Ma quale “assalto” alla moschea di al-Aqsa? Erano semplicemente ebrei in visita al Monte del Tempio

Tuonare contro un’irruzione e profanazione che non c’è mai stata (come hanno fatto Iran, Turchia, Hamas ma anche Giordania e Ra'am) significa aizzare l’odio e fomentare violenze

Di Herb Keinon

Herb Keinon, autore di questo articolo

Bisogna mettere le cose in chiaro: alcune centinaia di ebrei che salgono sul Monte del Tempio di Gerusalemme in occasione di Tisha Be’av, il giorno che commemora la distruzione del Primo e del Secondo Tempio che sorgevano in quel sito, non si possono in alcun modo definire “coloni che danno l’assalto alla moschea di al-Aqsa” (nella quale, ovviamente, non sono nemmeno entrati). Sono solo degli ebrei che desiderano visitare il loro luogo più sacro, nel giorno di digiuno dedicato al ricordo dei Templi che un tempo lì sorgevano, e alla memoria della loro distruzione.

Il primo ministro Naftali Bennett ha agito con giudizio, domenica, nel consentire agli ebrei di salire sul sito nonostante le violenze che vi si erano verificate all’inizio della giornata nell’evidente tentativo da parte di alcuni musulmani di impedire agli ebrei di farlo. Dopo un incontro con il ministro di pubblica sicurezza Omer Bar Lev e con il capo della polizia Kobi Shabtai, l’ufficio di Bennett ha diffuso una dichiarazione in cui affermava che le direttive del primo ministro erano che “le visite organizzate e sicure degli ebrei al Monte del Tempio continuino, garantendo al contempo l’ordine nel sito”. Se avesse deciso diversamente, se avesse escluso gli ebrei dal sito, avrebbe diramato il messaggio che, così come la violenza ha impedito di celebrare a maggio la Giornata di Gerusalemme come era stata festeggiata per anni, ora il solo sentore della violenza riusciva a impedire agli israeliani di commemorare Tisha Be’av come meglio credono. E questo è un messaggio che Israele non può permettersi di lasciar passare, perché allora non ci sarà fine: Gerusalemme non può permettere che la minaccia della violenza determini le sue politiche. Si può ragionevolmente discutere se Israele debba adottare una politica che consenta agli ebrei di visitare o persino di pregare sul Monte del Tempio, il luogo più sacro dell’ebraismo e terzo luogo più sacro dell’islam. Ma una volta che il governo ha deciso ciò che è consentito, la minaccia della violenza non deve dissuaderlo dal portare avanti la politica che ritiene corretta.

Un gruppo di ebrei visita al complesso del Monte del Tempio a Gerusalemme domenica 18 luglio

Israele ha inoltre il diritto di aspettarsi che 1.700 ebrei che si recano al Monte del Tempio non vengano falsamente descritti come un “assalto” alla moschea di al-Aqsa. Perché denigrarli in questo modo serve solo a infiammare le passioni e istigare alla violenza. Che è esattamente ciò che vogliono fare coloro che li denigrano in questo modo. Chi, per esempio? Hamas, tanto per cominciare. “Questo comportamento – ha detto il portavoce di Hamas, Hazem Qassem – è una provocazione contro i sentimenti degli arabi e dei musulmani di tutto il mondo, e manca di rispetto a tutti gli appelli internazionali che condannano queste incursioni”. Idem l’Iran: “Centinaia di coloni sionisti assaltano la moschea di al-Aqsa”, tuonava il titolo di un lancio della iraniana International Quran News Agency. Si veda anche l’agenzia di stampa del Kuwait, Kuna: “Ventitré gruppi di estremisti ebrei, circa 1.200 coloni, hanno preso d’assalto domenica la moschea di al-Aqsa. Lo ha detto Omar Al-Siswani, direttore della moschea. La profanazione della moschea arriva dopo gli appelli agli attivisti da parte delle forze nazionali e islamiche palestinesi affinché fossero presenti nella moschea di al-Aqsa in risposta alle esortazioni degli israeliani ad assalirla per celebrare il cosiddetto ‘memoriale della distruzione del Tempio’”. L’Autorità Palestinese non è stata da meno: “La Presidenza palestinese considera tutto questo una grave minaccia alla sicurezza e alla stabilità nonché una provocazione ai sentimenti dei palestinesi, e ritiene il governo israeliano responsabile di questa escalation”.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che cerca costantemente di aizzare il mondo musulmano contro presunti progetti israeliani di attaccare la moschea, benché la scorsa settimana abbia fatto intendere di voler scongelare un po’ i rapporti con Israele, comunque non ha potuto resistere alla tentazione: “Condanniamo le forze israeliane che vìolano ancora una volta la santità dell’Haram al-Sharif consentendo a gruppi ebraici razzisti di fare irruzione nella moschea di al-Aqsa, bloccando i fedeli palestinesi con granate assordanti e arrestando civili palestinesi, compresi bambini e donne, con immagini che mostrano l’offesa alla dignità umana”, ha dichiarato il ministero degli esteri del governo che solo un anno fa re-islamizzava d’autorità la Basilica di Santa Sofia a Istanbul.

Un altro gruppo di ebrei in visita al complesso del Monte del Tempio a Gerusalemme, domenica 18 luglio in occasione di Tisha Be’av

Tutto questo, si tenga presente, solo perché alcuni ebrei hanno osato recarsi sulla spianata del Monte del Tempio nel giorno che commemora la distruzione dei Templi che vi sorgevano prima delle moschee. Anche se alcuni ebrei che salgono al Monte del Tempio possono avere intenzioni provocatorie, certamente questo non è vero per tutti gli ebrei che vi si recano, e nemmeno per la maggior parte di loro. E’ compito dei servizi di sicurezza isolare le “mele marce” e impedire loro di creare disturbo. Ma sostenere che ogni ebreo che si reca sul sito per Tisha Be’av costituisca di per sé una provocazione o una profanazione è qualcosa che Israele non può e non deve accettare.

Non c’è da stupirsi se questo genere di accuse siano condivise da Iran, Turchia, Hamas e Autorità Palestinese. Ma dal punto di vista del governo israeliano, le reazioni più frustranti sono state quelle provenienti dalla lista Ra’am, un partito che fa parte della coalizione, e dalla Giordania. Ra’am ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che “i musulmani hanno un diritto esclusivo sulla moschea di al-Aqsa e nessun altro ha alcun diritto su di essa”. Nella definizione di Ra’am, la moschea di al-Aqsa è l’intero complesso del Monte del Tempio di 144 dunam (144. 000 mq, cioè tutta la spianata). Con una dichiarazione diffusa domenica, Ra’am ha messo in guardia i fedeli musulmani contro un “gran numero di coloni che hanno preso d’assalto e violato la santità della benedetta moschea di al-Aqsa fin dalle prime ore del mattino”. Il leader del partito di Ra’am, Mansour Abbas, sa benissimo che i “coloni” (non tutti gli ebrei con una kippa lavorata a maglia sono “coloni”) non hanno affatto “preso d’assalto” il sito, ma vi si sono recati semplicemente per commemorare la ricorrenza ebraica, e sa che sostenere una cosa diversa non fa che incendiare le passioni: non è questo il genere di comportamento che ci si aspetta da un membro della coalizione di governo.

Dal canto suo, l’agenzia di stampa ufficiale giordana Petra ha riportato una dichiarazione del Ministero degli esteri di Amman in cui si condannano “le continue violazioni di Israele nella moschea di Al-Aqsa e Al-Haram al-Sharif, l’ultima delle quali è stata l’assalto di oggi al sacro complesso da parte di coloni estremisti sotto la protezione della polizia israeliana”. “Le azioni israeliane contro la moschea – ha affermato Daifallah al-Fayez, portavoce del Ministero degli esteri giordano – vanno respinte e condannate e rappresentano una violazione dello status quo storico e legale, del diritto internazionale e degli obblighi di Israele come potenza occupante a Gerusalemme est”. L’agenzia aggiunge che la Giordania ha inviato una “lettera ufficiale di protesta” chiedendo a Israele di fermare le sue “violazioni e provocazioni” e, tra le altre cose, di rispettare “la libertà di culto dei fedeli”. Il riferimento alla libertà di culto risulta particolarmente ironico dal momento che è agli ebrei che è severamente vietato pregare in quel sito e persino pronunciare a bassa voce le parole di qualche versetto biblico.

Lunedì era in programma un incontro fra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il re Abdullah di Giordania, primo leader arabo ricevuto alla Casa Bianca dalla nuova amministrazione come indicazione dell’importanza che Washington attribuisce alle sue relazioni con il regno hashemita. Lo aveva detto l’addetta stampa della Casa Bianca Jen Psaki annunciando la visita di Abdullah: “Sarà un’occasione per discutere le numerose sfide che il Medio Oriente deve affrontare e mettere in evidenza il ruolo di leadership della Giordania nel promuovere la pace e la stabilità nella regione”. Giusto. La Giordania ha un ruolo importante nel promuovere pace e stabilità nella regione. Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, se adempia a quel ruolo quando si aggrega a soggetti come Iran, Hamas e Turchia nel trasformare la visita di alcune centinaia di ebrei al Monte del Tempio per Tisha Be’av in un autentico “assalto” alla moschea di al-Aqsa.

(Da: Jerusalem Post, 19.7.21)