Come disse Nasser, “se i profughi torneranno in Israele, quella sarà la fine di Israele”

Chi vuole promuovere la pace non può appoggiare la fantasia di distruggere Israele attraverso la rivendicazione di un insistente "diritto al ritorno"

Di Ben-Dror Yemini

Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

Alcuni mesi fa l’organizzazione Combatants for Peace (Combattenti per la pace, una ong israeliana dedita a promuovere la riconciliazione fra ebrei e arabi, e che l’autore ricorda d’aver difeso in più occasioni, ndr) ha pubblicato un annuncio che era pura propaganda a favore di quella fantasticheria che va sotto il nome di “diritto al ritorno” dei palestinesi.

Questo “diritto” non esiste. Decine di milioni di persone sono diventate profughi, nel secolo scorso, a causa del crollo di imperi e di scambi di popolazione seguiti all’istituzione di stati etnico-nazionali. Dopo alcuni anni cessarono di essere profughi. Quelle decine di milioni non hanno mai avuto nessun “diritto al ritorno”. Solo i capi dei paesi arabi rifiutarono ogni possibile opzione di riabilitazione dei profughi palestinesi, ostinandosi a rendere eterno il problema.

Nel momento stesso in cui si generò il problema dei profughi, la rivendicazione di un loro ritorno non venne avanzata in nome della pace, ma per lo smantellamento di Israele. Già nell’ottobre del 1949 il ministro degli esteri egiziano Muhamad Salah a-Din dichiarava: “La richiesta del ritorno dei profughi è la richiesta di liquidare Israele”. Nel 1960 il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser affermò: “Se i profughi torneranno in Israele, quella sarà la fine di Israele”. Nel 1988 Saker Habash, alto consigliere del presidente dell’Olp Yasser Arafat, disse: “Per noi, la questione dei profughi è l’asso nella manica per l’obiettivo di eliminare Israele”. E si potrebbe andare avanti.

Tutta le mappe della pubblciistica della “giornata della nakba” e del “diritto al ritorno” mostrano esplicitamente l’obiettivo della cancellazione di Israele dalla carta geografica

Negli ultimi decenni, ai palestinesi sono state offerte più volte opzioni realistiche per l’istituzione di un loro stato sul 95% e più dei territori di Cisgiordania e Gaza. Hanno respinto tutte le offerte. Il problema principale non erano gli insediamenti o le linee di confine, ma la rivendicazione palestinese del “diritto al ritorno”.

Il tema si ripete. Come affermò nel 2002 l’ex presidente del Comitato Centrale di Fatah, Farouk Kaddoumi, “il diritto al ritorno dei profughi a Giaffa e Haifa è più importante di uno stato”. La testardaggine con cui i palestinesi rifiutano di riconoscere l’idea di due stati per due popoli dipende dal fatto che tale riconoscimento impedirebbe, esplicitamente o implicitamente, il “ritorno”, vale a dire l’insediamento in massa dentro Israele dei profughi e dei loro milioni di discendenti.

Coloro, israeliani e non, che vogliono sinceramente promuovere un accordo di pace non dovrebbero limitarsi a pressare il governo di Gerusalemme contro le attività edilizie al di fuori dei principali blocchi di insediamenti. Dovrebbero anche dire chiaramente ai palestinesi che rivendicare il “diritto al ritorno” equivale a chiedere il suicidio nazionale di Israele. Semplicemente, non succederà.

Ma quando gli attivisti di un gruppo come Combatants for Peace adottano la posizione intransigente araba e palestinese e incoraggiano la rivendicazione del “diritto al ritorno”, non promuovono affatto la causa della pace, bensì quella del rifiuto. Adottano la posizione di coloro che mirano a distruggere. Non si battono più per la libertà, l’indipendenza o la fine dell’occupazione, ma contro l’esistenza stessa dello stato di Israele. La maggior parte degli israeliani, certamente quelli di sinistra, è a favore del compromesso, della riconciliazione e del concetto di due stati per due popoli. Ma non appoggiano la fantasia di distruggere Israele mediante la rivendicazione di un insistente “diritto al ritorno”.

(Da: YnetNews, 7.5.19)