Come gli arabi israeliani hanno screditato il movimento BDS

Hanno sostenuto la scelta di Ayman Odeh di impegnarsi nella politica di Israele: l’opposto della campagna BDS che è contro ogni normalizzazione con lo stato ebraico

Di Mark Horowitz

Mark Horowitz, autore di questo articolo

Sono passati diversi giorni da quando il politico israeliano Ayman Odeh ha fatto lo storico annuncio che lui, in quanto leader del blocco arabo nella Knesset, avrebbe indicato Benny Gantz per l’incarico di primo ministro. Si è trattato di uno sviluppo straordinario dopo che per decenni i partiti arabi israeliani avevano boicottato il processo di formazione del governo. E molti americani e occidentali, ebrei e non, hanno subito notato il significato storico dell’evento per quando riguarda il posto degli arabi nella società israeliana. Ma dalla sinistra anti-sionista c’è stato silenzio assoluto. Nessun commento da parte degli anti-sionisti, ebrei e non ebrei. Un politico palestinese israeliano decide di dare sostegno a un partito sionista guidato da un ex generale delle Forze di Difesa israeliane, e dalla sinistra anti-sionista non arriva neanche una parola. A quanto pare, l’evento storico è semplicemente sfuggito a tutti coloro che sostengono il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele, noto come BDS. D’altra parte, come biasimarli? Ayman Odeh gli ha appena cacciato due dita negli occhi.

Il movimento BDS sostiene di avere, tra i suoi obiettivi, quello di porre fine all’occupazione e di garantire il diritto al ritorno (cioè, a stabilirsi in Israele ndr) di tutti i profughi palestinesi del 1948 e dei loro discendenti. In altre parole, sostiene la fine dello stato ebraico. E il suo metodo per conseguire questo obiettivo è trasformare in paria Israele e i suoi sostenitori. La prima regola del BDS è non parlare mai parlare con i sionisti, non importa se liberal o conservatori o di una qualunque posizione intermedia. È per questo che, ad esempio, gli “Studenti per la giustizia in Palestina” non fanno mai domande ai convegni universitari con oratori di lingua israeliana, ma semplicemente bloccano la porta o cercano di impedire che si tenga l’evento. Secondo le regole non scritte del BDS, non può esserci nessun dialogo perché la coesistenza è vietata. Coesistere significa normalizzare, e normalizzare significa accettare.

Ayman Odeh al voto con la famiglia

Ma ecco che arriva Ayman Odeh. Odeh sembra non avere nessun problema a perseguire la normalizzazione. Alle elezioni dello scorso 17 settembre un numero molto alto di elettori arabi del paese ha risposto al suo appello per l’impegno, che era essenzialmente un’esortazione alla coesistenza. Gli arabi israeliani sono andati alle urne in numero inaspettatamente elevato come diretto risultato dell’annuncio di Odeh che avrebbe preso in considerazione il sostegno a un governo guidato da Gantz. L’affluenza degli elettori arabi è passata dal magro 49% del 9 aprile a oltre il 60% in settembre grazie alla dichiarata volontà di Odeh di giocare un ruolo più attivo nella formazione del governo.

Odeh ha anche ribadito il suo sostegno per la soluzione a due stati, che quasi tutti i palestinesi in Israele sostengono. Questo impegno per la formula “due stati per due popoli”, unito alla sua nuova determinazione ad impegnarsi nella politica israeliana, ha messo Odeh in contrapposizione al movimento BDS. O più esattamente, ha messo il movimento BDS in contrapposizione al gruppo oppresso che pretendono di rappresentare. I leader del movimento BDS non sostengono affatto la soluzione preconizzata dalle Nazioni Unite nel 1947, e non credono che uno stato arabo-palestinese possa vivere in pace accanto a uno ebraico-israeliano. Gli organizzatori del BDS hanno affermato sin dall’inizio che il sionismo è come il razzismo, e che lo stato d’Israele è un illegittimo insediamento colonialista. Il problema dei palestinesi, secondo il BDS, può essere risolto solo annullando la fondazione di Israele del 1948 e istituendo un unico stato a maggioranza araba dal fiume Giordano al mare. Eppure, proprio i palestinesi in prima linea dentro Israele sono andati alle urne e ciò per cui hanno votato vìola i principi fondamentali del BDS.

La campagna BDS non cerca nemmeno di nascondere il suo vero obiettivo: la cancellazione dello stato ebraico “dal fiume al mare”

Ovviamente non era nelle intenzioni di Odeh umiliare il movimento BDS quando ha fatto il suo passo verso Gantz. Probabilmente gli anti-sionisti occidentali non gli sono nemmeno passati per la mente. Odeh è un politico e un pragmatico. Quello che voleva fare era inviare a Netanyahu e ai partiti sionisti d’Israele il chiaro messaggio che i palestinesi israeliani non possono essere ignorati. Come ha scritto in un editoriale sul New York Times perfettamente sincronizzato con il suo annuncio a sostegno di Gantz, “la nostra decisione di indicare Gantz come prossimo primo ministro, pur senza entrare nel suo previsto governo di unità nazionale, è il chiaro messaggio che l’unico futuro per questo il paese è un futuro condiviso e che non esiste futuro condiviso senza la piena ed equa partecipazione dei suoi cittadini arabi palestinesi”. Forse ancora più importante, Odeh inviava un messaggio cautamente ottimista alla popolazione d’Israele, un messaggio che riguarda una visione alternativa della politica israeliana e il futuro del conflitto, riconciliando gli ideali sionisti con il concetto di uno stato per tutta la sua popolazione. E’ stato un gesto idealistico e coraggioso, anche se forse non perfettamente realistico. Ha privilegiato la speranza rispetto al passato: forse il matrimonio è ancora possibile. E significava un autentico impegno verso l’eguaglianza e la sicurezza per ebrei e arabi in Israele.

Per i sostenitori occidentali del BDS, l’iniziativa di Odeh dovrebbe suonare come un campanello d’allarme. Dovrebbe dire loro ciò che i critici del movimento BDS sostengono da tempo, e cioè che c’è una profonda disconnessione tra il movimento BDS all’estero e coloro che effettivamente si adoperano per promuovere i diritti degli arabi palestinesi sul posto. E se è vero che molti palestinesi, specialmente a Gaza e in Cisgiordania, sostengono a parole il BDS e la sua politica anti-normalizzazione, viaggiando per Israele e la Cisgiordania mi sono reso conto di quanto quel sostegno sia ambivalente. Nella vita quotidiana, la maggior parte dei palestinesi critica gli israeliani perché li accusa di non essere abbastanza cooperativi. Nella vita di tutti i giorni, i palestinesi vogliono più normalizzazione, non meno, e ritengono che il problema sia la riluttanza degli israeliani.

È evidente che invocare lo dissoluzione dello stato ebraico contro la volontà della stragrande maggioranza della popolazione di quello stato può solo significare il suo rovesciamento violento, una prospettiva che i leader del BDS non cercano nemmeno di nascondere. “Siamo contrari a uno stato ebraico in qualunque parte della Palestina – ha dichiarato Omar Barghouti, cofondatore del BDS e suo attuale leader – Io, per esempio, sono per l’eutanasia”. Purtroppo, in base alla mia esperienza, la maggior parte dei sostenitori americani e occidentali del BDS non conosce nemmeno le vere posizioni del movimento. Pensano di opporsi semplicemente all’occupazione in Cisgiordania. In realtà, per gli americani e occidentali seriamente intenzionati a porre fine all’occupazione esistono molti altri interlocutori più costruttivi all’interno di Israele, anche fra i partiti politici e le ong israeliani esistenti, e che non abbracciano soluzioni destinate a causare una sanguinosa guerra che costerebbe la vita a milioni di persone.

Adesso sappiamo che anche la maggioranza degli arabi israeliani preme per una soluzione pacifica. Non c’è da stupirsi che l’estrema sinistra anti-sionista sia ammutolita.

(Da: Forward.com, 26.10.19)