Expo di Dubai, il primo in un paese arabo: una straordinaria manifestazione di tolleranza condivisa da tutti. O quasi

Più di 190 paesi, Israele compreso, impegnati su sostenibilità e opportunità del futuro, in stridente contrasto con il padiglione palestinese ingiurioso e rivolto al passato

Di Emily Schrader

Emily Schrader, autrice di questo articolo

Sulla scia degli Accordi di Abramo, la cooperazione in Medio Oriente e i rapporti arabo-israeliani continuano a svilupparsi a un ritmo senza precedenti. Questa alleanza è stata sicuramente incoraggiata dalla minaccia condivisa di un Iran nucleare. Ma le incombenti minacce non bastano per spiegare la straordinaria manifestazione di tolleranza e di coesistenza in mostra in queste settimane all’Expo 2020 di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti.

La settimana scorsa ho personalmente visitato l’Expo per vedere di cosa si tratta e quello che ho trovato è uno straordinario esempio di tolleranza e rispetto, che vedeva la partecipazione di tutti. O quasi tutti. Con la presenza di 192 paesi, l’Expo di Dubai è un dimostrazione lampante di come potrebbero essere le cose. E quale momento migliore per ospitare un evento del genere, se non poco dopo l’accordo di pace tra Israele ed Emirati Arabi Uniti?

L’Expo si tiene ogni cinque anni in una diversa città del mondo e dura sei mesi. L’Expo 2020, slittato a quest’anno causa pandemia, è incentrato sui temi della mobilità, della sostenibilità e delle opportunità, e i singoli padiglioni di ogni paese si sono ingegnati di mettere in evidenza il loro contributo a uno o più di questi temi. L’edizione di quest’anno è anche la prima ad essere ospitata in una nazione araba, e ciò che la rende ancora più storica è la partecipazione di Israele, con un messaggio importante perfettamente aderente al tema della manifestazione.

Il padiglione d’Israele all’Expo di Dubai

Il padiglione di Israele, progettato intenzionalmente in forma aperta per dimostrare apertura, è completamente incentrato sulla forza e l’armonia che derivano dalla diversità e dalla connessione. In un video interattivo a 360 gradi, presentato dalla conduttrice televisiva e poetessa arabo-israeliana Lucy Ayoub, viene raccontata la storia d’Israele attraverso l’innovazione e la diversità. A un’estremità del padiglione israeliano c’è un’area-salotto all’aperto dove un cartello gigante recita in ebraico e arabo “Verso il domani”: un messaggio di speranza per la regione e il mondo. Ci si potrebbe aspettare atteggiamenti di ostilità da parte di alcuni visitatori, in particolare da stati nemici di Israele come l’Iran o il Libano. E invece la realtà a Dubai è tutt’altra. Parlando tranquillamente in ebraico, ho interagito con arabi da tutto il mondo senza riscontrare una sola reazione negativa durante la mia settimana in fiera, anche quando visitavo i padiglioni di paesi come Iran, Iraq o Siria.

È interessante notare che dal padiglione di Israele è assente qualsiasi messaggio politico. In effetti, non c’è nemmeno una mappa del paese. Purtroppo, non si può dire lo stesso per il padiglione palestinese. Benché sia anche una bella esposizione di aspetti culturali, il padiglione è estremamente politicizzato, con modalità che appaiono stonate e fuori luogo: dalle ingombranti immagini di Gerusalemme presenti in tutta il padiglione, alle mappe che mostrano tutta la terra come “Palestina”, cancellando Israele dalla carta geografica. Vi è anche un’attività interattiva con una mappa che comprende tutto Israele, etichettato come “Palestina”, e l’invio ai visitatori a segnare “da dove provengono”.

La mappa nel padiglione palestinese all’Expo di Dubai: Israele è cancellato dalla carta geografica

Nel padiglione è in bella evidenza una serie di scatti naturalistici di odierne città “palestinesi” tra cui compaiono Acco, Haifa, Nazareth, Masada. Il problema, ovviamente, è che non sono affatto città palestinesi: sono città israeliane da sempre, all’interno delle linee pre-67. Mentre il resto dei paesi partecipanti, anche stati nemici di Israele, presentano una prospettiva non politica e tutta rivolta al futuro, il padiglione palestinese ha usato l’Expo, simbolo di tolleranza e accettazione, per promuovere ancora una volta un messaggio di aspra polemica politica tutta rivolta al passato. Il contrasto fra le narrazioni è vistoso, dimostrando ancora una volta che i dirigenti palestinesi, anziché progredire verso un futuro più luminoso per tutta la regione e per il loro popolo, sono determinati a vivere nel passato perdendo ogni possibile opportunità di progresso.

Nel frattempo gli Emirati Arabi Uniti aprono la strada all’intero mondo arabo, presentando un percorso di pace e collaborazione anziché di guerra. Naturalmente questo non significa essere d’accordo su ogni questione politica, ma significa una linea aperta di comunicazione e comprensione per creare un mondo migliore.

(Da: Jerusalem Post, 15.11.21)