Alto diplomatico degli Emirati: “I palestinesi devono voler aiutare se stessi”

Omar Saif Ghobash: “Invece delle solite condanne e ingiurie, potrebbero guardare meglio a quello che stiamo cercando di fare, anche per la loro causa”

Di Jacob Magid

Omar Saif Ghobash, ministro aggiunto UAE per la diplomazia pubblica e culturale

Parlando con Times of Israel da Washington, dove si trova per la cerimonia della firma con Israele, l’alto diplomatico degli Emirati Arabi Uniti Omar Saif Ghobash respinge seccamente l’accusa dei palestinesi secondo cui la normalizzazione del suo paese con Israele avverrebbe a spese della loro causa. “Ma è necessario che anche loro vogliano aiutare se stessi – aggiunge Ghobash, ministro aggiunto degli Emirati per la diplomazia pubblica e culturale – e invece di fare ricorso alle solite condanne e ingiurie, forse potrebbero guardare meglio a quello che stiamo cercando di fare”.

Ghobash spiega che la “connettività” promossa dall’accordo di normalizzazione tra Emirati Arabi Uniti e Israele “aiuterà, anziché che ostacolare” la causa palestinese, e fa notare la possibilità che Abu Dhabi ha avuto di ottenere un’importante concessione da Israele durante i negoziati per la normalizzazione, e cioè la sospensione a lungo termine dei piani di annessione di porzioni della Cisgiordania. Ecco perché, continua Ghobash, esortiamo l’Autorità Palestinese a impegnarsi nuovamente nelle trattative con il governo israeliano: “Avvalendosi di ciò che siamo riusciti a ottenere – dice – esortiamo i palestinesi a farsi avanti con gli israeliani e le autorità americane, e a ripensare ciò che può essere realizzabile”.

Ghobash insiste sul fatto che il suo paese si è evoluto nel corso degli anni, portando a nuovi interessi, “oltre a quelli tradizionali arabo-islamici”, che a loro volta hanno portato alla decisione del mese scorso di normalizzare le relazioni con Israele. “Ma anche se abbiamo capito di avere nuovi obiettivi e interessi, questo non significa che rinunciamo alla nostra lealtà tradizionale” afferma Ghobash, spiegando che i “nuovi interessi” e le “vecchie lealtà” possono coesistere nella nuova politica degli Emirati Arabi Uniti su Israele, e che anzi tale nuova politica consentirà ad Abu Dhabi di difendere più efficacemente la causa palestinese “parlando direttamente con i nostri amici e partner israeliani su questioni che ci preoccupano: non negozieremo per conto dei palestinesi, ma stiamo dicendo che c’è uno spazio per fare passi avanti, e pensiamo di aver creato quello spazio con il nostro accordo”.

Manifestanti palestinesi contro l’accordo di pace Emirati-Israele. Sul cartello, l’immancabile mappa della rivendicazione del nazionalismo palestinese: Israele è cancellato dalla carta geografica

Ghobash parla con entusiasmo dell’accordo con Israele, insistendo sul fatto che sarà facilmente distinguibile dai trattati che Israele ha sottoscritto con Egitto e Giordania, spesso indicati come accordi che hanno dato vita solo a una “pace fredda”. “Una delle idee chiave su cui abbiamo concordato è che questa sarà una pace calda – dice Ghobash – e ci aspettiamo che vi siano molti scambi tra le popolazioni, come le altre forme di pace nella regione finora non hanno mai visto”. Ghobash, che è stato anche ambasciatore in Russia e Francia, sottolinea che in generale il mondo arabo si trova in condizioni molto diverse rispetto a 26 anni fa, quando venne firmato l’ultimo accordo di pace (tra Israele e Giordania). La popolazione degli Emirati, dice, è relativamente più giovane di altre nella regione, ed è anche più connessa a livello globale. “C’è già molto interesse e curiosità per il cibo kasher, per la lingua ebraica, per lo stile di vita e per come sono veramente gli israeliani – aggiunge sorridendo – Molti negli Emirati hanno guardato Fauda [la serie di successo israeliana su Netflix ndr]. Si sta formando una nuova immagine. Molti giovani emiratini mi dicono che vogliono andare a Tel Aviv e in altri luoghi in Israele, e che sono davvero interessati a interagire con i loro coetanei israeliani”.

Circa le preoccupazioni israeliane per quanto riguarda la volontà degli Emirati Arabi Uniti di acquistare dagli Stati Uniti i modernissimi caccia F-35 (la cui avanzata tecnologia potrebbe mettere a rischio il “vantaggio militare qualitativo” dello stato ebraico nella regione), Ghobash minimizza il significato della cosa dicendo che è “secondaria rispetto al rapporto in evoluzione che stiamo proponendo. Il vero tornaconto – conclude – non è questo o quel sistema d’arma, ma un diverso tipo di Medio Oriente in cui possiamo anche essere d’accordo di non essere d’accordo su questa o quella questione”.

(Da: Times of Israel, 15.9.20)