni palestinesi: ottenere uno Stato sulle linee del 1967 con capitale a Gerusalemme est. Ma senza riconoscere Israele e senza rinunciare alla violenza. Poi, ogni tanto, sui mass-media compare qualche notizia che sembra suggerire che Hamas potrebbe essere disposta a fare una o entrambe le cose, ma non lo fa mai. “Solo propaganda israeliana”, ha scrollato le spalle Sinwar quando gli è stato chiesto perché mai Hamas costruisca costosi tunnel per contrabbandare armi e infiltrare terroristi mentre a Gaza è in atto una crisi umanitaria. E ha aggiunto: “I tunnel non sono responsabili del disastro umanitario a Gaza. La responsabilità è di coloro che impongono l’assedio”. Come se non sapesse che sono appunto le minacce terroristiche di Hamas che rendono necessario il blocco dei confini con Israele ed Egitto, e non viceversa. “Si sono ritirati da Gaza nel 2005 – ha detto Sinwar – ma hanno chiuso il confine. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo”. Ed è proprio così che Hamas vuole che rimanga.
(Da: jns.org, 5.10.18)

Hamas ha diffuso una dichiarazione sull’attentato di domenica che ha visto un 23enne palestinese di Shweika (presso Tulkarem) aprire il fuoco con un mitra contro i lavoratori di una fabbrica israeliana a Barkan (Cisgiordania settentrionale), uccidendo due impiegati israeliani: la 28enne Kim Levengrond Yehezkel, di Rosh HaAyin, e il 35enne Ziv Hagbi, di Rishon LeZion. “L’attacco a Barkan – si legge nel comunicato di Hamas – rappresenta un nuovo capitolo nella lotta del popolo palestinese in Cisgiordania e un chiaro messaggio ai giovani di Cisgiordania e Gaza”. Anche la Jihad Islamica palestinese ha diffuso un comunicato in cui si congratula con l’attentatore.
“L’area industriale di Barkan – ha spiegato domenica il portavoce delle Forze di Difesa israeliane – è una zona di coesistenza dove 3.300 palestinesi con regolare permesso lavorano a fianco di altrettanti ebrei israeliani. Analizzeremo questo incidente e decideremo come procedere da qui in avanti, anche se preservare la convivenza resta una delle missioni delle Forze di Difesa israeliane.
(Da: Ha’aretz, YnetNews, 7.10.18)

Amos Yadlin

Scrive Amos Yadlin: In quest’ultimo trimestre dell’anno 2018, Israele si trova ad affrontare minacce alla sua sicurezza in sei diversi ambiti: il programma nucleare iraniano; il radicamento militare iraniano in Siria e in Libano; la fornitura di missili russi S-300 alla Siria; la minaccia di Hezbollah; l’escalation a Gaza e il pericolo-caos in Cisgiordania.

La minaccia più importante è costituita dal programma nucleare iraniano. Anche se quest’anno non vi saranno sviluppi drastici, è sempre possibile che gli iraniani si ritirino (più o meno ufficialmente) dall’accordo sul nucleare e riprendano in pieno le loro attività per l’arma atomica. Oltre al continuo lavoro dell’intelligence per svelare le attività illegali iraniane, agli sforzi diplomatici rivolti all’Europa e alle più che giustificate critiche per l’inefficace opera di supervisione da parte dell’AIEA, Israele ha bisogno di un piano operativo strategico che sia coordinato con gli Stati Uniti e prepari le basi per quando l’Iran riprenderà, prima o poi, le sue attività nucleari.

Circa il consolidamento della presenza militare iraniana in Siria e Libano, c’è da dire che l’Iran, nonostante il duro colpo subito lo scorso maggio, è determinato a continuare a sviluppare in quei due paesi risorse militari avanzate, che minacceranno direttamente Israele. Finora la risolutezza di Israele nel contrastare i tentativi dell’Iran non si è attenuata, benché comporti dei rischi come si è visto con l’abbattimento dell’aereo spia russo ad opera dell’esercito siriano che cercava maldestramente di intercettare un attacco dell’aviazione israeliana. Un allargamento in Libano di queste risorse militari avanzate sarebbe uno sviluppo che Israele non potrebbe tollerare, il che aumenta l’instabilità lungo tutto il confine settentrionale del paese.

Le batterie antiaeree S-300, già consegnate ai siriani, servirebbero per garantire “la sicurezza dei russi nel paese”, secondo quanto ha dichiarato il ministro degli esteri di Mosca Sergey Lavrov. In realtà, in Siria ci sono già le ben più sofisticate batterie S-400, ma per ora sono manovrate solo dai militari russi. Se però venissero lasciate, per qualunque motivo, a disposizione dell’esercito siriano, la libertà di manovra dell’aviazione israeliana verrebbe significativamente limitata e Israele si troverebbe costretto a distruggerle, uno sviluppo che potrebbe aumentare molto le tensioni con la Russia, e certamente con la Siria.

Il potenziale esplosivo più immediatamente percepibile è quello che si registra in Cisgiordania e soprattutto nella striscia di Gaza. Il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen sta assumendo verso Hamas atteggiamenti ben più ostili che Israele. Ostacola ogni possibile soluzione provvisoria che permetta un accordo di cessate il fuoco, e non fa che accrescere la pressione economica non solo sul gruppo terrorista che controlla la striscia di Gaza, ma soprattutto sulla popolazione palestinese che vi abita. E’ come se Abu Mazen volesse scatenare uno scontro militare tra Hamas e Israele nella speranza che i suoi acerrimi nemici di Hamas subiscano un colpo letale e che la sua Autorità Palestinese ne esca rafforzata. Dal canto suo Hamas, finché le trattative con Israele restano a un punto morto, intensifica le violenze al confine, con aumento dei lanci di ordigni esplosivi e incendiari e aumento dei morti e feriti palestinesi. Si è tornati al punto di partenza della scorsa primavera, quando Hamas, messa con le spalle al muro, alimentava gli scontri fino a punto di rischiare una reazione israeliana su larga scala. (E’ in questo contesto che si inseriscono le minacce e i messaggi trasversali contenuti nella recente intervista del capo di Hamas, Yahya Sinwar.) Anche in Cisgiordania non c’è da stare tranquilli. La pressione esercitata dall’amministrazione Trump sull’Autorità Palestinese e la debolezza politica di Abu Mazen potrebbero portare a un nuovo scoppio di violenza, più meno organizzata. Israele dovrebbe fare di più per ridurre questo rischio e prevenire un’escalation non necessaria.

Per affrontare queste sfide, Israele ha bisogno prima di tutto di un ampio coordinamento con gli Stati Uniti. Inoltre, deve cercare di arrivare a nuove intese con la Russia per quanto riguarda la tutela degli interessi comuni nell’arena settentrionale e il mantenimento di un accettabile equilibrio tra minacce contrastanti, deterrenza credibile e sforzi per prevenire un’escalation nella regione. Queste sono le sfide che la leadership militare e politica d’Israele si trova ad affrontare: cosa non semplice, considerando il fatto che il paese sta entrando in un anno elettorale, e che le sfide sul piano della difesa e della sicurezza non sono certo le uniche con cui i decisori politici israeliani devono fare i conti
(Da: YnetNews, 7.10.18)