I palestinesi potrebbero porre fine all’occupazione, se solo lo volessero davvero

Non stiamo dicendo niente di nuovo, è un film già visto: Israele ha più volte accettato proposte di soluzione a due stati, ma ogni volta i palestinesi hanno detto di no

Di Fred Maroun

Fred Maroun, autore di questo articolo

Tra tutte le violenze e le varie responsabilità che hanno caratterizzato e continuano caratterizzare il conflitto tra Israele e palestinesi non bisogna perdere di vista un fatto semplice e innegabile: se i palestinesi volessero porre fine all’occupazione e agli insediamenti, e fossero disposti a negoziare davvero un soluzione a due stati che consenta loro di avere l’indipendenza, avrebbero potuto e potrebbero farlo.

Conosciamo tutti le condizioni in cui ciò potrebbe verificarsi. I palestinesi dovrebbero unirsi sotto un unico governo che possa parlare e impegnarsi in modo credibile a nome di tutti i palestinesi, esattamente come Israele ha un governo che parla e si impegna per tutti gli israeliani indipendentemente da come hanno votato. Dovrebbero porre fine a tutto il terrorismo e a tutto il sostegno al terrorismo, perché sappiamo tutti che il motivo principale per cui la stragrande maggioranza degli israeliani è restia ad avere uno stato palestinese come vicino è che temono che si trasformi in una nuova, grande striscia di Gaza (in mano a Hamas, Iran ecc. ndr). Dovrebbero rinunciare al “diritto al ritorno” tranne che all’interno di uno stato palestinese, perché sappiamo tutti che il “ritorno” (di milioni di discendenti dei profughi arabi palestinesi ndr) all’interno di Israele significherebbe la fine dello stato ebraico, cosa che Israele non può accettare. Infine, dovrebbero decidere di cooperare con Israele in materia di sicurezza per tutto il tempo necessario.

In giallo/ocra, lo stato palestinese che esisterebbe già oggi (con confini definitivi e senza insediamenti) se nel 2008 i palestinesi avessero accettato la proposta di Olmert (clicca per ingrandire)

Se facessero queste cose, i palestinesi sarebbero in una posizione eccellente per negoziare un accordo di pace che includa il riconoscimento di uno stato palestinese a Gaza e in Cisgiordania con confini leggermente modificati (rispetto alle linee armistiziali pre-’67 ndr). Sarebbero anche in una posizione eccellente per reclamare la chiusura degli insediamenti israeliani che non fossero diventati parte di Israele nel quadro dei cambiamenti di confine concordati.

Se emergesse una dirigenza palestinese credibile che presentasse un programma del genere, otterrebbero ciò che reclamano (fine dell’occupazione, indipendenza, fine del conflitto ndr). La minoranza di israeliani che non vuole in nessun caso uno stato palestinese non potrebbe fermare questo sviluppo perché la maggior parte degli israeliani vuole la pace più di quanto non voglia porzioni di terra.

Chiudere gli insediamenti e spostare da lì oltre 100mila israeliani sarebbe doloroso, ma non impossibile. È persino possibile che alcuni di loro, disponibili a continuare a vivere come cittadini ebrei dello stato palestinese, possano rimanere dove stanno.

Non stiamo dicendo niente di nuovo, perché questo è un film che abbiamo già visto parecchie volte. Israele ha già più e più volte accettato proposte di soluzione a due stati sulla falsariga di quanto ho appena riassunto. Ma ogni volta i palestinesi hanno detto di no. Gli attivisti anti-israeliani lamentano il fatto che Israele sembra aver perso interesse per una soluzione a due stati. Beh, diamine, chissà come mai è successo. La maggior parte degli israeliani era decisamente propensa a procedere con la creazione di uno stato arabo palestinese, ma il loro disponibilità per quell’esito è stata fatta a pezzi dai ripetuti rifiuti palestinesi e dalla continua violenza palestinese. Quasi tutti gli israeliani con cui ho parlato mi hanno detto che è esattamente questo il ripensamento che hanno avuto.

E’ ovviamente legittimo domandarsi se non sia ormai troppo tardi, se non sia più possibile convincere la maggior parte degli israeliani ad accettare un simile esito. Israele ha continuato a sfruttare la situazione di stallo causata dai rifiuti palestinesi per costruire insediamenti in Cisgiordania, che al momento non fa parte di Israele e non è nemmeno annessa da Israele, talvolta con il preciso intento di rendere più difficile una soluzione a due stati. Di conseguenza, oggi molti da entrambe le parti del conflitto non credono che una soluzione a due stati sia più possibile.

“il desiderio dei palestinesi di distruggere Israele e di negare agli ebrei l’autodeterminazione è più forte del desiderio di avere un proprio stato. Vogliono uno stato, sì, ma solo se è dal fiume al mare”

Ma questo rende ancora più  difficile capire l’immobilismo dei palestinesi, ammesso che desiderino davvero avere uno stato in Cisgiordania e Gaza. Sanno che Israele sta sfruttando la situazione, e sanno che più insediamenti vengono costruiti in Cisgiordania più difficile diventa applicare una soluzione a due stati. Quindi, perché i palestinesi non fanno nessuno sforzo per cambiare le cose e accelerare il processo verso il negoziato?

Anche Israele potrebbe fare scelte che vadano nel senso di porre fine all’occupazione. Ma se è vero che lo status quo avvantaggia Israele e danneggia i palestinesi, non sorprende che Israele preferisca stare ad aspettare mentre non si capisce perché lo facciano i palestinesi. Inoltre, i passi che Israele potrebbe intraprendere sono complessi, politicamente e concretamente rischiosi, e senza nessuna garanzia che possano funzionare, giacché il loro successo dipende in definitiva dalla buona volontà dei palestinesi.

La conclusione inevitabile è che il desiderio dei palestinesi di distruggere Israele e di negare agli ebrei l’autodeterminazione è più forte del loro desiderio di avere un proprio stato. Vogliono uno stato, sì, ma solo se è dal fiume al mare.

Quindi, diciamolo con estrema franchezza e senza girarci intorno: i palestinesi possono porre fine all’occupazione, se lo vogliono, non con il boicottaggio, non con il terrorismo, non facendosi pedine del regime iraniano, e nemmeno continuando a calunniare e demonizzare sionismo ed ebrei, ma dimostrando una autentica disponibilità a vivere in pace accanto allo stato ebraico. Semplicemente, scelgono di non farlo.

(Da: Times of Israel, 12.5.22)