Dopo averlo snobbato e dichiarato fallito, ora l’Autorità Palestinese si rivolge proprio al Quartetto

Messi di fronte a un approccio magari discutibile, ma certamente diverso, i palestinesi se ne escono con una “controproposta” che sembra fatta apposta per insabbiare di nuovo tutto

Di Herb Keinon

Herb Keinon, autore di questo articolo

Nel dicembre 2012 il primo ministro dell’Autorità palestinese Mohammad Shtayyeh, che all’epoca era un alto consigliere del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), affermò che il Quartetto – composto da rappresentanti di Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite – era “inutile, inutile, inutile”. Lunedì scorso l’Autorità Palestinese si è rivolta al Quartetto con una lettera per essere nuovamente coinvolta nel processo diplomatico, una mossa che fa capire quanta acqua diplomatica è passata sotto i ponti.

“Le prese di posizione del Quartetto in realtà non significano nulla – dichiarava Shtayyeh otto anni fa all’Independent – perché sono sempre piene di quella che loro chiamano ambiguità costruttiva, che in realtà non porta da nessuna parte. Quello che occorre è un mediatore che sia pronto a impegnarsi e che sia pronto a dire alla parte  che sta distruggendo il processo di pace: tu ne sei responsabile”. Per i palestinesi, il Quartetto non dimostrava di essere questo tipo di attore. All’epoca speravano che, nei negoziati avviati nel 2013 dall’allora segretario di stato John Kerry, gli Stati Uniti guidati dal presidente Barack Obama avrebbero preso quella posizione e avrebbero “consegnato” Israele.

Non andò così. Né Obama né Kerry poterono “consegnare” loro Israele, nel senso che non poterono costringere Gerusalemme ad accettare dei termini che il governo e la grande maggioranza della popolazione israeliana reputavano contrari agli interessi vitali del paese, e i tanto sbandierati sforzi di Kerry per risolvere la crisi del Medio Oriente in nove mesi crollarono quando giunsero a scadenza il 29 aprile 2014. Da allora non ci sono più stati negoziati.

Ma lunedì scorso, messi di fronte alla prospettiva che Israele decida di applicare la sua sovranità su alcune parti della Cisgiordania, i palestinesi – dopo aver atteso invano per anni un primo ministro israeliano più “malleabile” con cui negoziare alle loro condizioni, e dopo aver inutilmente boicottato per quattro anni l’amministrazione del presidente Donald Trump e la sua squadra di negoziatori – hanno improvvisamente dichiarato d’essere interessati a riprendere i negoziati. E vogliono riprenderli da dove si sono interrotte le trattative guidate da Kerry nel 2014.

30 luglio 2013: ai tempi in cui negoziava a Washington su incarico d Abu Mazen, Mohammad Shtayyeh, ostentava sulla sua pagina Facebook la classica mappa delle rivendicazioni massimaliste palestinesi: Israele cancellato dalla carta geografica

Lo scorso 9 giugno Shtayyeh ha annunciato ai giornalisti stranieri che l’Autorità Palestinese ha una controproposta di quattro pagine e mezza da contrapporre al cosiddetto “accordo del secolo” di Trump, l’accordo a cui si è opposta con veemenza ancor prima che venisse pubblicato e che permetterebbe a Israele di annettere il 30% della Cisgiordania con il resto del territorio da riservare a un futuro stato palestinese, una volta che i palestinesi abbiano soddisfatto determinati requisiti considerati imprescindibili per un vero accordo di pace. Shtayyeh non ha rivelato nessun dettaglio della controproposta dell’Autorità Palestinese, ma lunedì scorso l’agenzia AFP ha riferito che i palestinesi avevano mandato una lettera al Quartetto delineando i parametri del loro piano.

“Siamo pronti ad avere il nostro stato con un numero limitato di armamenti e una potente forza di polizia per garantire legge e ordine” dice la lettera, che prevede idee costantemente respinte dal governo israeliano come quella di una forza internazionale, forse della Nato, incaricata di monitorare il rispetto dell’eventuale trattato di pace. La lettera afferma inoltre che i palestinesi sarebbero disposti ad accettare “piccoli cambiamenti di confine reciprocamente concordati sulla base dei confini [linee armistiziali ndr] del 4 giugno 1967″.

Non è per caso che i palestinesi, che considerano l’amministrazione Trump troppo sbilanciata a favore di Israele, si rivolgono ora al Quartetto, dove figurano Unione Europea, Russia e Nazioni Unite che Israele considera troppo sbilanciati nell’altro senso. Con la stessa logica con cui i palestinesi hanno boicottato per più di tre anni l’amministrazione americana, Israele potrebbe a buon diritto rifiutarsi di negoziare sotto l’egida di UE, Russia e Onu.

Nel marzo 2012, un articolo di Khaled Elgindy pubblicato dal Saban Center for Middle East Policy presso la Brookings Institution, intitolato “The Middle East Quartet: A Post-Mortem”, giungeva alla conclusione che il Quartetto “ha ben poco da mostrare per i suoi decenni di coinvolgimento nel processo di pace” ed è giunto “al termine della sua validità”. “L’attuale meccanismo è troppo obsoleto, disfunzionale e screditato per poter essere riformato – si leggeva nel documento – Invece di intraprendere un altro vano tentativo di riattivare il Quartetto, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, le Nazioni Unite e la Russia dovrebbero semplicemente lasciare che questo meccanismo passi tranquillamente nel dimenticatoio”.

Eppure, ironia della sorte, è proprio a questo organismo che ora i palestinesi si sono rivolti e che vorrebbero veder assumere il comando del processo diplomatico. Ed è proprio qui il problema: 25 anni a tentare la stessa cosa, attraverso gli stessi schemi, non hanno prodotto nulla. Il piano Trump, per quanto imperfetto, rappresenta perlomeno un approccio diverso per risolvere il problema da una diversa angolazione. Ma i palestinesi si sono rifiutati anche solo di parlarne. E guarda caso, proprio adesso se ne escono con un “contro-piano” che sembra essenzialmente voler riproporre, sotto gli auspici del Quartetto che loro stessi definivano fallito, qualcosa che è già fallito in passato in tante occasioni diverse, anche sotto gli auspici del Quartetto. Non è chiaro perché pensano che lo stesso approccio dovrebbe magicamente funzionare questa volta.

(Da: Jerusalem Post, 30.6.20)