Gli israeliani hanno più cose in comune che cose che li dividono

C'è un altro Israele, là fuori, quello riflesso in un fraterno incontro fra riservisti

Di Herb Keinon

Herb Keinon, autore di questo articolo

Giovedì sera un gruppo di circa 20 riservisti israeliani si è riunito in un appartamento, affittato per una notte in un moshav nella zona di Beit Shemesh, per festeggiare gli imminenti matrimoni di due di loro.

I membri di questo gruppo affiatato hanno prestato insieme il servizio militare per tre anni in un’unità d’élite dell’esercito e hanno combattuto insieme in una delle campagne anti-terrorismo a Gaza. Tra loro vi sono israeliani di destra e di sinistra, religiosi e laici, benestanti e disagiati, ebrei e non ebrei.

Si sono incontrati nello stesso momento in cui si teneva una manifestazione di protesta di fronte alla residenza ufficiale del primo ministro, in Via Balfour a Gerusalemme. Si sono incontrati dopo che i mass-media per tutta la durata di Tisha Be’av (la giornata in cui gli ebrei ricordano la distruzione dei due Templi di Gerusalemme) si erano riempiti di commenti su quanto Israele fosse vicino a ripetere gli errori del passato, permettendo all’odio infondato di fare a pezzi la società e il paese. Si sono incontrati mentre i commentatori lamentavano la spaccatura apparentemente insanabile nella nazione, paventando la possibilità che sfociasse in violenza politica se non addirittura in guerra civile. Si sono incontrati mentre Facebook, Twitter, la radio, la televisione e i giornali descrivevano, e creavano, un’atmosfera ovunque di profonda inimicizia e odio. E di tutto questo non hanno sentito nulla.

Alcuni dei partecipanti all’incontro condividevano le proteste anti-governative, altri no. Alcuni detestano il primo ministro Benjamin Netanyahu, altri no. Alcuni hanno sofferto pesanti conseguenze economiche a causa del coronavirus, altri hanno avuto più fortuna. Ma non c’era nessun odio, in quel gruppo. Venivano tutti da luoghi diversi, avevano ognuno un ideale diverso di un Israele perfetto. Ma non c’era odio. Al contrario, c’era sincero rispetto e affetto l’uno per l’altro per via del cammino che hanno percorso insieme. Hanno rievocato storie di guerra, hanno scherzato, hanno bevuto, si sono aggiornati l’un l’altro su quanto accaduto dall’ultima volta che si erano visti. Mettevano in pratica ciò che Abraham Lincoln affermò nel suo primo discorso d’insediamento nel 1861: “Noi non siamo nemici, bensì amici. Sebbene le passioni possano essere tese, non devono spezzare i nostri legami di affetto. Le corde mistiche della memoria si uniranno al coro quando saranno di nuovo toccate, come sicuramente avverrà, dagli spiriti migliori della nostra natura”. Anche questo è Israele nell’estate del 2020.

Riservisti israeliani durante uno dei periodici richiami in servizio per addestramento (foto d’archivio)

Ti alzi al mattino e accendi la radio, apri il giornale o fai clic su Twitter e l’impressione che ne ricavi è di un paese in cui ogni “tribù” ha le mani alla gola dell’altra. Twitter è il peggiore perché lì il discorso è più incivile e più insultante. Perché? Perché è così che si raccoglie il maggior numero di commenti, si ottiene il maggior numero di “mi piace” e di re-tweet. Twitti qualcosa di ponderato e nessuno presta attenzione. Twitti qualcosa di estremo e offensivo e fai partire il chiasso. Puoi passare 15 minuti su Twitter al mattino e rimanere depresso per il resto della giornata, con la sensazione che il paese è completamente perso, che tutti odiano tutti. E non credere di poter trovare rifugio accendendo la radio o la televisione o aprendo un giornale, perché anche lì quello che verrà messo in evidenza è quanto c’è di più divisivo. Se c’è una grande protesta i mass-media, come doveroso, intervistano i manifestanti e poi i politici. I manifestanti stanno protestando perché sono arrabbiati e quella rabbia prorompe dalle loro parole. I politici sono alla ricerca di qualcuno da incolpare e quell’astio si manifesta nelle loro parole. Il ministro dei trasporti Miri Regev (Likud) come il parlamentare dell’opposizione Moshe Ya’alon (Yesh Atid-Telem), schierati su opposti versanti della spaccatura pro e anti-Netanyahu, sembrano sul punto di dare in escandescenze ogni volta che parlano dell’altra parte. Un intervistato dopo l’intervistato, sembrano tutti furibondi, infuriati, pieni di odio.

Ma c’è un altro Israele. È quello che va avanti tranquillamente con la sua vita in questi tempi incerti, magari in disaccordo, magari anche in forte disaccordo con le opinioni politiche dei loro vicini e colleghi, ma senza odiarli, senza voler scatenare un guerra totale contro di loro. In realtà, ci sono tantissimi che provano grande empatia per le sofferenze causate della pandemia ai loro connazionali indipendentemente dalle loro posizioni politiche. Il problema è che questo, in questo momento, non attira l’attenzione e non ha spazio sui mass-media. Ciò che attira l’attenzione è la retorica estrema. Ciò che attira l’attenzione sono i paragoni con i periodi bui della storia. Ciò che attira l’attenzione è dire che l’altra parte è composta da un ammasso di fanatici votati a distruggere il paese: anarchici a sinistra, fascisti a destra. E poiché questo è ciò che attira l’attenzione, questo è ciò che viene urlato dai megafoni, ripreso dalla stampa e amplificato all’infinito sui social network. Quindi uno si alza al mattino e crede che questa sia la realtà.

Ma non lo è. Può essere una porzione della realtà di questo paese, ma solo una porzione. C’è un’altra realtà, là fuori, quella riflessa nell’incontro di riservisti: un Israele in cui non tutti odiano l’altra parte e dove – anche se dirlo può sembrare banale – ciò che accomuna davvero è più di ciò che divide. Il che non vuol dire che l’atmosfera non sia carica e che in un’atmosfera carica qualcuno non possa commettere un atto di violenza politica. Ma le guerre civili che alcuni paventano in questo periodo non sono fatte di individui ai margini che intraprendono azioni estreme, ma di fratelli che prendono le armi contro i fratelli perché l’odio trabocca nei loro cuori. Se cammini per le strade del paese al di là di Via Balfour, se lasci stare Twitter per un giorno, hai la possibilità di non imbatterti in quell’odio travolgente ma piuttosto in una realtà che, seppure controversa, è molto più conciliante e molto meno tossica e piena di odio di quella che incontri ogni volta che accendi un computer, una radio o un televisore. La maggior parte della gente non abita la realtà permeata di odio rappresentata dai mass-media e on-line. C’è un altro Israele, là fuori.

(Da: Jerusalem Post, 3.8.20)