Governo della maggioranza e diritti delle minoranze

Il delicato equilibrio fra democrazia e libertà civili – oggi al centro di un acceso scontro politico in Israele – spiegato da un grande giurista americano

Di Alan Dershowitz

Alan Dershowitz, autore di questo articolo

Nel dibattito in corso sui progetti di riforma volti a diminuire i poteri della Corte Suprema d’Israele, si fa molta confusione circa l’effetto che avrebbero sulla democrazia in quanto distinta da diritti delle minoranze e libertà civili.

Democrazia, in senso giuridico, significa governo della maggioranza. Quand’anche venissero approvate del mal concepite riforme giudiziarie, Israele rimarrebbe comunque una democrazia parlamentare in cui una maggioranza eletta in modo corretto decide sulle questioni politiche fondamentali. Non diventerà come il Sudafrica dell’apartheid né un paese autoritario come la Turchia o l’Ungheria dove le decisioni vengono prese da autocrati di minoranza. Diventerebbe, però, una democrazia meno sensibile e attenta ai diritti delle minoranze e alle libertà civili.

Sotto un aspetto importante esiste un conflitto intrinseco tra la democrazia (governo della maggioranza) e la tutela dei diritti delle minoranze. Quando i diritti delle minoranze prevalgono sulla volontà della maggioranza – cosa che deve avvenire in certi ambiti, come la libertà di parola e di religione – la democrazia in senso stretto risulta intaccata.

In questo senso non esistono democrazie pure. Gli Stati Uniti ad esempio non lo sono, giacché prevedono una serie di controlli strutturali come, fra l’altro, il Bill of Rights (la Carta dei Diritti comprendente i primi 10 emendamenti alla Costituzione ndr) che costituiscono il sistema contro-maggioritario di pesi e contrappesi pensato per limitare gli eccessi del governo della maggioranza quando entra in conflitto con diritti delle minoranze e dei singoli individui, come la libertà di esprimere posizioni di dissenso sgradite all’opinione pubblica.

La Knesset

Anche Israele non è una democrazia pura, con o senza i cambiamenti giudiziari proposti. La soglia minima di voti per entrare alla Knesset, il sistema di governo basato su coalizioni, il ruolo del Gabinetto di sicurezza e altri vincoli posti alla regola della maggioranza semplice lo rendono simile ad altri sistemi parlamentari: democratico nella sostanza, ma non democratico in senso assoluto. In effetti, dai tempi di Atene in poi non è mai esistita una democrazia assoluta.

In alcuni di questi sistemi i tribunali hanno la facoltà di rivedere e respingere le votazioni parlamentari, in altri no. In alcuni il parlamento può invalidare le decisioni dei tribunali e in altri no. Consentire la prevalenza del parlamento o negare il potere di controllo della Corte non rende una democrazia parlamentare antidemocratica o tirannica: le rende semplicemente meno sensibile e attenta ai diritti delle minoranze e alle libertà civili. Si tratta di trovare un giusto equilibrio.

Democrazie diverse individuano punti di equilibrio diversi fra diritti della maggioranza e diritti delle minoranze. Israele in questi suoi primi 75 anni l’ha generalmente individuato in modo molto appropriato. La riforma giudiziaria proposta minaccia di sbilanciare l’equilibrio a scapito dei diritti delle minoranze e delle libertà civili. Ovviamente, si tratta in gran parte di una questione di misura sulla quale i cittadini ragionevoli possono avere, e hanno, opinioni differenti. Ma è una questione di misura molto importante che può plasmare il futuro di Israele.

La Corte Suprema

Sia negli Stati Uniti che in Israele, il potere della magistratura di annullare decisioni legislative votate dalla maggioranza è oggi sotto attacco. L’estrema sinistra americana punta a indebolire l’attuale Corte Suprema limitandone la giurisdizione e imponendo limiti di durata e/o di età. Questo attacco è stato innescato da una serie di sentenze dell’alta Corte favorevoli alla destra. In Israele, l’attacco da destra è stato innescato da sentenze percepite come favorevoli alla sinistra. In entrambi i casi, vengono proposte modifiche strutturali permanenti, e sbagliate, in risposta al malcontento momentaneo per la direzione attuale della Corte. In entrambi i casi, le cosiddette riforme metterebbero in pericolo il sistema di pesi e contrappesi che permette alle democrazie di governare in modo equo. In entrambi i casi, tali proposte di riforma dovrebbero essere contrastate da coloro che hanno a cuore sia la democrazia che le libertà civili.

Dovrebbero anche essere contrastate da coloro che difendono la posizione di Israele nella comunità internazionale e in particolare davanti alla Corte Penale Internazionale e altri organi giudiziari e para-giudiziari. Si può star certi che Israele continuerà in ogni caso a subire un trattamento iniquo da doppio standard, indipendentemente da ciò che fa. Ma quelli di noi che difendono Israele in questi organismi, così come davanti al tribunale dell’opinione pubblica, da tempo fanno affidamento su una forte Corte Suprema che tutela i diritti umani. Continueremo a difendere Israele dagli attacchi ingiusti, ma il compito diventerà ancora più difficile se magistratura e libertà civili verranno indebolite.

Vi sono riforme che possono essere attuate senza ledere le libertà civili. La giurisdizione della Corte Suprema potrebbe essere ridotta per quanto riguarda questioni essenzialmente politiche, come l’accordo con il Libano sullo sfruttamento dei giacimenti di gas off-shore. Se il diritto di prevalenza del parlamento fosse limitato a queste e altre questioni non legate alle libertà civili, sarebbe meno discutibile. Ma se si deciderà che una maggioranza semplice della Knesset può annullare la tutela giudiziaria di diritti fondamentali come l’eguaglianza, il giusto processo, la libertà di parola e simili, Israele ne risulterà peggiorato. Può darsi che oggi una facoltà di questo tipo favorisca la destra; domani potrebbe invece nuocerle. Ma in fin dei conti, metterebbe in pericolo le libertà di tutti gli israeliani.

(Da: Jerusalem Post, 15.1.23)