Da Parigi a Pittsburgh, le nuove mutazioni del solito vecchio virus

Chi non mira solo a sfruttare cinicamente la strage di ebrei in America per promuovere la propria agenda politica, non può che riconosce i tratti che accomunano la paranoia antisemita nelle sue diverse e contraddittorie manifestazioni

Un editoriale del Jerusalem Post e un’analisi di Anshel Pfeffer

Il luogo dell’attentato antisemita a Pittsburgh

Non ci sono destra e sinistra quando si tratta di analizzare i meccanismi che hanno gettato le basi per un atto così orrendo come il massacro di sabato scorso a Pittsburgh. In quella che registriamo come la peggiore strage contro ebrei nella storia degli Stati Uniti, undici persone, per lo più fedeli in preghiera, sono state trucidate da un uomo armato e imbottito di velenosi e intramontabili stereotipi anti-ebraici, che ha fatto irruzione nella sinagoga Etz Haim (Albero della vita), nel sobborgo Squirrel Hill di Pittsburgh, e ha fatto fuoco sui presenti. Quando alla fine è stato sopraffatto dalla polizia, ha proclamato: “Tutti questi ebrei devono morire”. Lo stragista, Robert Bowers, ha un curriculum di attività su social network alt-right e antisemiti, dove si è spesso occupato di teorie complottiste sugli ebrei, accanendosi contro gruppi ebraici.

Sabato sera, mentre si venivano a conoscere i dettagli della strage, si diffondeva in Israele la sensazione di vivere una tragedia in famiglia. Il ministro per gli affari della Diaspora, Naftali Bennett, annunciava che si sarebbe immediatamente recato a Pittsburgh per incontrare la comunità locale e partecipare ai funerali delle vittime dell’attentato. Il primo ministro Benjamin Netanyahu diffondeva un video-messaggio in cui diceva: “L’intero popolo d’Israele è afflitto dal dolore con le famiglie delle vittime. Siamo al fianco della comunità ebraica di Pittsburgh”. Leader dell’opposizione come Avi Gabbay e Yair Lapid sottolineavano che, sebbene l’attentato abbia avuto luogo in una sinagoga conservative, quando gli ebrei vengono presi di mira, l’aggressore non tiene in alcun conto le diverse affiliazioni: “Se vieni ucciso perché ebreo, allora sei ebreo” ha detto Lapid, lanciando una frecciata a coloro in Israele che non riconoscono come valido l’ebraismo non-ortodosso. Non ci sono destra e sinistra quando si tratta di determinare come sia possibile che nell’America del XXI secolo – costruita sui fondamenti della libertà religiosa e dell’uguaglianza per tutti, dove gli ebrei hanno avuto opportunità senza precedenti e hanno accesso illimitato a tutte le aree della società americana – vi siano ancora persone decise a portare a compimento la “soluzione finale” di Hitler.

La scritta di solidarietà con le vittime di Pittsburgh proiettata domenica sulle mura di Gerusalemme

Dopo l’orrendo attentato di sabato, quando ancora non si conoscevano nemmeno i nomi delle vittime, c’è chi non è riuscito a trattenersi dal puntare immediatamente il dito accusatore. Alcuni hanno indicato una correlazione diretta tra quel crimine di odio e le politiche e la retorica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sostenendo che le sue frasi, come “la colpa è di entrambe le parti” a proposito della marcia del Ku Klux Klan a Charlottesville nel 2016, abbiano spalancato le porte al suprematismo bianco e ai neanderthal neo-nazisti, permettendo loro di imperversare liberamente con la complice indulgenza della massima carica istituzionale del Paese. Coloro che invece vedono le cose in modo diverso non hanno che da fare riferimento al recente discorso, con relativo video virale, del leader della “Nation of Islam” Louis Farrakhan, uno che da tempo alimenta le fiamme dell’antisemitismo negli Stati Uniti. Il quel discorso Farrakhan ha paragonato gli ebrei alle termiti e li ha definiti stupidi. In un precedente discorso, a maggio, Farrakhan aveva parlato di “ebrei satanici che hanno infettato il mondo intero col veleno e l’inganno”. Da decenni quelli che odiano gli ebrei come Farrakhan infestano la società americana, e le uccisioni di massa che prendono di mira specifiche minoranze non sono certo una novità dell’era Trump.

Le persone possono twittare fino a consumarsi le dita su quanto siano inappropriate le parole di Trump, che ha detto che una guardia armata davanti alla sinagoga avrebbe impedito l’attacco, e contro il proliferare della armi da guerra negli Stati Uniti. Ma è certo che le istituzioni religiose americane hanno bisogno di guardare bene in faccia la realtà e iniziare a preoccuparsi di garantire protezione professionale ai loro fedeli (come da tempo si fa in Europa). Tuttavia, questa non dovrebbe diventare una diatriba politica, bensì una questione tecnica su come meglio proteggere le persone innocenti nei luoghi pubblici.

Ma a quanto pare questo è quasi impossibile nell’America di oggi. Indipendentemente dalla parte dell’arco politico in cui ci si identifica, si può sempre avanzare qualche argomento, conveniente e convincente, che sfrutti cinicamente la morte degli ebrei di Pittsburgh per promuovere la propria agenda. E invece non ci sono destra e sinistra, quando vengono assassinati ebrei innocenti per il semplice fatto di essere ebrei. Ci sono solo da piangere le vittime, in nome delle quali ogni persona che abbia compassione e chiarezza morale dovrebbe solo ribadire chiaro e forte, e coi fatti: mai più.

(Da: Jerusalem Post, 29.10.18)

Anshel Pfeffer

Scrive Anshel Pfeffer: Tra il 2012 e il 2015 una serie di attentati contro enti ebraici – una scuola, un centro sociale, un museo, una drogheria kasher – in tre diversi paesi d’Europa, hanno causato la morte di 13 persone. Tutti quegli attentati hanno un elemento in comune: sono stati eseguiti da musulmani immigrati o figli di immigrati. Sabato scorso, undici persone sono state uccise nella sinagoga “Albero della vita” di Pittsburgh da un americano che accusa gli ebrei di “aiutare gli immigranti”. È un crudele paradosso, analogo a quello dei tempi in cui gli ebrei venivano accusati allo stesso tempo di essere capitalisti parassiti e pericolosi comunisti. Analogo anche al paradosso più recente, sottolineato da Amos Oz, per cui qualche decennio fa sui muri d’Europa compariva la scritta “Ebrei, tornatevene in Palestina” e oggi compare la scritta: “Ebrei, andatevene dalla Palestina”.

Inserire un qualunque atto di odio violento in un contesto politico è difficile e spesso nasconde significati più ampi. Tutto è politica, e se ci si applica abbastanza si trovano sempre ragioni politiche per odiare gli ebrei. Ma troppo contesto politico finisce col giustificare l’odio.

Dunque, come possiamo inserire in un contesto l’assassinio di ebrei in Europa e negli Stati Uniti quando le motivazioni “politiche” appaiono talmente contraddittorie? Nell’arco di soli sei anni, il modo in cui parliamo di antisemitismo si è rapidamente evoluto. Quando gli ebrei venivano uccisi in Europa, abbiamo parlato della minaccia proveniente dal terrorismo islamista. Sulla scorta delle manifestazioni di sentimenti giudeofobi nel partito laburista di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna e in movimenti come “Black Lives Matter” negli Stati Uniti, abbiamo iniziato a parlare di antisemitismo all’interno della sinistra radicale. Negli ultimi mesi, con la velenosa campagna – che va dall’Europa dell’est all’America (e che include anche settori della destra israeliana) – contro George Soros, sovraccarica di classici temi da Protocolli degli Anziani di Sion, siamo infine tornati a considerare la minaccia concreta e presente del razzismo dell’estrema destra. Ma nessuno, nemmeno nei suoi peggiori incubi, immaginava che la minaccia sarebbe tornata a galla così presto nella forma del più grave attentato antisemita nella storia degli Stati Uniti.

Quindi, da dove viene la minaccia alla vita ebraica? Dagli islamisti? Dalla sinistra radicale? Dall’estrema destra? E non abbiamo nemmeno menzionato l’eterna questione di come e quanto anti-sionismo e antisemitismo finiscano con il sovrapporsi.

Quanto sono paragonabili la situazione degli ebrei in Europa e quella degli ebrei in America, in questo momento? In ogni attacco omicida antisemita in Europa dell’ultimo decennio a premere il grilletto è sempre stato un musulmano immigrato o figlio di immigrati. Sabato scorso, a Pittsburgh, l’assassino era un suprematista bianco che odia gli immigrati musulmani con la stessa passione omicida con cui odia gli ebrei. In un certo senso, è meno complicato avere a che fare con un crimine violento commesso contro gli ebrei nel quale il Medio Oriente non abbia una parte rilevante: per molti liberal, e per gli ebrei liberal, la schizofrenia del razzismo che proviene dalle frange dell’estrema destra, dove esiste una lunga storia di odio anti-ebraico con cui fare i conti, è più facile da comprendere e affrontare.

La realtà, tuttavia, è che vi sono tratti comuni a tutti gli attacchi oggi contro gli ebrei. In tutti questi attacchi, gli ebrei vengono visti come “gli altri” che diffondono il male nel mondo. In tutti questi attacchi, siamo di fronte a una nuova mutazione del solito vecchio virus, oggi diffusa dalle teorie complottiste on-line che abbondano su ambedue i versanti dello spettro politico, con molte voci e molti siti web che assecondano e compiacciono entrambe.

(Da: Ha’aretz, 29.10.18)