Archeologia: il peggiore incubo dei palestinesi

Una serie continua di ritrovamenti archeologici in Israele sbugiarda la narrativa della propaganda arabo-palestinese

Di Stephen M. Flatow

Stephen M. Flatow, autore di questo articolo

Esperti e osservatori vi diranno che i nemici più pericolosi della causa arabo-palestinese sono gli stati del Golfo che hanno deciso di riconoscere Israele, o quei paesi europei che stanno spostando le loro ambasciate a Gerusalemme, o i politici americani che iniziano a rifiutarsi di continuare a sottoscrivere i debiti dell’Autorità Palestinese.

Non sono d’accordo. A mio parere il nemico più formidabile dei palestinesi è l’archeologia. Un mikvè (bagno rituale ebraico) antico di duemila anni è stato recentemente scoperto in Bassa Galilea. La maggior parte della gente probabilmente non avrebbe mai sentito parlare della scoperta se non fosse stato per le sensazionali immagini del trasporto dell’intera struttura nel vicino kibbutz Hanaton, dove verrà conservata a beneficio del pubblico.

Lo straordinario spettacolo di un mikvè trasportato da un camion, tuttavia, induce anche a fermarsi un momento e riflettere sulle notevolissime implicazioni del ritrovamento archeologico: significa che duemila anni fa gli abitanti della Bassa Galilea praticavano gli stessi identici rituali religiosi che praticano oggi gli ebrei osservanti in tutto il mondo. In altre parole, quei galilei erano ebrei. Non erano “palestinesi”. La parola “Palestina” non era ancora stata inventata. Non erano arabi né musulmani. L’invasione della Terra d’Israele ad opera di fondamentalisti musulmani in arrivo dalla penisola arabica si sarebbe verificata solo 600 anni più tardi.

Da: israele.net, 28.12.18: Per l’ideologia, la propaganda e persino per le leggi palestinesi, il termine palestinese significa “arabo e musulmano di Palestina”.
La Legge fondamentale dell’Autorità Palestinese approvata a Ramallah il 29 maggio 2002 stabilisce: «Art. 1: La Palestina fa parte del grande mondo arabo e il popolo palestinese fa parte della nazione araba. Il popolo palestinese si adopererà per raggiungere l’obiettivo dell’unità araba. […] Art. 4: L’islam è la religione ufficiale della Palestina. I principi della shari’a islamica saranno la principale fonte della legislazione. L’arabo sarà la lingua ufficiale».
La Carta Nazionale dell’Olp (1-7 luglio 1968) proclama: «Art. 1: La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese, è parte indivisibile della patria araba e il popolo palestinese è parte integrante della nazione araba».

Il mikvé issato e trasportato al kibbutz Hanaton

La notizia dell’antico mikvè deve essere stata accolta con autentico disappunto dal capo dell’Autorità Palestinese Abu Mazen, che lo scorso 25 settembre si rivolgeva all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dicendo: “Il popolo palestinese è presente nella sua patria, la Palestina, la terra dei suoi antenati, da oltre 6.000 anni”. Quei ficcanaso di archeologi e le loro scoperte continuano a intralciare la propaganda palestinese. A peggiorare le cose per Abu Mazen, i direttori degli scavi che hanno portato alla scoperta del mikvé si chiamano Walid Atrash e Abd Elghani Ibrahim, nomi e cognomi da cui è facile capire che non si tratta precisamente di ebrei ortodossi. L’Autorità Palestinese troverà qualche difficoltà a sostenere che Atrash e Ibrahim sono agenti di un complotto sionista.

Quello del mikvè è stato solo l’ultimo di una serie di ritrovamenti archeologici in Israele durante lo scorso anno, ognuno dei quali sconfessa la narrativa della propaganda arabo-palestinese. Negli scavi del parcheggio Givati, a Gerusalemme, gli archeologi hanno scoperto iscrizioni in lingua ebraica risalenti a 2.600 anni fa. Una consiste in un sigillo di pietra con incise le parole “appartenente a Ikkar figlio di Matanyahu”. L’altra era lo stampo di un sigillo d’argilla su cui si legge “appartenente a Nathan-Melech, servo del re”. Non sono in arabo, sono in ebraico. E i nomi non sono Yasser o Mahmoud.

L’archeologo Abd Elghani Ibrahim, co-direttore degli scavi, fotografato accanto al mikvè scoperto nei pressi del kibbutz Hanaton

Altrove, sempre a Gerusalemme, gli archeologi hanno portato alla luce una strada lastricata di duemila anni fa che veniva utilizzata dagli ebrei che compivano il pellegrinaggio annuale nella capitale durante le feste di Pasqua, Shavuot e Sukkot. Non era usata da arabi, musulmani o “palestinesi” per il semplice motivo che a quei tempi non ce n’era in giro nessuno. Nel frattempo, scavi condotti da archeologi dell’University of North Carolina hanno portato alla scoperta di due splendidi mosaici nel sito di una sinagoga di 1.600 anni fa vicino a Huqoq, nel nord di Israele. Uno dei mosaici raffigura una scena dell’Esodo degli ebrei dall’antico Egitto. L’altro mostra immagini ispirate a versetti del Libro di Daniele. E’ appena il caso di notare che quei mosaici non mostrano scene ispirate al Corano. In essi non c’è nulla di arabo, islamico o “palestinese”. Sono ebraici, si trovano in Israele e hanno 1.600 anni.

Ogni nuova scoperta archeologica sugli antichi ebrei costituisce un ulteriore bastone ficcato fra i raggi delle ruote della macchina propagandistica arabo-palestinese. Ogni elemento fisico nel suolo del paese fa a pezzi le menzogne dell’Autorità Palestinese. Ogni pietra, sigillo o frammento di ceramica ci ricorda chi sono i veri indigeni della Terra d’Israele.

(Da: jns.org, 6.10.20)