Come impatteranno sugli Accordi di Abramo le politiche del nuovo governo Netanyahu

Gli arabi del Golfo considerano un modello la miscela israeliana di tradizione e modernità: un patrimonio da coltivare con dialogo e tolleranza (nonostante l’irriducibile ostilità palestinese)

Di David M. Weinberg

David M. Weinberg, autore di questo articolo

Le numerose riforme progettate dal governo israeliano entrante in aree come sicurezza, difesa, diplomazia e religione – alle quali, per quanto mi riguarda, non sono necessariamente contrario – creeranno difficoltà per le relazioni estere di Israele.  Molto è già stato scritto sulle preoccupazioni suscitate nel paese, all’estero e nelle comunità ebraiche liberali della diaspora. Ma va ricordato che Israele è sotto il microscopio anche delle capitali arabe, in particolare quelle dei suoi nuovi partner negli Accordi di Abramo.

In una recente serie di incontri che ho avuto con colleghi di vari think tank nel Golfo Persico, ho riscontrato una profonda inquietudine rispetto all’emergente coalizione di governo in Israele. Dal loro punto di vista, il concetto chiave alla base degli accordi che hanno raggiunto con Israele è la tolleranza, e si aspettano che ciò si rifletta nella politica del governo israeliano. In questo articolo cercherò di spiegare cosa intendono per tolleranza.

Ma prima, una rapida panoramica dei numerosi cambiamenti che il governo entrante intende attuare.

Nella sfera legale, il futuro governo intende porre rimedio a quello che viene percepito dai suoi elettori come uno squilibrio di potere tra la magistratura e il parlamento, in particolare varando una legge che in qualche modo sancisca una “prevalenza” della Knesset sulla Corte Suprema, e modificando le modalità con cui vengono nominati i giudici di massimo grado.

Un altro punto in programma è quello di legalizzare lo status di una ventina di recenti comunità ebraiche in Giudea e Samaria (definite insediamenti illegali) e al contempo di esercitare maggiore controllo sulla diffusione di insediamenti palestinesi abusivi, spesso finanziati dall’Europa, nelle Aree C della Cisgiordania, quelle che in base agli Accordi di Oslo dovrebbero essere sotto pieno controllo civile e militare israeliano. In questo contesto, il nuovo governo potrebbe cercare di applicare la giurisdizione israeliana direttamente ai residenti israeliani in Giudea e Samaria, annullando il ruolo dell’attuale “amministrazione civile”, che fa capo al Ministero della difesa, per quanto riguarda la gestione della crescita (o della non crescita) delle comunità ebraiche in quelle stesse Aree.

Le bandiere di Stati Uniti, Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain proiettate sulle mura della Città Vecchia di Gerusalemme per celebrare gli Accordi di Abramo

Alcuni politici che saranno ministri nel nuovo governo intendono adottare una serie di misure volte a dare maggiore libertà di azione e di intervento armato ai soldati delle Forze di Difesa che combattono il terrorismo nei Territori così come alle forze di polizia che operano nelle regioni del paese (a popolazione mista o prevalentemente araba), come parte del Negev e della Galilea, dove da tempo imperversano sanguinose faide, racket e criminalità organizzata.

Ci si può inoltre aspettare che il governo intenda reprimere le attività di gruppi islamisti estremisti attivi a Gerusalemme est, compresi quelli turchi, che usano la situazione della sicurezza a Gerusalemme come un’arma per minare la sovranità israeliana nella città. Infine, è probabile che il nuovo governo intenda agire (con cautela, si presume) per rendere possibile la preghiera ebraica sul Monte del Tempio.

I miei interlocutori degli Emirati e del Bahrein non si oppongono in linea di principio a nessuno di questi sviluppi. Né escludono a lungo termine l’estensione della sovranità israeliana su parti della Giudea e della Samaria (sulla falsariga, diciamo, del piano Trump). In fondo, alcune di queste riforme sono questioni interne israeliane, mentre altre, come il diritto di preghiera ebraica sul Monte del Tempio, derivano da principi di tolleranza e libertà religiosa che sono apprezzati dagli arabi del Golfo.

Ma la chiave, dicono, è non comportarsi come un elefante in cristalleria. Se Israele iniziasse a costruire insediamenti in Giudea e Samaria a briglia sciolta, o adottasse una politica che fosse definibile “dal grilletto facile” negli scontri con arabi, beduini e palestinesi che lanciano molotov e pietre, o si precipitasse a introdurre cambiamenti complessivi nelle norme di sicurezza e preghiera sul Monte del Tempio senza tentare di intavolare un dialogo rispettoso su questo tema con il mondo arabo, allora gli Accordi di Abramo potrebbero risentirne.

Nessun paese degli Accordi di Abramo romperà le relazioni con Israele o porrà fine alla cooperazione di intelligence e difesa (specialmente contro l’Iran). E in molti campi, dalla cooperazione ambientale e agricola alle partnership scientifiche, spaziali e commerciali, la collaborazione continuerà a ritmo sostenuto. Ma i paesi arabi potrebbero ritenere necessario ridimensionare i loro legami pubblici con Israele e prendere pubblicamente le distanze dal governo di Gerusalemme.

Fatah: “Israele avrà fine per mano dei combattenti della resistenza e dei politici palestinesi” (clicca per il video). David M. Weinberg: “Non so come ci si possa aspettare che Israele faccia progressi con Abu Mazen e i suoi compari, figuriamoci con i capi di Hamas”

Un collega del Golfo mi ha avvertito che in particolare i sauditi si trovano in un momento difficile. Il principe ereditario Mohammed bin Salman potrebbe essere pronto a compiere nuovi passi significativi verso Israele. E questa è certamente la speranza del primo ministro entrante Benjamin Netanyahu, che ha indicato una svolta nei legami con l’Arabia Saudita come una delle sue massime priorità. Ma sono stato avvertito che i sauditi potrebbero essere costretti a ritrarsi da tali aperture se Israele agisse in modo incauto e intollerante. Il primo passo che i sauditi potrebbero fare per prendere le distanze potrebbe essere la revoca del permesso di sorvolo del suolo saudita concesso alle compagnie aeree israeliane, del Bahrein e degli Emirati. Ciò costituirebbe un enorme passo indietro, che avrebbe un grave impatto sullo sviluppo dei legami Israele-Golfo e ovviamente sul turismo. Lo considero un severo avvertimento.

Il che ci riporta al concetto abramitico di tolleranza. Ciò che gli arabi del Golfo stanno cercando di fare è ridefinire l’identità e l’immagine globale dei musulmani arabi sulla base di un discorso di genuina tolleranza e moderazione ideologica: respingono esplicitamente i discorsi di odio verso l’Occidente, e verso Israele, che stanno alla radice delle correnti estremiste dell’islam sia sunnita che sciita. Gli arabi del Golfo vedono la miscela di tradizione e di modernità illuminata tipica di Israele come un modello per le loro società. Dopotutto, la società israeliana e le società di Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Marocco hanno a cuore le loro forti identità familiari, etniche, culturali e religiose mentre al contempo valorizzano la modernità. Coltivano un fiero sentimento nazionalista e contemporaneamente un approccio di larghe vedute all’istruzione più avanzata, alla fratellanza internazionale e alla cooperazione regionale. E perseguono tutti la pace.

Di conseguenza, i leader arabi dei paesi degli Accordi di Abramo hanno bisogno che Israele esprima tolleranza, persegua attivamente accomodamenti con gli arabi israeliani e cerchi la pace anche con i palestinesi. Non sono ingessati nell’obsoleto paradigma dei due stati dell’era di Oslo, né si preoccupano che venga soddisfatta ogni richiesta estremista dei palestinesi. Ciò che hanno a cuore è un approccio di dialogo e tolleranza. Desiderano che Israele persegua canali di riconciliazione ebraico-musulmana, non alterchi rabbiosi; opportunità di diplomazia perlomeno informale (un secondo canale) con i palestinesi, invece dello scontro; percorsi di lavoro concreto di squadra, anziché litigi. Si aspettano che Israele prosegua il dialogo con i leader arabi israeliani su questioni di governance interna, e con il mondo arabo in generale su questioni relative alla sovranità e in particolare su Gerusalemme.

Come tutto questo possa quadrare con le attuali politiche della dirigenza palestinese fatte di rifiuto, assoluta ostilità verso Israele e persino di rozzo antisemitismo, non lo so. Come ci si possa aspettare che Israele faccia progressi con Abu Mazen e i suoi compari, figuriamoci con i capi di Hamas, non lo so. E non so come Israele potrà contrastare con forza il racket in stile mafioso di certi beduini nel Negev, cosa che ha il dovere di fare, senza un certo livello di scontro. Quindi, ho detto ai miei colleghi del Golfo di moderare le loro aspettative. E ho detto loro che Israele affermerà con fermezza il controllo della sua sovranità e del suo governo a fronte all’illegalità dilagante fra arabi israeliani e palestinesi. Questo è ciò che la maggior parte degli israeliani si aspetta dal nuovo governo.

Allo stesso tempo, ho assicurato loro che Israele lo farà senza incitamenti razzisti e retoriche delegittimanti e senza crude esibizioni di potere, ma con strumenti ben calibrati e con un approccio di massima disponibilità al dialogo. Spero che i fatti mi daranno ragione.

(Da: Jerusalem Post, 25.11.22)