E se Peter Beinart si sbagliasse (di nuovo)?

L’idea di sostituire Israele con uno stato bi-nazionale in cui gli ebrei sarebbero minoranza è una scommessa che può permettersi solo chi gioca cinicamente con la vita degli altri

Di Steven Frank

Steven Frank, autore di questo articolo

Il celebrato e citatissimo editorialista Peter Beinart, ex sionista, ha recentemente deciso che si sbagliava quando sosteneva uno stato ebraico sovrano in Terra d’Israele. In un editoriale sul New York Times intitolato “Non credo più in uno stato ebraico”, Beinart abbandona il sionismo, invoca lo smantellamento dello stato d’Israele e propugna la sua sostituzione con uno stato bi-nazionale in cui ammette che gli ebrei saranno una minoranza. Cionondimeno, sostiene che in un tale stato gli ebrei non solo “sopravviveranno, ma prospereranno”.

Persino Beinart si rende conto che queste sue ultime opinioni “oltrepassano una linea rossa”, e riconosce che mettere in discussione l’esistenza di Israele come stato ebraico “è come sputare in faccia alle persone che amo e tradire le istituzioni che danno significato e gioia alla mia vita. Inoltre, lo stato ebraico è stato a lungo prezioso anche per me, per cui rispettavo alcune linee rosse”.

La soluzione di Beinart al conflitto israelo-palestinese non ha mancato di suscitare aspre critiche. I difensori di Israele generalmente convengono che questa sua ultima proposta non costituisce altro che l’oziosa riflessione di uno sfibrato intellettuale del West Side ossessionato dal bisogno di farsi accettare dai suoi pari benpensanti, e che la sua idea è irrealistica, suicida e tendenzialmente antisemita (nel momento in cui prende di mira l’unico stato ebraico esistente, additandolo come l’unico paese al mondo che dovrebbe essere eliminato). Tuttavia, Beinart continua ad attaccare la legittimità dello stato d’Israele in recenti interviste su NPR, Slate, in un profilo sul New Yorker e nei suoi editoriali sul New York Times e sul suo canale YouTube, che viene visto decine di migliaia di volte. La visione estremista di Beinart non sta svanendo nel tempo. Sta anzi entrando a far parte della “normalità”.

Manifestazione palestinese in Italia. Uno stato bi-nazionale in cui gli ebrei non solo “sopravviveranno, ma prospereranno”?

Ma supponiamo, per pura ipotesi, che la fantasia di Beinart si realizzi. E se si sbagliasse? Se gli ebrei non “sopravvivessero” e “prosperassero” affatto nello stato bi-nazionale come lui lo immagina? Cosa ne seguirebbe?

In fondo, non sarebbe la prima volta che Beinart si sbaglia di grosso. All’inizio della sua carriera come opinionista da poltrona, è stato direttore della rivista neo-con New Republic e ha sostenuto la guerra in Iraq. Poi ha deciso che si era sbagliato e si è opposto alla guerra. Nel 2004, in un editoriale su New Republic ha riconsiderato il suo sostegno alla guerra in Iraq in questi termini: “Proviamo rincrescimento, ma nessuna vergogna … La logica alla base della nostra posizione strategica per la guerra è crollata”. Beinart ha scritto innumerevoli editoriali per scusarsi e cercare di giustificare il suo iniziale sostegno alla guerra. In uno di quegli editoriali ammette che “anch’io ero disposto a scommettere, in parte suppongo perché, nell’epoca degli eserciti di volontari, non scommettevo sulla mia stessa vita”.

Esattamente come nella guerra in Iraq, Beinart non si gioca la pelle nel conflitto israelo-palestinese. Non sta “scommettendo” sulla propria vita né su quella dei suoi figli. E se dunque Beinart, come si sbagliava sull’Iraq, si sbagliasse allo stesso modo con il suo delirante stato bi-nazionale? E se gli ebrei non prosperassero affatto o addirittura non sopravvivessero? Naturalmente, la conseguenza più probabile sarebbe la persecuzione e lo sterminio dei sei milioni di ebrei che attualmente vivono in Israele, una seconda Shoà in meno di un secolo. Sarebbe molto brutto. Ma poi a Washington verrebbe edificato un altro museo dell’Olocausto e uscirebbero tanti documentari e si terrebbero tanti concerti con candeline in omaggio alle vittime. Giacché, come ha intitolato Dara Horn il suo ultimo saggio, “la gente ama gli ebrei morti”.

E che dire del signor Beinart? Cosa gli accadrebbe? Probabilmente scriverebbe corposi editoriali per spiegare il suo errore, come ha fatto con la guerra in Iraq. Insisterebbe sul fatto che “non aveva idea che la sua visione di uno stato democratico bi-nazionale sarebbe precipitata nella pulizia etnica e nel genocidio” (ignorando bellamente un secolo di appelli arabi per “l’annientamento” dello stato ebraico, l’espulsione degli ebrei dai paesi arabi nonché il tracollo del Libano, unico stato bi-nazionale in Medio Oriente). Sosterrebbe che, se solo le parti in causa avessero seguito il suo piano per uno stato democratico bi-nazionale, tutto sarebbe andato per il meglio. E continuerebbe ad essere un apprezzato oratore nei campus universitari, un corrispondente speciale per la CNN e un gradito ospite della pagina degli editoriali del New York Times. Sarebbe di nuovo abbracciato dai suoi pari benpensanti e il suo prossimo libro spiegherebbe come qualmente gli israeliani hanno minato e infine distrutto lo stato bi-nazionale portando alla loro stessa distruzione.

Quindi, se Peter Beinart si sbagliasse – di nuovo – con ogni probabilità risorgerebbe ancora una volta come una fenice dalle ceneri dello stato di Israele. Per Beinart, la vita andrebbe avanti. E pazienza se non sarebbe lo stesso per gli ebrei d’Israele.

(Da: Times of Israel, 30.8.21)