Facile cinismo a parte, il workshop economico nel Bahrain è una vera novità

Non scoppierà la pace dopo il vertice di Manama, ma il semplice fatto che una capitale araba ospiti il lancio dell'iniziativa di Trump è molto significativo

Di Raphael Ahren

Raphael Ahren, autore di questo articolo

È facile fare i cinici riguardo al desiderio di Donald Trump di concludere “l’accordo del secolo”. È ancora più facile liquidare come predestinato al fallimento il workshop economico Usa-Bahrain del mese prossimo, considerato il primo passo verso la realizzazione del tanto atteso piano di pace dell’amministrazione americana. “Gli americani stanno pianificando un matrimonio ma hanno dimenticato di invitare la sposa”, è stato il beffardo commento di vari esperti che sottolineavano, a ragione, che i dirigenti palestinesi non sembrano minimamente interessati a partecipare alla conferenza di Manama.

È vero che difficilmente l’evento porterà a una svolta nel lungo processo di pace israelo-palestinese. La pace non scoppierà dopo il vertice del 25-26 giugno, e probabilmente neanche dopo la presentazione della seconda parte del piano di pace di Trump. Ma tutta l’attenzione concentrata sul rifiuto di Ramallah di dialogare con un’amministrazione che considera ostile non coglie un punto molto importante: il semplice fatto che il lancio della proposta di pace avrà luogo in una capitale araba è sicuramente clamoroso.

Sulla carta, il mondo arabo ha fermamente rifiutato e respinto le varie iniziative dell’amministrazione Trump e le mosse riguardanti il conflitto arabo-israeliano. Praticamente non c’è paese nella regione che non abbia condannato il riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale d’Israele, il trasferimento dell’ambasciata Usa, i drastici tagli all’Unrwa. Persino il riconoscimento americano della sovranità israeliana sulle alture del Golan è stato recisamente condannato anche dai nemici della Siria di Bashar Assad.

Il ministro degli esteri del Bahrein Khalid bin Ahmed al-Khalifa al summit sullo sviluppo economico e sociale arabo, lo scorso 20 gennaio a Beirut (Libano)

Eppure, il regno del Bahrain ospita volentieri il debutto del piano di pace dell’amministrazione Trump. Solo pochi mesi dopo che Washington ha tagliato gli aiuti finanziari all’Autorità Palestinese, il Bahrain diffonde una dichiarazione ufficiale in cui afferma che il workshop del mese prossimo “Pace per la prosperità” si concentrerà su una “prospettiva realizzabile e un quadro di riferimento verso un futuro prospero per il popolo palestinese e la regione”. Certo, non si tratta di un avallo della parte politica del piano di pace statunitense, che dovrebbe essere pubblicata in una fase successiva. Ricevendo lunedì a Manama il rappresentante palestinese Jibril Rajoub, il ministro degli esteri del Bahrein Khalid bin Ahmed al-Khalifa ha ribadito la “posizione inequivocabile del governo nel sostenere la causa palestinese” e il diritto dei palestinesi a uno stato indipendente sulle linee precedenti il 1967 con capitale a Gerusalemme est. È improbabile che il piano di pace di Trump adotti questi parametri.

Tuttavia, che un paese arabo che non ha rapporti ufficiali con Israele e che continua a giurare fedeltà alla causa palestinese abbia accettato di mettere il suo nome sulla prima parte del piano di pace dell’amministrazione Usa è in sé straordinario. E’ vero, ben pochi palestinesi saranno presenti alla conferenze di Manama, dove i principali architetti della proposta di pace, Jared Kushner e Jason Greenblatt, cercheranno di reclutare sostenitori. Hanno deciso così. Ma vale la pena notare che questo primo importante dibattito sul percorso pianificato dalla squadra di Trump per la pace israelo-palestinese è dedicato esclusivamente agli interessi di una parte, e non è Israele. L’incontro è dedicato, piuttosto, al benessere economico dei palestinesi.

Il ministro israeliano dei trasporti e dell’intelligence Yisrael Katz durante la visita all’Opera di Mascate (Oman), novembre 2018

E vale la pena notare che il ministro delle finanze israeliano, Moshe Kahlon, sarà probabilmente tra gli ospiti accolti in quella capitale araba. Non è senza precedenti che importanti membri del governo israeliano si rechino in visita ufficiale in paesi arabi. Al più alto livello, il primo ministro Benjamin Netanyahu è stato in visita ufficiale in Oman lo scorso ottobre. A livello ministeriale, l’anno scorso la ministra per cultura e sport Miri Regev presenziò a un torneo di judo negli Emirati Arabi e, pochi giorni dopo, il ministro dei trasporti e dell’intelligence Israel Katz intervenne a una conferenza sui trasporti in Oman. Sono state visite certamente innovatrici, ma si svolgevano nel contesto di eventi ospitati da organizzazioni internazionali che avrebbero potuto punire Abu Dhabi e Mascate se avessero escluso i rappresentanti di uno stato membro. La prevista partecipazione di Kahlon al workshop di Manama sarebbe di natura completamente diversa: verrebbe ricevuto in un paese arabo non perché il governo arabo è in qualche modo costretto a farlo, ma con lo scopo esplicito di discutere gli sforzi di pace dell’amministrazione Trump.

La missione di Kushner e Greenblatt di conseguire un accordo di pace israelo-palestinese potrebbe fallire in modo spettacolare. D’altra parte i due non hanno mai promesso che le parti in guerra avrebbero immediatamente firmato il documento che hanno in animo di pubblicare quest’estate, ponendo fine in un istante a un conflitto che dura da un secolo. È del tutto verosimile che loro stessi non abbiano mai creduto che fosse possibile una tale eventualità. Ciò che hanno promesso è di pubblicare un progetto per quella che ritengono possa essere una soluzione equa e fattibile del problema. Molti esperti pensavano che, date le chance di successo straordinariamente basse, l’amministrazione Usa avrebbe definitivamente cestinato il piano. Il summit in programma nel Bahrain è la prima indicazione che quelle previsioni erano errate.

Indipendentemente da come i palestinesi reagiranno al piano di pace nella sua interezza (sappiamo tutti che lo respingeranno in ogni caso, come hanno sempre respinto tutti i piani di pace) e da cosa succederà dopo di allora (Israele potrebbe annettere i maggiori insediamenti, con tutte le conseguenze del caso), la disponibilità del Bahrain ad ospitare il summit “Pace per la prosperità” indica che il mondo arabo è decisamente più incline a normalizzare i rapporti con Israele di quanto alcuni possano pensare. Anche in mancanza di un accordo definitivo.

(Da: Times of Israel, 21.5.19)