Perché gli “amici” occidentali pensano che gli israeliani siano stupidi?

In Israele, anche chi critica l’eventuale mossa unilaterale sulla sovranità in Cisgiordania sa che sono i rifiuti palestinesi ciò che ha finora impedito la soluzione a due stati

Di Mitchell Bard

Mitchell Bard, autore di questo articolo

Mentre il governo israeliano sta valutando l’opportunità o meno di applicare la sovranità su parte o gran parte della Cisgiordania, tutta una schiera di politici, opinionisti ed esperti di Medio Oriente americani e occidentali si fa in quattro per dire agli israeliani che questa mossa danneggerà i loro stessi interessi. Evidentemente molti di costoro ritengono che gli israeliani non siano in grado di capire le conseguenze delle loro scelte. Invece lo sono, e sono pronti a soppesarle ed eventualmente affrontarle.

Le preoccupazioni vanno da provocare una rivolta palestinese, a danneggiare i rapporti con Giordania ed Egitto, compromettere la normalizzazione delle relazioni con gli stati arabi del Golfo, peggiorare i rapporti con l’Unione Europea che potrebbe persino imporre sanzioni, tirarsi addosso la condanna delle Nazioni Unite, esacerbare le tensioni tra ebrei israeliani ed ebrei americani e nella Diaspora, regalare munizioni a chi demonizza Israele e sostiene il movimento BDS per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, rafforzare gli avversari e irritare gli amici all’interno del Partito Democratico americano, ottenere dal presidente Usa Donald Trump un riconoscimento che potrebbe essere revocato da un potenziale presidente Joe Biden. Sono tutte preoccupazioni perfettamente legittime: per i leader d’Israele.

Nell’aprile 1977 il diplomatico americano George Ball scrisse un articolo su “Foreign Affairs” in cui sosteneva che Israele era incapace di accettare i compromessi necessari per garantire la sua esistenza, e concludeva che Israele “deve essere salvato nonostante se stesso”. Sono passati più di 40 anni. Nel frattempo, governi israeliani di destra e di sinistra hanno fatto la pace con l’Egitto, hanno fatto la pace con la Giordania, hanno dato vita all’Autorità Palestinese con gli Accordi di Oslo e hanno garantito piuttosto bene l’esistenza del proprio paese. Eppure, ancora oggi, di fronte a ogni scelta di Gerusalemme si sente il coro degli occidentali che vogliono “salvare Israele da se stesso”. E che si stupiscono di non trovare molto ascolto in Israele.

In passato, erano principalmente gli “arabisti” dentro il governo americano quelli che sostenevano che gli israeliani devono essere salvati da se stessi. Ora dicono la stessa cosa anche alcuni dei più stretti amici d’Israele, compresi gli alleati democratici nel Congresso e il loro candidato alla presidenza. Molti ebrei statunitensi, che tradizionalmente demandano al governo israeliano le decisioni in materia di guerra e pace, oggi si uniscono al coro di critiche contro le paventate “misure unilaterali” israeliane.

Va notato che nessuno di costoro sa ancora cosa farà il governo israeliano circa quella che viene impropriamente definita l’annessione, giacché il governo israeliano non ha ancora deciso se, quando e dove applicare la sovranità israeliana. (…) Finora Israele ha sempre evitato di “annettere” dei territori di Cisgiordania a causa del dilemma demografico che si porrebbe fra rimanere uno stato ebraico e rimanere uno stato democratico, se dovesse incorporare quasi tre milioni di arabi palestinesi. Il piano Trump offre una via d’uscita prevedendo che Israele possa incorporare territori con un minimo numero di arabi palestinesi (circa 50.000 che, come ha dichiarato il primo ministro vicario e ministro della difesa Benny Gantz, avrebbero “pari diritti”). Il resto dei palestinesi vivrebbe sotto sovranità palestinese nel 70% della Cisgiordania.

Gli israeliani non hanno perso affatto il loro desiderio di pace. Ma dopo il ritiro dalla striscia di Gaza nel 2005, hanno visto andare in pezzi il mito “terra in cambio di pace” con la prima raffica delle migliaia di razzi palestinesi lanciati da Gaza contro Israele. Gli israeliani non sono disposti a fare ulteriori concessioni territoriali senza solidissime garanzie che il futuro stato palestinese non diventi un altro “Hamastan”.

Nelle recenti elezioni, circa l’80% degli israeliani ha votato per i partiti che sostengono, in varia misura, l’applicazione della sovranità. Secondo un sondaggio condotto a maggio dall’Israel Democracy Institute, il 58% riconosce che la mossa potrebbe innescare una terza “intifada”. Cionondimeno, il 50% sostiene l’applicazione della sovranità israeliana su porzioni della Cisgiordania: il 25% sostiene la mossa purché con il sostegno dell’amministrazione americana, mentre un altro 25% la sosterrebbe anche senza il sostegno americano. Solo il 31% degli israeliani  israeliani si oppone all’estensione della sovranità.

La critica più importante è che farlo metterebbe a rischio la possibilità concreta di arrivare a una soluzione a due stati. I sostenitori della soluzione a due stati immaginano che Israele si ritiri da oltre il 90% della Cisgiordania sgomberando la maggior parte degli insediamenti. Oggi – e sottolineo oggi – oltre 460.000 ebrei vivono in 131 comunità in Cisgiordania. Quasi il 30% di loro vive al di fuori dei grandi blocchi di insediamenti (cioè le grosse comunità ebraiche che persino i palestinesi riconoscono non saranno mai smantellate), il che significa che Israele dovrebbe smantellare 93 insediamenti e sgomberare circa 140.000 persone: una cosa che non accadrà nemmeno se i palestinesi convincessero gli israeliani d’essere veramente disposti a vivere in pace accanto a uno stato nazionale ebraico (e siamo ben lontani da questa prospettiva). Dunque la chance migliore, forse l’unica, per creare uno stato palestinese è il piano Trump, che darebbe ai palestinesi uno stato nel 70% della Cisgiordania senza chiedere a Israele di rimuovere un singolo cittadino israeliano.

Soluzione a due stati. Uno stato palestinese che riconosca i diritti delle minoranze, smetta di sostenere il terrorismo anti-israeliano e viva in pace a fianco dello stato ebraico. “Si chiamerà Fantasilandia!”

Ma i contrari cosa pensano che invece accadrà, se Israele decidesse di non agire? Quando i palestinesi respinsero la proposta di autonomia dell’allora primo ministro israeliano Menachem Begin nel 1979, vivevano in Cisgiordania meno di 10.000 ebrei. Invece di fermare la crescita degli insediamenti avviandosi sulla strada dell’autonomia e dell’autogoverno (prevista dagli Accordi di Camp David con l’Egitto ndr), i palestinesi scelsero la via del rifiuto e della violenza. Risultato: al momento della firma degli Accordi di Oslo nel 1993-95 (che diedero vita all’Autorità Palestinese ndr), la popolazione di israeliani al di là della Linea Verde era salita a 130.000. Invece di aderire scrupolosamente ai loro impegni, i palestinesi bloccarono il processo di pace facendo nuovamente ricorso alla propaganda d’odio e alla violenza. Risultato: quando nel 2000, l’allora primo ministro israeliano Ehud Barak propose di smantellare la maggior parte degli insediamenti ritirandosi dal 97% della Cisgiordania per istituire uno stato palestinese con capitale a Gerusalemme est, la popolazione israeliana in Cisgiordania era salita a 200.000. Ma l’allora capo dell’Olp e dell’Autorità Palestinese Yasser Arafat respinse l’offerta e scatenò l’intifada delle stragi suicide. Risultato: nel 2008, quando il successore di Arafat, Abu Mazen, disdegnò un’analoga proposta d’accordo avanzata dall’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert, gli ebrei che vivevano nei territori contesi erano diventati 270.000. Da allora Abu Mazen si è rifiutato di negoziare con il primo ministro israeliano. Nel frattempo la popolazione degli israeliani nei territori contesi è cresciuta di altri 200.000 circa, e continuerà ad aumentare. I palestinesi e i loro sostenitori credono forse che la possibilità di una soluzione a due stati migliorerà e diventerà più fattibile se i palestinesi insistono coi loro rifiuti?

I leader israeliani prenderanno una decisione tenendo conto degli interessi di Israele indipendentemente da ciò che pensano gli “amici” americani e occidentali, perché nel corso degli anni hanno imparato che nessuna concessione fatta ai palestinesi sarà mai applaudita come coraggiosa e sufficiente, né porterà alla pace.

(Da: Jerusalem Post, 5.7.20)

Yair Lapid

Si veda anche la lettera al Corriere della Sera di Yair Lapid, capo dell’opposizione in Israele e leader del partito Yesh Atid, intitolata: “No alle annessioni di Israele, ma le sanzioni sono un errore”, dove si legge fra l’altro: «I palestinesi respingono l’annessione perché respingono anche il piano di Trump. Io respingo l’annessione perché sono favorevole alle sue motivazioni di fondo, ovvero che la soluzione dei due stati resta l’unica soluzione realistica al conflitto. … Sono state dette molte cose, e non tutte lusinghiere nei nostri confronti. Ma lo accetto. Gli amici hanno il diritto, e spesso il dovere, di manifestare le proprie opinioni … Tuttavia, due sono le contestazioni che trovo inaccettabili. La prima è il tentativo di convogliare questo problema nell’area più vasta delle proteste globali contro il razzismo … Il conflitto israelo-palestinese è una storia del tutto diversa. Israele non mette in campo i controlli di sicurezza perché è uno stato poliziesco o per attuare una qualche versione di colonialismo moderno: l’unico e reale motivo è che in mancanza di una ferrea sicurezza in quest’area, noi israeliani saremmo tutti sterminati. Le organizzazioni terroristiche dell’islam radicale non hanno mai fatto mistero della loro volontà di cancellare Israele dalla faccia della Terra, e noi non possiamo dubitare della loro sincerità. … Ci tengo a ribadirlo, io sostengo la separazione dai palestinesi in due stati distinti, ma nessuno ha il diritto di chiederci di rinunciare a proteggere il nostro popolo, lasciandolo in balìa di coloro che hanno giurato di ucciderci. Presupposto fondamentale alla creazione di uno stato palestinese sarà il suo impegno a stabilire relazioni pacifiche e a controllare il terrorismo islamico all’interno dei suoi confini. È questa la nostra richiesta principale: l’onere della prova spetta ai palestinesi. La seconda iniziativa che trovo intollerabile è la minaccia di sanzioni. Israele non è l’Iran, né la Corea del Nord. Il semplice tentativo di classificarci tra quei paesi appare demenziale: la Corea del Nord è il più vasto campo di prigionia del mondo intero, l’Iran il più grande esportatore di terrorismo. Israele, invece, è un piccolo paese democratico che lotta per la sua sopravvivenza in circostanze incredibilmente difficili. L’idea che sette milioni di ebrei possano rappresentare un regime oppressivo in una regione popolata da un miliardo di musulmani, molti dei quali vogliono il nostro annientamento, risulta completamente assurda. Le sanzioni porteranno a una reazione diametralmente opposta alle intenzioni europee. I palestinesi diranno, e non per la prima volta, che non c’è motivo di tornare al tavolo dei negoziati perché sarà il mondo a occuparsene, applicando pressioni su Israele. L’impatto economico sarà limitato, perché Stati Uniti e gran parte dell’Asia non aderiranno alle sanzioni, e l’Europa resterà tagliata fuori, nell’impossibilità di esercitare una qualsiasi influenza sul conflitto. … Coloro che ci minacciano di sanzioni non solo perderanno l’occasione di esercitare la loro influenza sul conflitto, ma dimostrano inoltre di non averne una chiara comprensione.»
(Da: Corriere della Sera, 5.7.20)

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