Hamas e Jihad Islamica cercano di incendiare la Cisgiordania e Jenin è la miccia ideale

Israele sta affrontando la più grave ondata terroristica degli ultimi 15 anni e la lotta di potere fra palestinesi per il dopo-Abu Mazen non fa che esacerbare le violenze

Di Yaakov Lappin

Yaakov Lappin, autore di questo articolo

Dati diffusi lunedì scorso dalle Forze di Difesa israeliane lasciano pochi dubbi: il 2022 è stato uno dei periodi più impegnativi per l’esercito israeliano, negli ultimi 15 anni, in Giudea/Samaria (comunemente nota come Cisgiordania).

Da quando lo scorso 31 marzo le Forze di Difesa israeliane hanno lanciato l’operazione “Infrangere l’onda” come reazione a una raffica di sanguinosi attacchi terroristici nelle città israeliane originati dalle aree settentrionali della Samaria, lo sforzo congiunto di militari, servizi di sicurezza e polizia di frontiera, con la sua unità antiterrorismo Yamam, hanno generato una risposta potente e intensiva sotto forma di incursioni mirate a sventare piani terroristici grazie a precise informazioni di intelligence. Le operazioni israeliane si concentrano soprattutto, ma non esclusivamente, sul fulcro geografico dell’attuale picco di terrorismo: la Samaria, e in particolare le aree di Jenin e Nablus dove sono sorti anche nuovi gruppi terroristici locali come la “Fossa dei leoni”. Dall’altra parte, fazioni terroristiche consolidate come Hamas e Jihad Islamica Palestinese offrono ingenti somme di denaro a qualsiasi palestinese della zona che sia disposto ad attaccare gli israeliani. Nel frattempo l’Autorità Palestinese ha conosciuto un tracollo della sua capacità di governare queste aree, mentre Fatah, la fazione che domina l’Autorità Palestinese, ha iniziato a dividersi in varie componenti in competizione fra loro in vista della lotta di potere che si scatenerà il giorno in cui l’attuale capo Abu Mazen uscirà di scena.

Aryeh Shchupak, 16 anni, e Tadese Tashume Ben Ma’ada, 50 anni: le due vittime del duplice attentato esplosivo del 23 novembre a fermate d’autobus di Gerusalemme

Dai dati diffusi dalle Forze di Difesa israeliane si apprende che nel periodo gennaio-ottobre 2022 si sono avuti 281 attacchi di matrice terroristica, contro i 91 registrati in tutto il 2021. Anche gli attacchi con armi da fuoco sono notevolmente aumentati, passando dai 52 del 2021 ai 110 registrati da gennaio 2022. Quest’anno 31 israeliani, fra civili e militari, sono stati uccisi in attentati palestinesi. Nel corso degli attentati o degli scontri a fuoco con i soldati israeliani sono morti 130 palestinesi, in gran parte attivisti impegnati negli assalti.

Dall’inizio dell’anno, e in particolare dall’inizio dell’operazione “Infrangere l’onda”, le forze di sicurezza israeliane hanno fermato o arrestato più di tremila sospetti, per la maggior parte in Samaria; hanno sequestrato circa 250 armi da fuoco clandestine, alcune contrabbandate da luoghi come la Giordania, altre fabbricate in officine locali; e hanno confiscato fondi terroristici per un ammontare di oltre 2,7 milioni di shekel (circa 785.000 dollari). Il fatto che oggi un fucile d’assalto M-16 sul mercato nero in Giudea/Samaria costi tra 80mila e 90mila shekel, cioè 10mila shekel in più del 2021, dimostra che tali armi sono più difficili da ottenere. Un fucile mitragliatore tipo “Carlo” di produzione locale si vende invece tra i 2.000 e i 5.000 shekel. In ogni caso mitragliatrici, fucili d’assalto e pistole circolano ampiamente.

Nell’ultimo anno le forze di sicurezza israeliane hanno sventato più di 500 attacchi terroristici, sono stati rafforzati gli effettivi presenti in Giudea/Samaria ed è stata istituita una nuova task force per gestire la barriera di sicurezza lungo la linea di demarcazione. Il Ministero della Difesa ha rafforzato 16 chilometri della barriera già esistente e ha iniziato a costruire una nuova sezione di 45 chilometri. Il numero di palestinesi che si infiltrano illegalmente da Giudea/Samaria attraverso la linea di demarcazione è passato dalle decine di migliaia ogni settimana del 2021 alle attuali poche centinaia per settimana.

Miliziani palestinesi al funerale a Jenin di un terrorista della Jihad Islamica morto durante scontri a fuoco con le forze israeliane. Yaakov Lappin: “L’Autorità Palestinese ha avuto un tracollo nella sua capacità di governare queste aree”

In base ai dati si stima che circa il 25% della popolazione di Jenin sia in vario modo affiliato al gruppo terroristico Jihad Islamica Palestinese, i cui capi da Gaza e dalla Siria investono sforzi significativi per procurare ai loro agenti a Jenin armi, finanziamenti e addestramento militare. Un altro 20% della popolazione di Jenin è affiliato a Hamas, anch’essa attivamente impegnata a incrementare le sue capacità terroristiche nella città e a fomentare incessantemente nuovi attentati. Sia Hamas che Jihad Islamica fanno di tutto per incendiare la Cisgiordania e vedono Jenin come il detonatore ideale.

Nel frattempo, l’establishment della difesa israeliana ha continuato anche ad adoperarsi per migliorare le condizioni della popolazione civile generale, in particolare con il rilascio di permessi di lavoro in Israele a 150.000 palestinesi che contribuiscono al 30% del Pil dell’Autorità Palestinese, laddove i circa 150.000 palestinesi che lavorano all’interno dell’Autorità Palestinese producono solo l’8% del Pil della regione. Un ulteriore 18% del Pil palestinese proviene dal grande numero di arabi israeliani che attraversano i valichi di Jalame e Salem verso la Samaria per affari e acquisti: un movimento che viene incoraggiato dall’amministrazione civile della Difesa israeliana. Il Pil pro capite in Giudea/Samaria ammonta a 4.410 dollari, 200 dollari di più di quello in Giordania.

Il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen (a destra) con il suo possibile successore Hussein Al-Sheikh

Secondo David Hacham, ricercatore associato presso il MirYam Institute ed ex consigliere per gli affari arabi di sette ministri della difesa israeliani, il drammatico aumento degli incidenti terroristici è legato a tutta una serie di fattori. L’aumento stesso degli scontri violenti, e delle vittime, è di per sé un fattore che autoalimenta le tensioni, a cui si sommano le ricorrenti tensioni attorno alla questione del Monte del Tempio di Gerusalemme continuamente istigate dalla propaganda palestinese: un fattore caratterizzato da un forte potenziale di escalation perché tocca corde estremamente sensibili. Le fazioni terroristiche capeggiate da Hamas aizzano sui social network, usando la questione del Monte del Tempio come tema chiave per sobillare attentati contro gli israeliani.

Un ulteriore fattore è la crescente lotta di potere all’interno di Fatah su chi succederà ad Abu Mazen. “La combinazione di tutti questi elementi – dice Hacham – genera un’atmosfera carica di benzina che potrebbe deflagrare in una nuova intifada”. Abu Mazen ha 87 anni, è al potere da quasi 18 anni senza elezioni, è stanco e di salute malferma. Sta cercando di preparare il terreno per il successore prescelto, Hussein al-Sheikh, che nel maggio 2022 ha nominato Segretario generale del Comitato esecutivo dell’Olp. Ma al-Sheikh è impopolare nelle piazze palestinesi. Potrebbe acquisire legittimità solo se vincesse delle elezioni presidenziali come fece Abu Mazen nel lontano gennaio 2005.

“Israele deve sempre avere il polso di ogni evento in Giudea/Samaria, che è letteralmente sulla nostra soglia di casa e per certi versi è dentro casa nostra – conclude Hacham – Bisogna essere in grado di individuare e muoversi per tempo per prevenire sviluppi negativi come una presa del potere da parte di Hamas. E’ un preciso interesse israeliano, giordano ed egiziano prevenire una guerra civile fra palestinesi ed evitare uno scenario in cui le milizie dei pretendenti si combattano tra loro, cosa che sarebbe pericolosa per tutti”. Tenendo sempre presente che i gruppi palestinesi, quando sono in competizione fra loro, tendono a fare a gara a chi è più attivo nel terrorismo contro Israele.

(Da: jns.org, 29.11.22)