Hadar Goldin, il soldato israeliano vittima di un “cessate il fuoco umanitario” (spudoratamente violato da Hamas)

In quanto depositari del diritto umanitario internazionale, le Nazioni Unite e i loro rappresentanti hanno il dovere di garantire che vengano rispettati i più basilari obblighi morali e legali

Di Michal Cotler-Wunsh

Michal Cotler-Wunsh, autrice di questo articolo

Il primo agosto 2014 Hadar Goldin venne sequestrato e ucciso mentre era in vigore un cessate-il-fuoco umanitario annunciato da Onu e Stati Uniti e sostenuto dall’Unione Europea. Dopo aver abusato cinicamente del cessate il fuoco reciprocamente concordato, da allora Hamas  trattiene i resti di Hadar Goldin in palese violazione del diritto umanitario internazionale. Sono passati quattro anni e l’Onu non si è assunta nessuna responsabilità, né ha richiamato alle loro responsabilità coloro che hanno violato allora, e continuano a violare adesso, il più elementare diritto umanitario internazionale.

Fa parte dei doveri perentori dell’Onu e dei suoi rappresentanti applicare indistintamente gli standard umanitari internazionali. L’applicazione selettiva delle norme legali, in questo caso e in generale, mina i principi stessi che l’Onu e dei suoi rappresentanti sono chiamati a sostenere e tutelare. L’Onu e i suoi rappresentanti nella regione sono sostanzialmente responsabili per la promozione e la tutela dei diritti umani, il rispetto dei doveri previsti dal diritto umanitario e la battaglia contro la cultura dell’impunità. Tutti questi elementi sono chiamati in causa dal caso di Hadar Goldin.

Per essere fedele al proprio mandato, l’Onu deve salvaguardare il rispetto e la tutela dei diritti umani fondamentali. Per essere fedele ai propri doveri, l’Onu deve garantire che gli obblighi fondamentali previsti dal diritto umanitario non continuino ad essere violati, ma vengano rispettati. Per essere fedele alle proprie responsabilità, l’Onu deve smettere di tollerare la cultura dell’impunità e combatterla attivamente. Per essere fedele alla propria stessa ragion d’essere, l’Onu deve esigere la restituzione immediata e incondizionata delle spoglie di Hadar perché vengano sepolte, in conformità dei basilari principi morali, delle leggi ebraiche e islamiche e degli standard umanitari internazionali.

Hadar Goldin (a sinistra) e Oron Shaul

La violazione dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, e il silenzio durato quattro anni che l’ha accompagnata, legittimano la cultura dell’impunità. La continuata incapacità, o non volontà, di chiedere conto di queste violazioni giustifica e legittima proprio le forze che sono di fatto responsabili della situazione umanitaria a Gaza. Hadar Goldin non è una vittima della guerra a Gaza: è una vittima del “cessate il fuoco umanitario” mediato e sostenuto dall’Onu.

A seguito alla violazione del cessate il fuoco da parte di Hamas, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon rilasciò una dichiarazione ufficiale in cui condannava nei termini più energici la violazione da parte di Hamas di un cessate il fuoco umanitario reciprocamente concordato. Ban Ki-moon esprimeva sgomento e profondo sconforto per questi sviluppi, sottolineava che le azioni di Hamas costituivano una grave violazione del cessate il fuoco, aggiungeva che tali mosse mettevano in dubbio la credibilità delle garanzie date da Hamas alle Nazioni Unite. E chiedeva la restituzione immediata e incondizionata dei soldati sequestrati.

Il 22 dicembre 2017, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tenne una sessione speciale sul diritto internazionale umanitario e sul rimpatrio delle spoglie di Hadar Goldin e Oron Shaul, anch’egli sequestrato e ucciso da Hamas durante la guerra a Gaza del 2014. La storica audizione del Consiglio di Sicurezza venne condotta congiuntamente da Stati Uniti e Ucraina. All’audizione, l’ex ministro della giustizia e procuratore generale del Canada, il prof. Irwin Cotler, espose in modo dettagliato la chiara violazione del diritto internazionale e le sue implicazioni. Gli stati membri espressero la loro solidarietà all’unanimità e chiesero la restituzione dei resti di Goldin e Shaul, sottolineando che il rifiuto di rimpatriare i resti di soldati uccisi costituisce una grave violazione dei principi più fondamentali dei diritti umani e della dignità umana, che stanno alla base del diritto umanitario. I partecipanti ribadirono che il Segretario Generale e le organizzazioni internazionali devono adoperarsi per garantire la restituzione dei resti, se non si vuole che la stessa comunità internazionale assecondi la cultura dell’impunità in spregio delle norme delle Nazioni Unite.

Protesta della famiglia Goldin davanti alla sede Onu ad Armon Hanetziv, Gerusalemme

Ma, a parte queste chiare ed esplicite condanne e le richieste declamatorie fatte a Hamas, non è cambiato assolutamente nulla. Quando si tratta di promuovere e tutelare i diritti umani, garantire il rispetto degli obblighi del diritto umanitario e contrastare la cultura dell’impunità, le dichiarazioni semplicemente non sono sufficienti. L'”ordine internazionale basato sulle norme” fa affidamento su una autentica promozione e tutela dei diritti umani fondamentali. Esso dipende da una integrale e indiscriminata perseveranza nell’esigere il rispetto degli obblighi internazionali di diritto umanitario, ed è condizionato a una determinazione rigorosa nella lotta contro le culture dell’impunità.

In quanto depositari dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, tutte le istituzioni delle Nazioni Unite e i loro rappresentanti hanno la responsabilità di accertarsi che tali obblighi legali siano rispettati e attuati. In considerazione del loro intrinseco impegno verso i diritti umani, il diritto umanitario internazionale e la lotta contro l’impunità, ci si aspetterebbe che le istituzioni dell’Onu in generale, e in particolare il rappresentante nella regione Nickolay Mladenov, coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente nonché rappresentante delle Nazioni Unite presso l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e l’Autorità Palestinese, guidassero la battaglia per la restituzione della salma di Hadar Goldin. Ci si aspetterebbe che si facessero garanti e tutori del diritto delle famiglie di adempiere al più basilare gesto finale della dignità umana, il diritto ad una appropriata sepoltura. Ci si aspetterebbe che affermassero che la prima cosa da fare, se si vuole migliorare la situazione umanitaria a Gaza, è rimpatriare i soldati sequestrati.

La richiesta inequivocabile di una restituzione immediata e incondizionata di Goldin costituisce il primo e necessario passo per iniziare a porre rimedio al persistente disprezzo dei diritti umani, alle protratte violazioni del diritto umanitario internazionale e all’accettazione e legittimazione della cultura dell’impunità. Solo una guida di questo tipo trasmetterebbe il messaggio, a livello locale e a tutti coloro che assistono alla vicenda, che un regime che disprezza il diritto in modo così palese sarà chiamato a renderne conto. Verrebbe messo in chiaro che tutte i soggetti che non si oppongono a tali regimi, di fatto li aiutano e favoriscono e sono essi stessi complici e responsabili. Metterebbe in chiaro che non saranno accettate né tollerate continue e provocatorie violazioni di principi fondativi, in costante spregio, insolenza e negazione dei valori, delle istituzioni e delle norme delle Nazioni Unite. Infine, servirebbe a creare o ricreare la necessaria fiducia nel sistema, proclamando a parole e coi fatti che è inaccettabile che si abusi di valori, istituzioni e norme umanitarie, a cominciare dai “cessate il fuoco umanitari”, allo scopo di causare vittime.

(Da: Jerusalem Post, 9.8.18)

Tre civili israeliani (con vari problemi mentali), entrati in momenti diversi nella striscia di Gaza e da allora trattenuti come ostaggi da Hamas