Gerusalemme respinge il voto Onu che chiede alla Corte dell’Aia di proclamare gli ebrei “occupanti illegali” nella aree contese della Terra d’Israele

La maggioranza dei paesi non ha sostenuto l’iniziativa palestinese. L’Italia ha ribadito il voto contrario dello scorso novembre

Netanyahu: “Il popolo ebraico non occupa la propria terra”

Israele respinge totalmente la decisione “distorta” delle Nazioni Unite di chiedere alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia un parere consultivo sulle conseguenze legali di “occupazione, insediamento e annessione del territorio palestinese” da parte di Israele.

La controversa risoluzione messa ai voti venerdì sera a New York dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata approvata con il voto favorevole di 87 paesi, cioè meno della metà dei 193 stati membri. È passata comunque perché, a parte i 26 paesi che hanno votato contro, 53 paesi si sono astenuti e altri 27 non hanno partecipato al voto. I paesi che hanno votato “no” insieme a Israele includono Stati Uniti, Canada, Australia, Regno Unito e otto dei 27 stati membri dell’Unione Europea tra cui la Germania e l’Italia (che ha confermato il voto contrario in commissione dello scorso 11 novembre). Si sono astenuti paesi come Francia, Brasile, Danimarca, Finlandia, Giappone, Paesi Bassi, Svezia e Svizzera. Tra i paesi che invece hanno votato a favore della risoluzione anti-israeliana figurano, oltre ai paesi arabi, Cina, Iran, Russia, Polonia e Portogallo. L’Ucraina, il cui sostegno alla risoluzione nel voto preliminare di novembre in commissione aveva innescato un diverbio diplomatico tra Kiev e Israele, questa volta non ha preso parte alla votazione.

“Esattamente come le centinaia di risoluzioni distorte approvate dall’Assemblea Generale dell’Onu contro Israele nel corso degli anni, anche questa vergognosa risoluzione non obbligherà in alcun modo il governo di Israele”, ha dichiarato sabato sera il primo ministro Benjamin Netanyahu in un video.

La risoluzione chiede un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sul fatto che l'”occupazione” del “territorio palestinese” da parte di Israele sia diventata una forma di annessione de facto e quindi illegale ai sensi del diritto internazionale. In realtà, in base agli Accordi di pace degli anni ’90 firmati dalle due parti i territori di Cisgiordania non sono “occupati” bensì contesi e la loro destinazione finale deve essere stabilita in un negoziato che tenga conto delle rivendicazioni di entrambe le parti. Ma questa risoluzione, come molte altre dell’Assemblea Generale, contravviene a quanto convenuto dalle parte negli Accordi. Oltretutto, la risoluzione sottolinea espressamente l’inclusione della “Città Santa di Gerusalemme” nella sua richiesta e ancora una volta si riferisce al Monte del Tempio di Gerusalemme, il luogo più sacro dell’ebraismo, unicamente con il termine arabo musulmano di al-Haram al-Sharif, disconoscendone il valore storico e religioso per ebrei e cristiani.

Il voto di venerdì sera all’Assemblea Generale (clicca per ingrandire)

Nel respingere seccamente il voto dell’Assemblea Generale, Netanyahu ha affermato che “il popolo ebraico non ‘occupa’ la propria terra e non ‘occupa’ la propria eterna capitale Gerusalemme, e nessuna risoluzione delle Nazioni Unite può alterare questa verità storica”. Il neo ministro degli esteri israeliano Eli Cohen ha definito il voto delle Nazioni Unite “anti-israeliano”, twittando che esso “dà sostegno alle organizzazioni terroristiche e al movimento antisemita [del boicottaggio], contravvenendo ai principi concordati delle stesse Nazioni Unite. Questa iniziativa – ha aggiunto Cohen – rappresenta un altro errore commesso dalla dirigenza palestinese che da anni sostiene e fomenta il terrorismo e guida il suo popolo in modo tale da danneggiare gli stessi palestinesi nonché ogni possibilità di risolvere il conflitto. Questa risoluzione non cambierà nulla sul terreno – ha concluso Cohen – e non ci impedirà di combattere il terrorismo, difendere i cittadini di Israele e promuovere gli interessi del paese”.

Quando lo scorso 11 novembre si è tenuta una votazione preliminare sulla richiesta, votarono a favore 98 paesi, cioè poco più della metà di quelli rappresentati nell’Assemblea Generale, mentre i voti contrari furono 17 (Israele compreso). Da novembre a oggi il sostegno alla risoluzione palestinese è calato di 11 voti, mentre al voto espressamente contrario alla loro risoluzione si sono aggiunti nove paesi. Tra i paesi che hanno cambiato il voto a favore della posizione di Israele figurano Albania, Repubblica del Congo, Kenya, Romania, Togo e Gran Bretagna. “Abbiamo ottenuto qualcosa di importante – ha affermato Netanyahu – Nella risoluzione approvata a novembre i palestinesi avevano la maggioranza assoluta degli stati membri a sostegno della loro iniziativa. Ora c’è stata una svolta: i paesi che hanno sostenuto l’iniziativa palestinese sono una minoranza e quelli che non hanno sostenuto i palestinesi [fra voti contrari e astensioni] sono la maggioranza degli stati membri”.

Le Nazioni Unite hanno una lunga tradizione di risoluzioni unilateralmente ostili a Israele, e Israele accusa i palestinesi, che hanno lo status di stato osservatore non membro presso le Nazioni Unite, di cercare costantemente di sfruttare l’organismo internazionale per sottrarsi ai negoziati di pace. Secondo l’ex inviato d’Israele alle Nazioni Unite, Danny Danon, l’Autorità palestinese ha caldeggiato con forza la richiesta del parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia allo scopo evidente di generare pressioni internazionali che costringano Israele a concessioni e ritiri senza negoziare un accordo con Gerusalemme.

“I palestinesi – ha dichiarato l’ambasciatore israeliano all’Onu Gilad Erdan – hanno respinto ogni iniziativa di pace continuando a sostenere e alimentare il terrorismo. Invece di spingere i palestinesi a cambiare, le Nazioni Unite stanno facendo il contrario. La decisione, poi, di tenere un voto che riguarda Israele durante Shabbat è un altro esempio del declino morale delle Nazioni Unite che impediscono a Israele di far sentire la propria voce in una votazione dal risultato predeterminato”.

(Da: Jerusalem Post, Times of Israel, 1.1.23)